Brindisi insoliti

Succede che, dopo aver percorso in lungo e in largo la Francia per più di tremila chilometri, l’inezia di trentunomila ulteriori metri diventi, se non decisiva, almeno fondamentale. Dopo aver affrontato il vento, attraversato pavé, essersi fatti lacerare i muscoli da brevi côtes e da lunghe salite alpine, massicce e centrali – lo so, quest’aggettivo non esiste, ma le salite sì, e sono quelle che contano – pirenaiche si debba sfidare l’orologio per definire una classifica lasciata ancora indeterminata da tutte quelle difficoltà. La cronometro di Espelette non ha il compito di incoronare il padrone del Tour ma, certamente, deve decretare l’ordine dei suoi vassalli: Geraint Thomas ci arriva in giallo, godendo di un margine di sicurezza su Tom Dumoulin e Primosz Roglic, ma questi due sono molto vicini tra loro e, soprattutto, devono difendersi dall’attacco di Christofer Froome, ormai più Campione Uscito che Campione Uscente, quantomai interessato a un posto sul podio.

Gli appuntamenti finali contro il tempo possono riservare sorprese: dopo essere stato il più battagliero sui Pirenei, Primoz Roglic non rispetta i favori del pronostico, e non riesce a difendere la terza piazza alla quale si era issato appena il giorno prima. Gli altri tre protagonisti attesi, invece, si danno una gran battaglia: Geraint Thomas vola nella prima metà del percorso, rischiando anche in alcuni frangenti, in un’occasione la sua bicicletta sbanda con la ruota posteriore, poi si calma un po’, arriverà comunque terzo di tappa e, naturalmente, indiscusso vincitore della classifica generale. Dumoulin e Froome picchiano fortissimo, la vittoria di tappa fa gola a entrambi: alla fine, tra i due c’è solo un secondo di differenza. Ma come si fa a capire l’importanza di un secondo, di un istante? Fortunatamente, alcune immagini di questa,combattuta frazione possono aiutare a fare un piccolo bilancio della Grande Boucle in generale.

L’azione di Chris Froome a cronometro è potentissima ed efficace, la faccia è quella cattiva e determinata dei giorni importanti, le gambe mulinano con potenza, il suo tempo, neanche a dirlo, è il migliore. Primos Roglic arriva dopo di lui, ma con un tempo alto, si passa subito a guardare oltre. Dumoulin e Thomas sono gli unici rimasti sul percorso. Il primo è campione del mondo della specialità, l’altro sta difendendo il risultato più importante della carriera, ma per la classifica generale non c’è storia, così resta solo la corsa per la vittoria di Dumoulin. Quando l’olandese arriva al traguardo, Froome è seduto sulla hot seat, la sedia di chi possiede il miglior tempo provvisorio. Quando Dumoulin taglia il traguardo i cronometristi televisivi commettono un errore: per qualche minuto non si riesce a capire chi sia il vincitore. I due sono vicino alla sedia del leader, tesi ma sorridenti, e cercano di capire quale sia il risultato finale, nel frattempo chiacchierano tranquillamente. Quando arriva il responso, Tom si scusa quasi col suo avversario che gli sorride e lo abbraccia. La determinazione con cui Froome ha inseguito la vittoria di tappa ha colpito Dumoulin e l’ha spinto a un timido “I’m sorry, man”. La prova di Chris Froome ha molti aspetti su cui riflettere: il clima nel quale ha tentato un’impresa enorme, l’accoppiata Giro-Tour, e l’eleganza con cui ha perso la sfida ha poco di comune. Dopo aver vinto il Giro con un’azione estremamente spettacolare, è arrivato al Tour con una forma meno incisiva rispetto agli anni scorsi: l’accumulare subito ritardo rispetto a un suo compagno di squadra di certo non l’ha aiutato. Il Tour 2018 segna uno spartiacque all’interno della sua carriera, anche se è difficile capire quali direzioni potrebbe prendere. Segnali importanti per il futuro anche quelli che riguardano il suo avversario diretto, ieri e al Giro: Tom Dumoulin. L’olandese ha concluso due grandi giri consecutivi, entrambi al secondo posto, perdendo il Giro con sciagurate scelte tattiche e dovendo combattere con una foratura veramente inopportuna al Tour – per lasciar perdere il discorso riguardante i secondi di abbuono: mentre Thomas li ha sempre cercati, Dumoulin non si è mai dannato l’anima per ottenerli. Se riuscirà a replicare questo stato di forma Tom è di sicuro la figura di riferimento per questo tipo di corse nell’immediato futuro, nonostante quest’anno abbia fallito per due volte il bersaglio grosso.

