Cees Nooteboom: una lettura di Luce Ovunque

La torrida estate 2016, terminata da qualche mese, ha portato in Italia, attraverso la famigerata Collezione di Poesia Bianca Einaudi, un’altra grande voce del panorama poetica internazionale. Si tratta di Cees Nooteboom, poeta e scrittore olandese nato a L’Aja nel 1933, e considerato una delle voci più significative della letteratura europea contemporanea.
Grazie a
Luce Ovunque, antologia di versi del poeta olandese curata e tradotta da Fulvio Ferrari, finalmente anche I lettori italiani hanno la possibilità di accostare l’opera di Nooteboom: la raccolta comprende, infatti, poesie estratte da nove delle sue pubblicazioni in versi, a partire da Gesloten Gedichten (Poesie Chiuse, 1964), per arrivare sino al suo libro più recente, pubblicato nel 2012 ed intitolato proprio Licht Overal (Luce Ovunque, 2012).
Per prima cosa, può essere utile ribadire che, per quanto riguarda la scrittura, Nooteboom non si è mai dedicato unicamente alla poesia: l’olandese si è infatti distinto, dagli anni ’60, anche per la sua produzione romanzesca e sa
9788806228729_0_0_1728_80ggistica, nonchè per la sua attività di giornalista e reporter. Tuttavia, questo non significa che per Nooteboom quella poetica abbia rappresentato una produzione “secondaria”: a risponderci “tutt’altro” ci pensa proprio questa nuova antologia per l’Italia.

La lettura di Luce Ovunque è strutturata dal suo curatore in ordine cronologico discendente, o regressivo: dalla raccolta del 2012 si discende, si torna indietro fino al 1964. Pur non essendo in disaccordo arbitrario con questa scelta editoriale (sarebbe stato solo un pregiudizio), mi sono ritrovato a sfogliare e leggere il libro a ritroso, partendo dall’ultima raccolta poetica inserita (le già citate Poesie Chiuse del 1964), e dunque procedendo in ordine cronologico regolare.
Il primo dato che salta agli occhi è la non-facilità con cui Nooteboom ha dato alle stampe I suoi libri di versi nel corso degli anni: non una raccolta dietro l’altra, ma l’una a distanza di anni dall’altra. Procedendo nella lettura dei testi, ci si rende facilmente conto che questa “reticenza poetica” non è dovuta certo ad una mancanza d’ispirazione, o di immaginazione, o di creatività: si tratta di scegliere con cura le parole per dire ciò che Nooteboom ha da dire.
E, per inciso, ciò che Nooteboom ha da dire non è per niente semplice.
I suoi versi si dipanano e susseguono, nel corso degli anni, come parti di un discorso coerente e portato avanti con strumenti sempre nuovi, e sempre nuovi stimoli, pensieri, spunti di riflessione. E, come in ogni vero
discorso che si rispetti, mai si ha l’impressione di assistere ad una sorta di soliloquio o monologo interiore del poeta: nonostante la presenza della “liricità” (e dunque dell’interiorità, del ripiegamento meditativo e/o sentimentale su sè stessi) sia indubbiamente forte, è una forma costante di dialettica a dominare tutte le raccolte, che appaiono dunque prima di tutto compatte, come poste sotto lo stesso, inconfondibile segno: non ci sono rivoluzioni nella scrittura di Nooteboom, ma piuttosto approfondimenti, cambiamenti di prospettiva, problematizzazioni.
I versi di Nooteboom sembrano nutrirsi proprio di problemi, di dualità, di coppie (tematiche e stilistiche) che, se possono non essere del tutto oppositive, non sono mai nemmeno pacificamente complementari.
Il dualismo informa ogni raccolta, ogni poesia, ogni verso di questa antologia: un dualismo irrisolto e che forse – così sembra suggerirci Nooteboom – è inutile tentare di risolvere.
Il primo, macroscopico esempio, lo si trova nel titolo dell’ultima raccolta: se c’è
Luce Ovunque, infatti, come è possibile distinguere qualcosa? Com’è possibile, addirittura, distinguere la luce dal suo contrario, da ciò che non è luce, essendoci soltanto luce?
È
così che la Luce – qualcosa che, normalmente, rappresenta un rifugio sicuro, il dominio delle certezze e del chiarore – si trasforma in pura ambiguità: lo stesso Sole è spesso descritto come “nero”, se non “morto”. L’uomo non può “guardare il sole / senza farsi luce egli stesso”, e questa non è una visione positivamente mistica: la luce del sole può anche accecare, impedire la visione, “l’incessante guardare”.
La Luce è impietosa, illumina tutto:

