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I CONSERVATORI DEL MARE – Reportage su Gallipoli e sulle terre salentine.

«Sovra altissimo scoglio in mezzo all’onda / maravigliosa, inespugnabil siede, / dei priegi di natura e di arte abbonda / di valor, di pietà ricca e di fede». Con queste parole l’intellettuale di origine napoletana Giovan Carlo Coppola (fu pittore, poeta e uomo di scienza) definì l’isola gallipolina. Coppola parlava della posizione geografica, delle fortificazioni del castello, del valore militare di una città per cui la Storia è stata portatrice di gioia e di barbarie.

Partendo da queste premesse ho accettato la proposta, mossami da Eleonora Tricarico e al resto dello staff del sindaco di Gallipoli Stefano Minerva di visitare la città e raccontarne la storia, i volti e le strade.

Caddìpuli, Καλλίπολις, la perla dello Ionio, la città bella (inserita nella Tentative List dell’Unseco per il suo barocco) è davvero terra «di remota felicità» come scrive, a proposito, Elio Pendinelli nella prefazione della sua “Gallipoli – il grande Salento per immagini”.

Qui, lungo la costa occidentale del Salento, l’aria che si respira è quella antica, pre-civile, che la Sicilia costiera ha ormai totalmente (e terribilmente) perso, che la Calabria mantiene segreta nell’entroterra e che qui invece si rende manifesta ai turisti, ai pescatori, ai cittadini.

La tradizione vuole che l’ecista, il fondatore, sia il re cretese Lizio Idomeo, a cui si deve (quasi sicuramente) la fondazione di Lecce e di Alezio e che qui, secondo la vulgata salentina, sarebbe naufragato nel 1050 a. C. (il gallo, simbolo della città, pare infatti fosse l’effigie del suo scudo).

Ma secondo Dionisio di Alicarnasso fu lo spartano Leucippo il vero fondatore. Città “greca”, porto, approdo attivo durante le migrazioni acheo-micenee è definita  Urbs Graia Kallipolis da Pomponio Mela. Dopo il dominio romano Gallipoli viene quasi sicuramente saccheggiata dai pirati saraceni, sarà ricostruita da Leone III, imperatore di Bisanzio nell’VIII secolo e rimane sotto il dominio bizantino fino al 1071.

Cominciano così gli anni normanni e svevi, come in tutto il meridione. Gallipoli, bizantina città fortificata, oppidum, roccaforte di estrema frontiera, diventa così città strategica e polo culturale di prim’ordine.

Città di parte ghibellina, gli ultimi baroni del regno la raggiungono dopo la rotta di Tagliacozzo e l’uccisione di Corrado.

Dopo la parentesi angioina, con gli aragonesi Gallipoli ritorna uno dei porti più importanti del Mediterraneo. Nel 1484 la città ingaggia una sanguinosa battaglia di resistenza contro le truppe veneziane che avevano assediato la città con settanta navi (sedici galee e cinque navi da carico), settemila combattenti e trecento cavalli contro soli 200 gallipolini armati. I cittadini resistono all’assedio, lo stesso ammiraglio veneziano Giacomo Marcello perde la vita nello scontro. La città ripassa dunque sotto il dominio di Ferdinando I d’Aragona (dopo la pace di Bagnolo) ottenendo dal sovrano franchigie e privilegi elargiti grazie alla grande fedeltà dimostrata verso la casa d’Aragona.

È Carlo V a nominarla “Fideliter excubat” (scritta ancora leggibile nello stemma della città) nel 1519 come città fedelissima ai voleri e ai dettami dell’imperatore. Nella seconda metà del secolo Gallipoli viene scelta come base logistica della spedizione navale che culmina nella Battaglia di Lepanto.

Alla fine del secolo la città viene annessa al Regno di Napoli dopo essere stata assediata e vinta dai Borbone. È proprio Ferdinando I a iniziare la costruzione del porto che nel settecento renderà Gallipoli la più importante piattaforma olearia del mediterraneo.

