Canto di Natale

Notte scura, qualcuno la chiamerebbe una notte senza la sera: il Café ha chiuso da un pezzo. Ho finito di rassettare la saletta, mi attardo ancora un momento. Le fiamme del camino lambiscono con luce calda e ambigua il bicchiere, questi fogli, le finestre; si intuiscono appena il gelo dell’esterno e un velo candido. Fuori, qualche palla di neve, il canto dei bambini, il frettoloso viavai dei grandi: la solita vigilia di Natale. La stagione 2017 è finita, e su questo non c’è dubbio. Decido di liberarmi di una bracciata di vecchi giornali: li getto nel fuoco. Le righe si confondono, le immagini si dissolvono: un anno intero di imprese, di personaggi, di vittorie e di sconfitte, va in fumo davanti a me. Poco male, penso, l’anno prossimo emozioni nuove si accavalleranno alle vecchie, i protagonisti torneranno…

“No!” Tuona una voce dalle fiamme “Non tutti!”. Sobbalzo. Riconosco quell’accento pavese impastato di fumo, vino e ricordi; lo lascio continuare. “Questa notte riceverai la visita di tre spiriti: i campioni che dall’anno prossimo non potrai più ammirare, che tanto rapidamente stavi dimenticando. Ah, e Buon Natale, naturalmente”. Mi lascio andare, avvinto dalla curiosità, stappo l’ennesima bottiglia – brindo allo spettro – e attendo.

D’un colpo le ombre del focolare sul muro prendono forma: un ciclista, elegantissimo, si alza sui pedali, invita un altro a seguirlo, vistosi solo scuote la testa, e procede quasi danzando. L’ombra di Alberto . Un colpo al cuore improvviso. Ora ricordo: senza che ce ne fossero in giro troppe avvisaglie, il fuoriclasse madrileno si è chiamato fuori ad Agosto. Aveva corso un Tour estremamente combattivo: pur senza mai mostrare un’autentica forma da podio,  aveva comunque lasciato al suo pubblico la speranza di vederlo ancora lottare per qualche stagione, con quel suo modo di correre inconfondibile, sempre all’attacco; speranza rinvigorita da un mondiale adattissimo alle sue caratteristiche apparecchiato per il prossimo ottobre. Lo sconcerto è palpabile e comprensibile: nonostante alcuni problemi di doping è inutile negare che corridori come Alberto spuntino una volta ogni cento anni, forse di più. Anzi, dopo la lunga sospensione comminatagli nel 2012 – privandolo di due grandi corse già vinte – era tornato a correre, imponendosi di farlo solo per il suo pubblico: spettacolo a ogni costo, come dimostrato alla Vuelta con la trionfale cavalcata verso la vittoria sull’Agliru, salita monumento, domata all’ultima recita.

Albertino si conceda dal ciclismo esultando sull’Angliru con lo sparo che l’ha reso celebre

Ecco a cosa si riferiva la Voce dal camino, ora capisco: gli illustri, dolorosi ritiri estivi, arrivati spesso a sorpresa in questo 2017. Chi saranno gli altri due annunciati ospiti? Uno sciabordio inaspettato attira il mio sguardo verso il bicchiere: uno spumeggiare improvviso di nuotatori, anzi di nuotatrici ne sconvolge il rosso placido. Vengo catapultato a Budapest: cesella 200 m straordinari nella vasca mondiale, lasciandosi alle spalle tutte le avversarie, compresa la mostruosa Katy Ledecky, alla prima sconfitta in carriera in una finale iridata. Per Federica, invece, è il settimo podio mondiale consecutivo sulla distanza; tre volte sul gradino più alto. Per poter guardare l’ultimo 50 mi era servita la maschera da saldatore, tanto sfavillava Federica nella sua azione. L’ombra  prosegue, uscita dall’acqua, ancora grondante: FRAN! “Sono i miei ultimi duecento metri”. Silenzio. Ora come allora ho la stessa faccia sfoggiata pochi istanti dopo dalla Ledecky sul podio: come se avessimo ingoiato il galleggiante della corsia. Va bene, Federica farà altro, altre distanze, ma i duecento senza di lei, pur ricchi di talenti strepitosi e cristallini, non saranno la stessa cosa!

Federica al suo settimo podio consecutivo sui 200 metri.  Accanto a lei, Kathy Ledecky non aveva mai perso una finale mondiale: si nota?

