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Cent’anni di solitudine. Miniatura minima di un discorso sul simbolo in letteratura.

“«Perché si adempisse la scrittura»
rispondono le Carte.
La scrittura è scritta ma
la rappresentazione è necessaria”[1]

 

Quando Rilke, nella maschera del suo alter ego Malte Laurids Brigge, mette su carta, nel 1910, la sua volontà di “essere scritto” dalle stesse parole che egli sta scrivendo, approssima – e il retroscena alchemico ed esoterico della sua pur lontana Praga influisce sicuramente – quella serie di legami che la letteratura sa intrattenere con le tradizioni mistiche e simboliche appartenenti al mare magnum della tradizione religiosa. Al livello secondo cui la letteratura si fa vita, questa si stacca dal suo statuto di rappresentazione documentaria  per diventare davàr, parola-carne, parola creativa della creazione. Si interrompe così quella linearità supposta dall’atto dello scrivere che vede nella pagina macchiata d’inchiostro la distanziazione, la finzione dell’evento; l’evento della scrittura diviene, in questi casi, il simbolo della vita dello scrivente. Le implicazioni del simbolo, il suo definirsi tutto nello scarto che esiste fra esso e lo scadimento del suo significato che è la riduzione “rituale-folklorica” della sua essenza, potrebbero essere sommamente esposte nella mallarmeana concezione del Livre, testo in cui tutte le combinazioni possibili fra lettere, in una sorta di cabbala ateistica, rispecchiano lo svolgersi degli eventi, li preannunziano e li determinano. Secondo questo Libro, la scrittura è la vita o meglio, la vita si risolve in una scrittura che già la determina. Senza però giungere a questi estremi, si potrebbe citare il tentativo proustiano di ricerca del libro nel libro che sta scrivendo-vivendo oppure, caso meno scontato, le ultime pagine di un romanzo apparentemente lontano dalla temperie simbolista:

“Cominciò a decifrarle a voce alta. Era la storia della sua famiglia, scritta da Melquìades perfino nei suoi particolari più triviali, con cent’anni d’anticipo. L’aveva redatta in sanscrito, che era la sua lingua materna, e aveva cifrato i versi pari con la chiave privata dell’imperatore Augusto. […] A questo punto, impaziente di conoscere la propria origine, Aureliano passò oltre. […] Macondo era già un pauroso vortice di polvere e macerie centrifugato dalla collera dell’uragano biblico, quando Aureliano saltò undici pagine per non perdere tempo con fatti troppo noti, e cominciò a decifrare l’istante che stava vivendo, lo decifrava mano a mano che lo viveva, profetizzando se stesso nell’atto di decifrare l’ultima pagina delle pergamene, come se si stesse vedendo in uno specchio parlante”[2].

Questo qui riportato è l’explicit di Cent’anni di solitudine di Garcìa Màrquez, un libro in cui si narra la storia della famiglia Buendìa a partire dai suoi capostipiti, Josè Arcadio Buendìa e Ursula, fondatori della città di Macondo, fino alla distruzione della famiglia e dell’ultimo discendente, Aureliano Babilonia. La lunga vicenda si intreccia, a più riprese, con la figura dello zingaro Melquìades, figura a metà tra l’uomo e lo spirito, che, prima di morire, lascia alla famiglia le sue pergamene in cui, sotto una spessa coltre di segni cifrati, è scritta la storia della famiglia stessa. Il racconto inizia con l’arrivo dello zingaro in quel villaggio e finisce con la scena che abbiamo riportato, con la lettura delle pergamene. Allargando lo sguardo si potrebbe addirittura immaginare che il volume dello stesso Garcìa Màrquez non sia altro che l’insieme delle pergamene dello zingaro. La straordinaria scena finale, la lettura da parte di Aureliano Babilonia della sua storia, è in realtà un essere-letti, una pratica di una parola che si fa ascolto di una verità dipanata nel momento in cui si fa esperienza subita. In un incredibile intreccio di piani, la verità contenuta nelle pergamene diviene tale solo quando viene agita nella lettura che ne viene fatta da parte dell’ultimo discendente della famiglia che scopre, in questa maniera, la sua origine nel momento della sua fine.
Questa citazione offre l’abbrivio per un’interpretazione mistico-simbolica di questa vicenda: le pergamene dello zingaro (la tradizione esoterica), invece di contenere informazioni pratiche sugli usi della famiglia o sui costumi della sua gente, è la pratica stessa della famiglia, la sua vita scritta su carta. Il suo essere tale, azione e non mera scrittura, è dimostrato dal fatto che tutti i vari componenti della famiglia hanno negli anni tentato la decifrazione delle carte senza mai riuscirvi; solo l’ultimo discendente, giunto ad un livello di iniziazione tale, riesce a comprendere che la verità cercata in un altrove (i significati contenuti nelle pergamene) è in realtà la sua vita e quella della sua famiglia. La comprensione di questo fatto, la coscienza di “essere-stati-scritti” con almeno cento anni di anticipo, non toglie lo sforzo e la passione impiegata da Aureliano nella decifrazione dei fogli, non nega in un attimo tutta la sua esistenza ma la congiunge alla sua origine, la immette nel circuito per cui trova, alla fine del suo percorso, la verità che fin da principio la irrorava.
Il racconto della famiglia Buendìa, assimilabile ad una serie di testi capitali della mistica (fra i quali spicca Il verbo degli uccelli), permette di esplicare, nella chiarezza del suo esempio, la modalità del simbolo dove questo sia posto all’intreccio tra la tradizione esoterica e la pratica iniziatica (rappresentata in questo caso da Aureliano Babilonia), tra un sapere tramandato nei secoli da molti e una pratica risolta nella rapidità di un attimo dal singolo. Il simbolo, sotto questa accezione, è il legame tra il singolo e la verità, è la pratica, il gesto con cui l’iniziato trova la verità (coincidente con la sua origine) nell’attraversamento di una soglia che non conduce verso nessun oltre ma verso il presente del suo esistere. La verità, da sempre data (le pergamene sono già scritte da anni) e preesistente il destino dell’iniziato, eterna,  si presenta come tale solo nel momento in cui la creatura – il singolo limitato dalla sua temporalità – attraversa la soglia del simbolo, vivendo la verità e, paradossalmente, facendola vivere di questo atto.
Scrivere ed essere-scritti a queste altezze si equivalgono e la letteratura conserva, in silenzio, il suo legame tanto declamato quanto dimenticato, con la magia.  Il suo incantesimo parla ancora oggi e sembra quasi dire che questa faccia misconosciuta o, peggio, infantile dell’uomo ritorna puntualmente a ricordare la sua persistenza. È un discorso di carne prima che di rituali, una voce fatta più di vita più che di parole.

[1] Mario Luzi, Teatro, introduzione di Giancarlo Quiriconi, Milano, Garzanti, 1993, p. 205.

[2] Gabriel Garcìa Màrquez, Cent’anni di solitudine, Milano, Mondadori, 1983, pp. 419-420.

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