C’era una volta? Viaggio semiserio nella formazione letteraria della coppia

C’era una volta?

Viaggio semiserio nella formazione letteraria della coppia

Barbara Fiorio, penna intelligente e mordace in una scena letteraria in cui la parola ironia di rado è declinata al femminile, nel 2015 pubblicò Qualcosa di vero. Lì, tra le maglie della vicenda di Giulia, pubblicitaria alle prese con una bimba insonne, tornava a una sua passione: le fiabe. Al loro mondo immaginifico si era già interessata con C’era una svolta (2009) e Chanel non fa scarpette di cristallo (2011), sempre con un’attenzione particolare per i testi originali dei Grimm, Andersen e Perrault piuttosto che per le edulcorate versioni propinate ai bambini dalla Disney come frutto di una fuorviante interpretazione dell’infanzia.

In breve, la Fiorio sostiene – a ragione – l’eccellenza anche educativa delle vere fiabe con le scene di sangue e le atrocità sulle quali hanno glissato i cartoni animati che abbiamo consumato fidandoci della loro attendibilità.

Fatto sta che le storie delle principesse, così addomesticate, hanno in qualche modo dato l’imprinting a intere generazioni di innamorati perché, in fondo, in ogni fiaba si racconta la coppia della quale facciamo parte o sogniamo di far parte o dalla quale vorremmo fuggire. Dunque, sul filo tracciato dalla scrittrice genovese, sarebbe bene analizzarne i ruoli dei protagonisti per evitare domani di stupirci se nostra figlia avrà più a cuore gli abiti eleganti e il compiacere il marito con un devoto silenzio piuttosto che la cultura e la propria autonomia.

Le eroine delle fiabe sono quasi tutte bamboline così sciocche da cadere nelle grinfie di streghe che, guarda caso, sono altre donne gelose della loro bellezza ma non della loro stupidità. Si fanno beffare dall’offerta di una mela, ignare delle sorti di Eva, e sognano che un uomo le salvi. Il modello di riferimento per le bimbe è cioè una ragazzetta bella e scema dove, di contro, quella brutta e scaltra è la strega.

Sugli uomini sarebbe meglio tacere perché, a parte la preoccupante propensione per ridicole calzamaglia, sono pronti a innamorarsi perdutamente di donne addormentate o, peggio, morte. Perché la necrofilia nelle fiabe dilaga. Qualche esempio? Biancaneve scampa a un attentato e va a vivere con sette nani che la chiudono in casa a rigovernare. Lei, sebbene messa in guardia, accetta una mela avvelenata da una tizia sospetta e cade in uno stato di morte apparente. Per fortuna arriva il principe che, vedendola priva di vita, se ne invaghisce al punto da portarsela al castello con tanto di bara. E mi sembra che questo la dica lunga sul modello di donna preferito dagli uomini.

D’altra parte, Coppelia, nata dalla fantasia di E.T.A. Hoffmann e resa celebre dall’omonimo balletto di Delibes, è il prototipo perfetto: un automa a carica che si muove e interagisce solo per volere del suo padrone.

A Cenerentola le cose non vanno meglio: costretta anche lei a occuparsi delle faccende domestiche, non spera di fuggire da una casa in cui subisce ogni vessazione; la giovane ha una sola aspirazione: andare a un ballo in un abito sontuoso. È così che fa innamorare un principe. Lui la sposa, spostandola verosimilmente a fare pulizie dalla magione avita al suo castello.

Inutile dire che di Talia (secondo la versione di Basile) – o Rosaspina (secondo i Grimm) o Aurora (per Ciajkovskij e Disney) – il principe si innamora proprio perché è una bella addormentata e, svegliandosi, sarà certamente abile nel cucito.

Insomma, di avere intorno donne dotate di parola, ai principi azzurri non importa, basta siano belle; e, se risvegliate o resuscitate, che almeno siano casalinghe già edotte.

Esiste però un’eccezione, una ragazza che non solo sa leggere ma addirittura le piace farlo. È Belle, più interessata al contenuto dei libri che alla loro spolveratura. Non si imbatte in un principe ma si innamora di tipo che chiamano la Bestia, e a noi resta solo la speranza che, con un nome da pornodivo, sia almeno un amante all’altezza delle aspettative.

Emanuela Ersilia Abbadessa

Emanuela E. Abbadessa (Catania, 1964) ha studiato pianoforte e canto lirico. Ha insegnato Storia della Musica e Comunicazione Musicale alla Facoltà di Lingue dell’Università di Catania.
È collaboratrice del quotidiano “La Repubblica” (ed. Palermo).
Il suo primo romanzo, Capo Scirocco (Rizzoli, 2013) ha vinto il Premio Rapallo-Carige, il Brignetti Isola d’Elba, è stato finalista all’ Premio Alassio Centolibri e al Premio Rieti. Fiammetta (Rizzoli, 2016) si è qualificato secondo al premio Dessì e al Premio Subiaco Città del libro.

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