Luce ovunque, fino ai denti
della belva, fino alle unghie
dell’assassino e al pugnale lucente
che scrive l’ultima parola,
fuoco, poi con I tuoi occhi di nessuno
vedere senza mai una fine,
vedere chi eri.

Possiamo solo, ci dice Nooteboom, cedere “alla violenza / della luce del sole”.
Altro dualismo non risolto, ma “semplicemente” esibito, mostrato al lettore, è quello, fondamentale, tra la parola e la visione. Quale di questi due elementi è più importante per la poesia? La poesia è qualcosa di immanente, di reale di per sè, come una molecola costituita da atomi autonomi (le parole), o è figlia della realtà (osservata attraverso la visione)? Anche in questo caso, Nooteboom opera un movimento poetico simile al proverbiale “scagliare la pietra e nascondere la mano”: non c’è una risposta giusta (nè una sbagliata!), resta solo il problema, quel rovello che può causare notti insonni, che può dar vita a versi come questi.
L’atto dell’osservazione, del guardare, è fondamentale nella poesia dell’olandese, se arriva persino ad intitolare una sua raccolta del 1989
Gesichtvermogen (Vista, per l’appunto), e se una delle sezioni di questa raccolta è intitolata La visione dell’occhio. Questa attenzione al senso della vista implica un certo “materialismo” di fondo nella poesia di Nooteboom: pur di natura eminentemente “teorica”, riflessiva e problematica, I suoi versi traggono la loro prima spinta, infatti, da episodi di vita quotidiana, osservati – appunto – nei loro particolari, spesso nelle loro contraddizioni.
E contradditorio è spesso anche il linguaggio utilizzato dal poeta olandese:
l’essenza materiale e l’anima spirituale delle cose osservate riescono a coesistere proprio grazie alle parole, che danno ad entrambe una sorta di “forma di compromesso”, di “punto d’incontro”.
Le parole, a loro volta, forgiano, perchè c’è anche un’altra possibilità:

Senza un’immagine appare una poesia,
forma che ancora deve generarsi
dal territorio delle parole,
ereditata da chi non ho mai conosciuto.

Linguaggio, levigato nei sogni, sui pulpiti,
impastato nei letti, in camere solitarie,
da usarsi in vita e in morte, arma
nella lotta contro il caso, astuzia
del destino.

Le parole hanno, dunque, la capacità di reificare un oggetto, una situazione, un’immagine, un’emozione. Rendono tangibile qualcosa di invisibile, qualcosa che “non essendoci, è lì”: sostituiscono, dunque, la visione, quando questa non basta più, o quando la luce non c’è, o quando ce n’è troppa. Come tutto ciò che è visto, anche “tutto ciò che è fatto di parole è vero”.
Il linguaggio e la parola sono grandi protagonisti anche di un altro dualismo (l’ultimo che metterò in evidenza, non certo l’ultimo della raccolta): l’opposizione/completamento tra tempo presente e tempo passato.
Nooteboom sembra, infatti, aver imparato a credere nel potere demiurgico della parola e del linguaggio proprio grazie ai suoi “colleghi” del passato, di tutte le varie epoche: è per questo, forse, che spesso parte in ricognizione, alla ricerca di questi danteschi “spiriti magni” disseminati nelle pieghe della storia, dall’Età Antica Greco-Romana al Novecento della Grande Guerra. Per ringraziarli, omaggiarli, ma soprattutto per interrogarli, per mostrar loro che la loro creazione di una nuova
realtà artistica è ancora problematica, ancora viva.

