Coppa Davis: evolvi o muori

Quando si arriva a 117 anni di età è più che normale che qualcuno inizi a valutare se non sia il caso di modificare qualcosa. Una revisione, un lifting o qualche cambiamento qui e là sono da mettere in conto. Ma quando i cambiamenti diventano rivoluzioni, forse è il caso di fermarsi un attimo a pensare e soppesare.

Nelle scorse settimane era un continuo vociferare di modifiche da fare alla Coppa Davis, anche in seguito ad alcune fortunate introduzioni fatte alle ATP NextGen Finals di Milano, come lo shot clock e altre novità.

Nessuno aveva però immaginato che la Coppa Davis, uno dei tornei più antichi del mondo (non solo) tennistico avrebbe rischiato di cambiare completamente faccia. Da tempo si sentiva della volontà di fare della finale un evento simile ai Master di fine stagione ATP: non sarebbe più stata una delle due nazioni contendenti ad ospitare l’evento, ma uno stadio neutrale, assegnato al miglior offerente. Un bello smacco per una competizione che si vanta di essere la “coppa del mondo del tennis”.

Ma ciò che è stato annunciato è stato ancora più sconvolgente. Addio ai tre turni, addio alle trasferte, addio alle sfide lungo l’anno. Tutti insieme nello stesso calderone per una settimana. Ovviamente in campo neutro.

A partorire questa idea sono stati Gerard Piqué (il calciatore del Barcellona, campione del Mondo 2010, marito di Shakira…QUEL Piqué) e alcuni potentissimi e ricchissimi sponsor come Kosmos e Rakuten. Idea che ha il pieno sostegno del presidente ITF David Haggerty.

Alcuni giocatori si sono schierati a favore di questa scelta, come Djokovic, mentre altri sono stati sapientemente in silenzio. Altri, che alla Davis hanno dato e stanno dando molto, si sono scagliati contro questa decisione. Uno su tutti Lleyton Hewitt.

L’australiano ha dichiarato senza mezzi termini la propria opposizione: “Sono contro la nuova competizione che si sta ipotizzando, che senso ha giocare in una settimana, non si può nemmeno chiamare Coppa Davis. Credo di interpretare il pensiero di chiunque abbia giocato la vera Davis negli ultimi 50 anni.

Come può pensare un miliardario di arrivare dal nulla e comprare uno dei più grandi eventi sportivi, con oltre 117 anni di storia? La Davis è rappresentare il proprio Paese, questa è solo una questione di soldi. Tutto ciò mi sembra non avere alcun senso”

Ci sono due aspetti che differenziano la Davis da un qualsiasi torneo del circuito, il fattore campo e i cinque set. Ed è così che bisogna andare avanti”

Interessante anche il commento di Fabio Fognini, l’uomo-Davis tricolore degli ultimi anni: “Sono abbastanza contrario a ogni idea di cambiamento, in Giappone, a Indian Wells e a Miami sono venuti a chiedermi cosa ne pensassi e ho risposto chiaramente, ma non dipende da me. Per me la Davis non è una questione di soldi, quelli li faccio nei tornei vincendo partite”.

Nadal pare, invece, più propenso a vedere cosa succederà: “La Davis di oggi non è perfetta. Nemmeno il nuovo formato lo è. Ma c’è gente che vuole investire, e dovremmo accoglierla”. Vera convinzione o poca voglia di alienarsi il connazionale?

Il silenzio di Federer sull’argomento è assordante, ma forse è dovuto, oltre che all’indole tipicamente svizzera del non schierarsi, al fatto che avendo 36 anni non ha molte Davis da giocare e preferisce stare alla finestra a guardare. Come lui, anche Rafa è conscio che il tempo passi per tutti e sull’assenza dei top alla competizione aggiunge: “Sì, la giochiamo meno. Ma è anche vero che siamo più vecchi, a inizio carriera non mancavamo mai. Il calendario è quello che è, e sia chiaro non ho mai detto che è troppo lungo. Sono troppi gli eventi che siamo vincolati a giocare”.

Vedremo la soluzione alla votazione in seno all’ITF ad agosto, ma questa svolta ci porta a ragionare su fattori che sempre più condiziona qualsiasi sport: soldi, sponsor e tv.

Quanto hanno diritto questi fattori, imprescindibili per qualsiasi manifestazione, di condizionare la natura stessa di uno sport? Ha senso che siano gli spettatori a casa a determinare quanto debba durare un match? E ha senso che uno sponsor decida dove vada giocata una competizione, specie se così legata all’identità nazionale? Quanto conta la tradizione e quanto occorre piegarsi di fronte alle leggi di mercato?

Antichissime competizioni si sono aggiornate, ma senza stravolgere la propria natura. Il Sei Nazioni nacque come Home Championship nel 1883 e a parte l’inclusione di nuove nazioni, il gioco è rimasto uguale; idem per Wimbledon, Calcutta Cup e The Ashes.

Il discorso Coppa America, la più vecchia di tutte, meriterebbe un capitolo a parte, visto il cambio di regolamento che ha portato all’introduzione di catamarani e trimarani, modificando radicalmente l’aspetto della competizione. Lo svolgimento in sé delle regate, però, è rimasto invariato e forse si può avvicinare il cambio di scafi al cambio di materiali delle racchette.

Qui al Caffé non abbiamo dubbi. Che tutto resti com’era e se qualcosa deve cambiare, che lo faccia senza stravolgere lo sport. Ma d’altronde noi siamo dei vecchi nostalgici, sempre pronti a guardare a vecchie imprese, antiche racchette, tapponi dolomitici e pronti alla lacrimuccia di fronte a vecchie olimpiadi in bianco e nero. Non ci vogliamo evolvere per testardaggine o per rispetto delle tradizioni?

 

Piché Café, Redazione Tennis

Michele Polletta | Piché Café

Piché - al secolo Michele Polletta - nasce e cresce a Biella, corre a Milano per studiare filosofia: per ora, è ancora lì. Vivace, loquace, pugnace, iperattivo si dedica a una serie di sport che poi segue in modo ossessivo, dal divano o dal vivo, comunque senza muovere un muscolo. Alcuni sostengono che li racconti meglio di come li pratichi. Scrive, ma soprattutto parla, parla, parla: poco importa che si trovi a scuola, dove insegna, in un bar, o alla radio

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