Nel diciannovesimo secolo i gallipolini, come tutti gli altri cittadini italiani, sono attraversati da sentimenti unitari e risorgimentali. Patrioti salentini cominciano a lavorare all’Unità italiana. Su tutti si distinguono sicuramente Antonietta De Pace e i fratelli Patitari. Nel 1860 sbarca qui il maggiore Antonio Garcea comandato da Giuseppe Garibaldi di organizzare il raduno dei volontari per l’Unità d’Italia. Da allora la storia cittadina sarà intrecciata alla grande storia nazionale.

 

La città di Gallipoli vive, come è facile capire, sotto le coltri della grande Storia. Questo è evidente a quanti abbiano passeggiato per le sue strade, ne abbiano visitato le molte, meravigliose chiese.

Questo mi è stato evidente fin da subito, passeggiando anche io sul lungomare. Il Mar Ionio calmo alla mia sinistra, i venti, scirocco e maestrale, che dalla Calabria, dallo strapiombo delle mura segnano il confine della terra verso l’oblio dell’azzurro, verso Talassa, il dio, figlio di Etere ed Emera e personificazione stessa del mediterraneo.

Il Salento ha questo di unico: la Storia non troneggia, rimane piegata, si perde tra la macchia mediterranea e gli strapiombi di rocce.

L’arrivo nel centro cittadino è più aspro, si passa dai casermoni costruiti durante il boom economico e adesso sbrecciati dalle intemperie. Tutta la zona del lungomare, la penisola che porta direttamente al centro storico, è tra le più agitate d’Italia nel periodo estivo. Camminando in direzione opposta alla mia si arriva infatti ai lidi, al Samsara, alla movida.

La mia strada invece, tra le case coloniali e i complessi altissimi, continua attraverso Corso Roma e arriva al centro storico. L’accesso è splendido ponte secentesco completato tra il 1603 e il 1607, parte del complesso che include il Castello Aragonese e il Rivellino.

Il Castello, di impianto bizantino a pianta quadrata, è stato poi rinforzato pesantemente in epoca aragonese e fortificato con torri cilindriche. Nel 1522 è stato rinforzato da un rivellino, una struttura posta a levante e staccata dal perimetro fisico del castello costruita da Francesco di Giorgio Martini, per conto di Alfonso II di Napoli.

Entrando in città immagino quale poteva essere l’ingresso cittadino nel sedicesimo secolo: un ponte in legno, il castello, il rivellino, davanti una città fortificata, completamente cinta da mura, ancora presenti e costruite a partire dal XIV secolo, e almeno dodici tra torri e bastioni.

La padella, come la chiamano i suoi abitanti, è ancora adesso uno spettacolo di rara bellezza: le strade ustionate dal sole, il bianco della sabbia e della pietra contro i colori del mare.

Vengo portato tra i vicoli, è mezzogiorno, si sente l’odore del pesce sulle griglie, tutte le piccole voci dei bambini sulle bici. Le mura custodiscono un dedalo e a ogni angolo le vecchie signore, i turisti (ancora pochi), le loro fotografie, uomini antichi che intrecciano le reti pronti, davanti al porto, alla scomparsa in mare.

«È il nostro un popolo di marinai – mi dice Maurizio Manna, una delle mie guide – non di pescatori». Così ascolto da loro le storie del mare, donne viste spuntare dall’acqua, le coste dell’Africa, alcuni: l’America, per poi tornare dentro la padella, la perla, davvero, dello Ionio. Uno di loro mi racconta la guerra, la fame poi per le strade, ancora mi dice che ha dovuto lasciare tutto, correre per mare. Adesso sta in un angolo, la moglie al fianco, dietro la grande casa aperta. Passa tutto il tempo a tessere reti di giunco, ma ancora guida la barca ogni volta che può. Gli occhi consumati dalla commozione, le mani piene di sale.

