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Caro Alfie, lo facciamo per te ma non vogliamo guardare

C’è un piccolo dettaglio della procedura con cui spegneranno Alfie Evans che mi ha davvero interrogato. Un dettaglio apparentemente insignificante. Nel piano esecutivo, proposto dall’Alder Hey Hospital e approvato dalla corte suprema, che prescrive le modalità per la sospensione della ventilazione, si legge: “In una prima fase si prevede che attraverso una cannula venga somministrato al bambino un preparato composto da Midazolam (ansiolitico) e Fentanyl. Saranno poi disconnessi tutti i monitoraggi del battito cardiaco e della respirazione, e il tubo respiratore verrà rimosso dopo esser stato disconnesso dal ventilatore. Una volta cessati i segni di vita esterni un dottore esaminerà fisicamente Alfie per constatarne la morte e trascrivere l’ora del decesso”.

Perché mai spegnere i monitoraggi del battito cardiaco e della respirazione prima di togliere il tubo? Perché lasciar morire il piccolo Alfie e poi – dopo un po’, “una volta cessati i segni di vita esterni” – mandare un dottore a certificare la morte? Non è più semplice guardare su un monitor i battiti rallentare, rallentare, rallentare fino a spegnersi? Non è più opportuno lasciare il piccolo monitorato, osservare mentre muore, per poi tornare sul corpo e decretarne la morte?

Forse c’è un motivo medico, c’è qualche spiegazione che non conosco. Certamente sì, deve esserci per forza. Ma ho riletto la procedura ed ho provato ad immedesimarmi negli infermieri, nei dottori, nelle persone che compiranno la procedura, passo dopo passo. Negli occhi dei genitori, che inermi, devono assistere all’ultimo strazio, veder uccidere loro figlio di un anno perché “la legge non può cambiare”, per il suo “best interest”. Pensavo alla scena. Imbottiranno il piccolo di antidolorifici, sonniferi, droghe. Il piccolo dormirà. Poi via il respiratore, ma Alfie sarà già in un sonno profondissimo, un sonno tale che la morte, quel brevissimo attimo, quel fragilissimo battito di ciglia, quel momento di buio totale (o luce, chi può dirlo?) sarà agli occhi di chi lo osserva dall’esterno totalmente invisibile, irrilevante. Vedranno un corpo che dorme. Un corpo attaccato alla macchina, inerme… e dopo un po’ (quanto? non si sa) lo stesso corpo fermo, fisso, immobile. Immobile come qualche attimo prima. Ma morto. Da fuori sembrerà quasi non sia successo nulla. Alfie sarà ancora lì, chi può dirlo se starà ancora dormendo, sognando le montagne, il mare, i fiori, il sorriso della mamma oppure sarà passato definitivamente altrove. Quell’attimo, quel sospiro, quel soffio che è la morte, quell’inesorabile passaggio anche per chi è lì mentre si compirà la procedura sarà totalmente impercettibile. Insomma, si potrà stare tranquilli.

E’ forse questo il motivo per cui si spegne il monitor? Come quando ci si va a fare le analisi e si volge lo sguardo verso il muro per non vedere l’istante in cui l’ago infila la vena. O davanti ad un film, in cui ci si copre gli occhi quando il pugnale trafigge lo stomaco e il sangue schizza ovunque.

Così con il piccolo Alfie. Troppo stomaco ci vuole per vedere il momento in cui davvero si stacca la spina. Il piccolo Alfie lo lasceremo dormire. Lo faremo dormire per sempre, per il suo “best interest”. A chi importa il momento in cui salterà di là. Torneremo dopo un po’ a vedere se se ne sarà andato davvero. Lui non sentirà nulla (così dicono loro), ma ciò che è più importante, ciò che è fondamentale, è che non sentiamo nulla noi, di qua del vetro. Che non sentiamo nulla noi di ciò che sta accadendo, che non corriamo il rischio di percepire il brivido del momento in cui il cuore rallenta, gli occhi si chiudono, il momento in cui tutto precipita e si compie. Rischieremmo di finirci anche noi in quella voragine, in quel vuoto spaventoso di senso.
Perché sì, caro Alfie, tutto questo lo facciamo per te. Per il tuo “best interest”. Ma certo, ci vuole un limite. Possiamo ucciderti in silenzio, senza farti del male, curare ogni dettaglio affinché senta il meno dolore possibile. Ma scendere con te fino al gorgo, fino a quell’attimo insondabile, fino a quel precipizio… no, questo non possiamo farlo. La procedura non lo permette. E lo sappiamo che suona un po’ strano per una legge che ti vuole così bene, che cura in maniera così minuziosa la tua vita, la tua morte – ma questo, piccolo Alfie, davvero non sappiamo farlo.

Davide Tartaglia

Davide Tartaglia nasce nel 1985 ad Ascoli Piceno dove vive e lavora. Socio fondatore dell’associazione culturale “Quid Culturae” è anche redattore dell’omonima rivista. Suoi scritti ed interventi critici sono comparsi su diverse riviste. Collabora stabilmente con “Il sussidiario” e “Unacasasull’albero”.In ambito poetico ha pubblicato la raccolta di poesie “Figure del congedo” (Italic Pequod, Ancona 2014), vincendo lo stesso anno il Premio Guido Gozzano nella sezione Opera prima e il terzo premio del Premio Solstizio. In ambito critico ha recentemente pubblicato un’antologia su poeti del secondo novecento dal titolo “Sulla scia dei piovaschi. Poeti tra due millenni”, per i tipi di Archinto.

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