Che notte quella notte

A pensarci mi sento le ossa rotte. Nemmeno a farlo apposta qualcuno sarebbe riuscito a descrivere la notte di ieri meglio di come abbia fatto Buscaglione. Una notte strana, un po’ balorda, spezzettata negli alberghi di mezza Europa. Un diffuso clima da notte prima degli esami sparso in tutto il continente, qui al Café ci premono particolarmente due punti geografici in cui prendere sonno sarà stato particolarmente complicato.

Arras, cittadina del nord-est della Francia, ospita l’enorme carovana del Tour in una delle sue notti cruciali. La prima settimana di corsa è dietro le spalle, tutto sommato è successo quello che ci si aspettava: una sfida all’ultimo sangue tra un parco velocisti sontuoso – cinque tappe pianeggianti: 2 vittorie a testa per Gaviria e Grönewegen, una per Sagan, alla quale il campione del mondo aggiunge anche l’arrivo in leggera salita di Quimper per chiudere la tripla parità – alcune cadute di troppo, dovute al nervosismo; qualche ventaglio, presto ricucito; una cronometro a squadre che non ha spaccato la classifica più di tanto. Ora, però, il gruppo deve affrontare una delle tappe più temute dagli uomini di alta classifica prima delle montagne: quella di Roubaix, 156.5 km, 21 dei quali sono sul pavé, un esercizio che esalta un determinato tipo di corridore ma spaventa gli altri. I massicci velocisti, e uomini da classiche sanno bene come districarsi sulle pietre; chi lotta per la classifica generale, più leggero e fragile, rischia di fare la fine di un uovo, intero, buttato in un frullatore. Certo, tra questi, c’è anche chi, in passato, ha dimostrato una certa dimestichezza con questo terreno, per esempio Nibali e Froome, e chi ha una squadra in grado di tenerlo fuori dai guai, per gli altri sarà tutto istinto e dita incrociate. Questi, più o meno, sono i pensieri che rendono più scure le tenebre di Arras. C’è un unico, tenue, raggio di speranza: le previsioni meteo suggeriscono cauto ottimismo, pare che ci sarà il sole, niente fango ed è già un conforto col quale ci si può coricare più tranquilli. Resta il fatto che, se sei agile e leggero e culli l’ambizione di arrivare a Parigi in giallo, dovendo affrontare l’Inferno del Nord, la notte prima prende le sembianze di un supplizio inutilmente cruento.

Gli Hotel di Londra sono senza dubbio più confortevoli: niente può essere spartano per i finalisti di Wimbledon. Kevin Anderson e Novak Djokovic aspettano di giocarsi una finale Slam che non è mai come tutte le altre. Per Anderson questo rischia di essere il punto di svolta della carriera: un campione Wimbledon lo rimane per sempre, entrando nella storia dalla porta principale. Djokovic avrebbe bisogno di questa vittoria come il pane, per sancire definitivamente la sua uscita da una crisi di gioco e risultati durata fin troppo a lungo. Motivazioni così forti faranno quasi dimenticare la differente abitudine a giocare impegni di questo tipo: per Anderson questa è la seconda finale Slam, l’anno corso a New York perse tre a zero da Nadal; per Djokovic sarà la ventiduesima. Tutti questi dati sono però secondari se pensiamo a come i due sono arrivati in finale. Anderson, giocatore di potenza spaventosa, si prende il lusso di rimontare due set a Federer nei quarti di finale, piegandolo tredici a undici al quinto. In semifinale trova Isner in una sfida quasi speculare: i due servono molto forte tentando di piegare la resistenza avversaria con bordate ai limiti del reale. Come in tutte le sfide allo specchio la contesa dura moltissimo, nessuno dei due vuole cedere, ovviamente, ci si arrampica fino al quinto: sono necessarie due ore di set decisivo, per un totale di cinquanta games, ma alla fine Isner si arrende e Anderson può andare a giocarsi una finale sul terreno forse più adatto al suo stile di gioco. Djokovic e il suo avversario Nadal, dal canto loro, hanno dovuto affrontare una snervante attesa negli spogliatoi: gli altri due non finivano mai. Quando la loro semifinale è iniziata le otto erano passate da un pezzo, l’All England non permette di giocare oltre le undici: partita interrotta sul 2-1 Djokovic. Si continua il sabato, col serbo che non riesce a chiuderla rapidamente e un altro quinto set all’orizzonte. La sfida non è semplice: i due stanno giocando il loro miglior tennis sull’erba da un sacco di tempo e nessuno vorrebbe cedere, la finale con Anderson è troppo ghiotta. Tra i due la spunta Djokovic 10-8, ma nel frattempo si erano fatte quasi le cinque. La notte prima della finale porta con sé molti pensieri, quindi: Anderson ha giocato venerdì gettando in campo una quantità enorme di energie, ma ha riposato tutto il sabato, senza contare che il suo tennis sull’erba è sempre pericoloso; Djokovic, in valore assoluto, è certamente più forte del sudafricano, ma ha riposato molto meno e, ultimamente, non è più abituato ad andare così avanti nei tornei. La sfida potrebbe risultare equilibratissima. Tanto basta a rendere la notte prima intonata all’outfit dei due sul campo: bianca.

Ora, l’oscurità è alle spalle. Se i suoi protagonisti siano riusciti a dormire il sonno pesante del principe di Condé o, come tanti piccoli don Abbondio, si siano rigirati tra sogni inquieti e premonizioni funeste non lo sapremo mai, o forse lo scopriremo dal loro modo di correre o di stare in campo. La notte di oggi, sarà senza dubbio più placida, la nostra non la loro, perché comunque vada domani non ci alzeremo consituazioni molto diverse da quelle che avevamo lasciato: la classifica del Tour avrà contorni diversi; il circuito ATP potrebbe contare un nuovo vincitore Slam tra le sue fila, oppure un campione ritrovato e vincente. Incidentalmente, tutti noi ci sveglieremo con una nuova squadra campione del mondo di calcio. Ma, questa, è un’altra storia di notti insonni.

Michele Polletta | Piché Café

Piché - al secolo Michele Polletta - nasce e cresce a Biella, corre a Milano per studiare filosofia: per ora, è ancora lì. Vivace, loquace, pugnace, iperattivo si dedica a una serie di sport che poi segue in modo ossessivo, dal divano o dal vivo, comunque senza muovere un muscolo. Alcuni sostengono che li racconti meglio di come li pratichi. Scrive, ma soprattutto parla, parla, parla: poco importa che si trovi a scuola, dove insegna, in un bar, o alla radio

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