Ci spostiamo verso il centro. La cattedrale, nel suo splendido barocco, la biblioteca, più avanti, con gli alberi che le sono cresciuti attorno e in mezzo. Poi il museo dedicato alla memoria del pittore Giovan Carlo Coppola, uno dei primi grandi intellettuali gallipolini, pittore e poeta autore di una decina di quadri di splendida fattura, tra tutti degno di nota è il Martirio di Sant’Agata. La giovane santa catanese, a cui la città è devota, emerge dal buio recando sul petto la prova della sua pena, ha gli occhi puntati verso l’alto nell’attesa del colloquio con San Pietro.

 

C’è sempre una città dentro la città. Così è anche qui, tra i piccoli musei e le chiese del Barocco gallipolino, tra gli archivi ittici e gli scheletri di balena.

Così vengo guidato di nuovo tra le case e le vie, tutte portano in centro o alle mura, a strapiombo sul mare. La mia guida si ferma davanti a una casa, bussa alla piccola finestra d’ingresso, ne vengono fuori le mani nodose di una vecchia che stringono una grossa chiave in ferro. Quella chiave, come sono venuto a sapere più tardi, apre la porta della Chiesa Conventuale di Santa Teresa. È la casa delle carmelitane scalze, un monastero di clausura.

Dentro, come mi viene spiegato, ci sono una ventina di sorelle, tra i venti e i trent’anni. Vengono tutte dal Salento. La chiesa è un gioiello di luce e sfarzo. Secentesca con l’altare arricchito da colonne finemente decorate con motivi barocchi, putti, cornucopie.

All’interno una ruota in legno di ciliegio è l’unico contatto che le monache hanno con il mondo esterno. Si racconta che Santa Teresa stessa sia entrata in questa chiesa, nel 1909 mentre la chiesa affrontava uno dei periodi più neri della propria storia, e che abbia portato con sé dieci banconote da cinquanta lire provenienti dalla filiale del Banco di Napoli di Messina distrutta dal terremoto ripagandone i debiti.

La Chiesa della purità (Santa maria della Purità) ha in seno altri segreti. Edificata nel 1664  davanti alla splendida spiaggia della Puritate, è caratterizzata da una facciata con tre pannelli in maiolica raffiguranti la Madonna, San Giuseppe e San Francesco d’Assisi. Conserva al suo interno alcuni degli esemplari più belli di stucchi salentini.

Ma ancora più grandioso è, forse, lo spettacolo offerto dal mare. Vengo fatto salire da Maurizio Manna sulla barca di Legambiente e accompagnato fuori dal porto di Gallipoli. I colori, sotto la barca, continuano a cambiare: verde, azzurro, poi blu, poi di nuovo azzurro.

La destinazione è la riserva naturale dell’isola di Sant’Andrea. L’isola, cinquanta ettari lanciati a poco più di un chilometro dal centro storico di Gallipoli, era chiamata Achtotus (Terra brulla) dai Messapi per via della sua altezza (meno di un metro sul livello del mare) e dei marosi che, quando si alza il vento, la sferzano. La vegetazione presente sull’isola è poca ma ben assortita. La cappella dedicata al santo e il nome dell’isola sono di origine bizantina, i gallipolini la utilizzavano per pascolare le greggi che venivano portate a riva con le barche.

Adesso, completamente disabitata, l’isola rappresenta l’unico insediamento del gabbiano corso nell’Italia orientale che infatti, insieme al gabbiano comune, vola incontrastato e tranquillo mentre circumnavighiamo in barca il parco al cui centro troneggia il faro del 1866.

 

È il mare, come ho detto, il centro nevralgico della città. Gli spazi stretti delle vie, dove i bambini giocano a calcio battendo rigori trasversali, le barche ferme al molo, gli archivi ittici, i banconi del pesce, i tanti allevamenti in mare aperto. Tutti questi gesti non fanno che evidenziare un’affinità elettiva della città con gli elementi naturali.

Un museo del mare, a questo proposito, è stato edificato. Ha all’interno un percorso fotografico, uditivo, emozionale, ma anche nozionistico e di grande rilievo culturale. Un luogo, come mi è stato riferito, pensato per i più piccoli, per ricordare loro quanto sia importante il mare, come mantenerlo, come viverlo. Per creare altre donne, altri uomini gallipolini. Nuovi conservatori del mare.

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