Mentre i due erano già nella tenda del leader, terminava la sua prova Geraint Thomas, a braccia alzate e con un grido. Pochi metri dopo la linea trova, a sorpresa, sua moglie: lei non gli aveva rivelato la sua presenza, perché in ogni precedente Geraint era caduto così, per tranquillizzarlo, gli aveva detto che sarebbe rimasta a casa: falsissimo, naturalmente, ma anche la malasorte si è lasciata abbindolare. L’entusiasmo per questa vittoria non si ferma qui, ne sono testimoni le lacrime durante le interviste di rito e l’enorme risonanza che ha avuto in Galles questo risultato, qualcuno dice il più importante dello sport gallese, anche se molti rugbisti storceranno il naso. La grande sicurezza e consapevolezza con cui questo risultato è stato raggiunto è davvero esaltante. Geraint ha gestito la corsa con grande maturità, per chi per la prima volta si trova in una situazione del genere, con tutta la pressione che comporta, non è facile. I suoi rapporti con Chris Froome sono stati oggetto di indagine giornalistica sin dal primo giorno, la coppia Sky ha avuto da subito gli occhi addosso, ora che la maglia è saldamente sulle sue spalle può rivendicare ancora una volta quel ruolo da coocapitano col quale è partito, prendendosi lungo la strada quello di capitano unico; viene da chiedersi come possa evolversi questo ruolo in futuro, se e quanto durerà la coabitazione con Froome, e soprattutto con tutti i giovani talenti che il Team Sky sta cullando; Team Sky che, se pure si è mostrato vulnerabile in qualche frangente, senza dubbio resta la formazione di riferimento nelle corse a tappe.

Queste riflessioni ci portano alla fine di questo Tour de France, l’arrivo sugli Champs Élysées, dove si chiude bottega con la volatona di Alexander Kristoff, e coi brindisi di rito, dove emergono tutti i protagonisti della corsa: anche se le due immagini più belle ce le regalano ancora loro, Chris Froome e Geraint Thomas. I due brindano, per la prima volta, a ruoli invertiti: Froome con la sua casacca normale, e Thomas in giallo. Quando hanno finito di bere, la maglia gialla di guarda attorno smarrita, col bicchiere plasticoso in mano: Froome glielo prende con un sorriso e lo porta all’ammiraglia; taglieranno assieme anche il traguardo finale: Thomas con un braccio alto, Froome lo applaude, l’idillio prosegue sul podio, tra strette di mano e sinceri complimenti, in una cerimonia in cui anche Dumoulin si prende il suo spazio, suggerendo a Thomas il nome di un compagno, dimenticato nei ringraziamenti. Sui Campi Elisi c’è gloria per tutti. Chapeau messieurs, et au revoir.

Michele Polletta | Piché Café

Piché - al secolo Michele Polletta - nasce e cresce a Biella, corre a Milano per studiare filosofia: per ora, è ancora lì. Vivace, loquace, pugnace, iperattivo si dedica a una serie di sport che poi segue in modo ossessivo, dal divano o dal vivo, comunque senza muovere un muscolo. Alcuni sostengono che li racconti meglio di come li pratichi. Scrive, ma soprattutto parla, parla, parla: poco importa che si trovi a scuola, dove insegna, in un bar, o alla radio

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