 

La testa è ancora pesante, le immagini si rincorrono: per un istante mi scordo il terzo visitatore, dopotutto nella stanza non ci sono altri segnali soprannaturali. Sbatte una finestra. Si è levata una brezza leggera, sfrangia i cumuli di neve, mi avvicino al vetro: la strana danza dei fiocchi sembra avere un senso! Il vortice forma una figura sciancata, superata da altre sagome guizzanti…la mente vola a Londra in un baleno.

Quando si aprono i mondiali di atletica, sappiamo già da tempo, che Usain chiuderà la carriera correndo qui i cento metri e la staffetta quattro per cento: le gare regine. Nonostante non fosse arrivato in forma smagliante, non si vedevano troppi profili candidati a rovinargli la festa. Per la gara individuale qualche problema avrebbero potuto darlo giusto Christian Colemann e Johan Blake, il serpentello nel seno caraibico – accreditati del miglior tempo stagionale. Ah già, e Gatlin: l’eterno Gatlin, preso tra una squalifica e l’altra, relegato nell’esterna corsia otto. La corsa, come sempre, si svolge in un baleno: tutti seguono , il Lampo esce bene dai blocchi, ma Colemann gli è subito davanti, Usain comincia a dispiegare la sua maestosa corsa lanciata: ora lo prende, lo prende! Invece no: dalla loro destra guizza Gatlin. I tre sono vicinissimi. Lo stadio è pietrificato, alcuni lunghissimi secondi di silenzio accompagnano l’attesa del fotofinish. Tutto precipita: il nuovo campione del mondo si chiama Justin Gatlin; Coleman è secondo; Bolt è di bronzo. Lo stadio è una bolgia di fischi – ricorda da vicino il Maracanà, quando vi si affacciò il discusso presidente Temer per inaugurare i Giochi carioca del 2016. Gatlin è in piedi, statuario, col dito sulla bocca a zittire tutti, si avvicina a Bolt e gli si inginocchia davanti, come a omaggiarne carriera e grandezza assoluta. Usain guarda lo stadio, come a dire: “Bimbi, che fate? State buoni!” e indica il reprobo, ora fresco campione del mondo; lo abbraccia come si farebbe con un fratellino discolo. All’uomo più veloce del mondo, per ora, l’uscita di scena ad effetto non è riuscita. Non riuscirà nemmeno qualche giorno dopo, nella finale della staffetta: con la Jamaica in lotta per il titolo, Bolt prende il cambio e si lancia verso il traguardo ma, dopo pochi metri, si ferma come se lo avessero morso ad una coscia, infortunio, niente medaglia. La carriera di Bolt si chiude sì in modo annunciato, ma comunque a sorpresa, nel suo stile: solo un bronzo nelle ultime recite.

 

Gli ultimi, zoppicanti, passi del Lampo

 

Che notte indimenticabile al Café. Resta da domandarsi quale sia il senso di questa Vigilia. Abbiamo ricevuto la visita di tre campioni capaci di lasciare la loro disciplina ben diversa da come l’avevano trovata: l’hanno dominata, amata, plasmata; la lasciano a un’oscurità illuminata da altri astri, forse più piccoli e più lontani di loro, ma comunque le uniche luci che, ora, ci si  possa permettere. Ma, dopotutto Ragazzi, stanotte si celebra il trionfo del nuovo, del vagito che squarcia la notte, dei cuccioli destinati a regnare. Domattina usciremo nelle strade per omaggiare i nuovi Soli, certamente già nati. Una nuova stagione ci aspetta quindi, tenendo sulle spalle anche e soprattutto l’esperienza e la nostalgia di questi Campioni: possiamo solo ammirarla neonata. E guardarci intorno, naturalmente.

 

Piché – al secolo Michele Polletta – nasce e cresce a Biella, corre a
Milano per studiare filosofia: per ora, è ancora lì. Vivace, loquace,
pugnace, iperattivo si dedica a una serie di sport che poi segue in modo
ossessivo, dal divano o dal vivo, comunque senza muovere un muscolo.
Alcuni sostengono che li racconti meglio di come li pratichi. Scrive, ma
soprattutto parla, parla, parla: poco importa che si trovi a scuola,
dove insegna, in un bar, o alla radio

Un commento

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    31/12/2017 at 07:02

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