nooteboom-cees_koeln_170311
Così, ancora in Vista dell’82, vi è una sezione intitolata Il poeta e le cose, che scaturisce direttamente da una rilettura del De rerum natura di Lucrezio: per il poeta antico considerato il padre dell’etica materialistica, Nooteboom ha una vera venerazione. “Mettevi in tavola l’arte come sapere, / il sapere come arte, un piatto unico / di bellezza e sapienza”.
Allo stesso modo, disseminati lungo la produzione poetica dell’olandese si trovano veri e propri dialoghi con altri poeti dell’antichità, come Virgilio, Orazio, Esiodo: costoro appaiono, nei versi di Nooteboom, come I campioni del potere reificante e sostanziante della parola.
Leggendo un verso sparso di Esiodo, un verso sul fumo si leva da un cedro bruciato, ed osservando il fumo che sale dal rovo bruciato da un suo vicino, Nooteboom è sicuro di sentire lo stesso profumo che sentiva Esiodo: come se fosse stato il poeta greco a crearlo, a imbrigliarlo nella pagina, pronto a manifestarsi.
Scorrendo le pagine, incontriamo, insieme a Nooteboom, Virgilio e la quinta egloga delle sue
Bucoliche, nella quale si descrive una vite rampicante che, nel tempo, si è impossessata dell’ingresso di una grotta: l’olandese aggiunge del suo, ed ecco che

Anche qui, contro il muretto di pietre a secco
prolifera la mia vite. Per nove mesi
non sono stato qui, volando d’areoporto
in areoporto, precipitosa farfalla
a sbattere contro il neon. Per tutto quel tempo la vite
si è stretta al muretto con l’amore
della pianta per la pietra, attendendo
la pioggia e la luce.

Ecco, tra le pagine, il romantico Shelley, le cui vedute di Napoli e del suo golfo vengono, per così dire, “completate” ed “attualizzate” da Nooteboom:

The waves are dancing fast and bright”,
già, e a destra si stende la violacea ombra
di Capri, ancora, e a sinistra il vulcano,
ma tra lì e qui le quattro corsie
di una strada, e ci sono quaranta gradi.

Ed ecco, infine, il nostro Ungaretti, a cui l’olandese è legato dal vincolo quasi “sacro” della parola e del suo potere, capace di scavare nelle rocce dell’anima, per dare loro una forma.
E Ungaretti, come Nooteboom, non ha paura di descrivere la guerra, che non è la
sua guerra, ma guerra di tutti, continua.
Guerra come condizione del poeta, manifestata da Nooteboom con l’esibizione di questi contrasti, questi problemi. Guerra poi, forse, come condizione dell’uomo, ma come l’ultima cosa che resta da cantare in versi:

Un uomo nudo solo accanto all’acqua che scorre
veloce, Apollinaire, Owen, Graves, Ungaretti,
la poesia non parla mai di una singola guerra
ma sempre
della.

Emanuele Pon

Emanuele Pon, classe 1992, Genova, consegue con il massimo dei voti la laurea triennale in Lettere Moderne, all’Università degli Studi di Genova, nel 2015, con una tesi sui metodi di diffusione della poesia a Genova negli ultimi trent’anni, ed è laureando nel corso di Laurea Magistrale in Letterature Moderne e Spettacolo. Nel 2012 fonda, a Genova, il mensile indipendente di letteratura e cultura Fischi di Carta, di cui tutt’ora è caporedattore insieme a cinque colleghi. Scrive inoltre per alcune testate e blog culturali online, come la webzine cinematografica The Macguffin ed il progetto Artspecialday. Pubblica poesie dalla fondazione di Fischi di Carta, ed alcuni suoi inediti sono stati pubblicati, con relativa traduzione, sulla rivista culturale austriaca Mosaik.

Lascia un commento

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: