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Breve intervista a una barockstar: Gabriele Frasca

Ventuno marzo, giornata mondiale della poesia istituita dall’Unesco. Per i poeti, una giornata come tante, giacché l’attenzione che pongono su quest’arte è – o quantomeno dovrebbe essere – viva tutto l’anno. Per gli altri, il pubblico interessato – per la gran parte scriventi versi, va detto – un’occasione per ascoltarne, di leggerne, insomma di fruirne.

L’interesse che questa ricorrenza genera sulla poesia è tale da smuovere anche quelle istituzioni che, durante l’anno, poco o nulla prestano alla più alta forma espressiva legata alla parola. Se la celebrazione della poesia non fosse, nella maggior parte dei casi, ridotta alla stregua di quella che si può riservare all’amore per S. Valentino – chissà se non sia invece auspicabile che sempre più si somiglino, almeno le librerie sarebbero davvero invase alla stessa guisa dei ristoranti – si potrebbe esserne felici.

Quest’anno, però, ammetto che felice lo sono stato eccome, in quanto ha tenuto, all’Università degli Studi di Firenze, una lectio poetica dal titolo “Dolce Stil No” uno dei poeti più acuti della poesia italiana contemporanea: Gabriele Frasca. Autore poliedrico, certamente trasgressivo quanto sperimentale, Frasca è un punto di riferimento per chiunque creda nell’oralità quale funzione inscindibile dalla poesia. Una posizione, questa, supportata dalla forza del ritmo che la sua poesia possiede: riferimento indiscusso delle “forme fluide”, il poeta napoletano si serve ampiamente della metrica proprio per la sua funzione memoriale, come mezzo di rapido apprendimento per chi ascolta, o legge, le sue opere.

Una poetica, dunque, perfettamente orientata all’esecuzione vocale giacché il contenuto delle sue poesie è coerente con la forma: il preponderante tema barocco del fluire del tempo, che ha per l’umano il ritmo preciso e scansionato degli “orologi”, è supportato da un linguaggio contemporaneamente aulico e pop. Non è però questa la sede per un’analisi della poetica fraschiana1. Mi limito invece a riportare qui alcune risposte ricevute personalmente al termine della lectio: l’intervista non intende fare il punto su una specifica questione attorno alla poesia. Piuttosto, mira a riassumere il pensiero del poeta e traduttore in riferimento a poesia e nuovi medium, voce compresa.

Il ‘900 segna il recupero importante dell’oralità dopo meno di due secoli di silenzio, eppure c’è ancora molta resistenza da parte di una certa generazione di poeti nonché dell’accademia, nonostante la poesia sia un’arte che, in primis, ha abitato la voce. Questa ostilità è dannosa.

Sì, vi è una forte resistenza accademica, un pregiudizio esplicito che deriva dalla scarsa frequentazione della fin troppo necessaria e altrettanto negletta filologia dei mezzi. Pensare che i testi galleggino nei loro supporti e non ne siano invece determinati, è un logoro strascico idealista che non ha mai smesso di frusciare nelle aule universitarie. Ignorare che la poesia non è un genere letterario ma il medium della cultura orale, e la traccia della sua sopravvivenza anche in piena civiltà della scrittura, equivale a schiacciare l’intera storia della poesia su una sua fase relativamente recente, e nemmeno troppo gloriosa. Ma a parte questo, resta il fatto che il nervo scoperto della poesia, oggi, e praticamente in ogni dove del sistema letterario occidentale, è che la sua fruizione sembra ridursi alla sola delibazione degli addetti ai lavori per l’appunto accademici, e dei loro allievi più o meno convinti. Persino negli USA, che avevano pure goduto un paio di generazioni fa dell’esperimento a cielo aperto della beat generation. Ora, il difetto principale dell’Università, per quanto riguarda la poesia, è quello di creare o una schiera di tetragoni difensori della lettera del testo, totalmente disinteressati al suo spirito (per riprendere la vecchia dicotomia paolina), o un gruppo ristretto di più o meno bravi commentatori, per lo più riciclatori di commenti altrui, perché le bibliografie vivaddio vanno onorate, così come la vecchia pratica adolescenziale del citarsi (ed eccitarsi) a vicenda. Agli uni e agli altri come funziona una poesia, come sia cioè in grado di rimettere ciascuno di noi in funzione, non interessa praticamente nulla. Possibile che la Commedia sia stata scritta da Dante fra le mille traversie del suo esilio soltanto per far fiorire gli studi di filologia dantesca, o per consentire a qualche studioso un po’ più scapricciato squisite ricostruzioni più o meno romanzate? Duole dirlo ma non c’è luogo più dell’Università dove si prenda meno sul serio, non solo la poesia, ma ogni forma di testo letterario. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Oh certo, a nessuno si nega un’edizione critica, persino ai viventi, e ne ho recentemente persino io scansata una per il rotto della cuffia. Di saggi poi ve n’è per tutti. Ma qual è la necessità, quale l’urgenza? Un titolo valido per un concorso nella bibliografia dello studioso di turno, o la trasmissione di un sapere che generi consapevolezza e quindi nuova ricerca? L’accademia così sprofonda in se stessa. Non è un caso che il livello medio di scrittura degli studiosi attuali sia così depresso. Anziché preservare il patrimonio linguistico, che prevede per la varietà scritta di una lingua un certo numero di registri, la tendenza è quella di scrivere per essere compresi a colpo d’occhio, come se ci si rivolgesse a dei lettori di rotocalco. Ma ritenere i nostri studenti solo parzialmente alfabetizzati è in verità una scorciatoia per lavorare di meno sui nostri saggi. È roba da studiosi in batteria. Ed è così che si decreta la morte di una lingua. Nella poesia del resto si riscontrano sempre i primi sintomi del malessere di una cultura.

Fortunatamente vi sono mezzi e format grazie ai quali la poesia contemporanea riesce comunque a imporsi alla massa, considerata come il pubblico che di norma non legge poesia, giacché chi, al contrario, ne legge, è la nicchia della nicchia dei lettori. Tu, per esempio, hai appena intrapreso, insieme a Lello Voce, al musicista Frank Nemola e all’autore di fumetti Claudio Calia, questa nuova avventura chiamata Canzoniere, e però ammetto sono rimasto un po’ perplesso nella scelta di accompagnare un medium ormai vecchio (il libro) con uno in disuso (il cd audio).

Comprendo il punto. In questo caso è stato l’editore a volere il formato libro+cd sul quale in principio nutrivamo dei dubbi, e proprio perché consci che il compact disc è un mezzo potenzialmente percepito come più vecchio del libro stesso. Ci hanno però convinto le motivazioni di chi, giustamente, ragiona anche in termini di riconoscibilità del prodotto. Squilibri ha voluto dunque creare quello che è di fatto un “packaging” di un lavoro che avrebbe anche potuto essere solo digitale. Libro, tavole e cd, altro non sono che i gadget che accompagnano l’incontro fra le tre autorialità previste dalla collana: il poeta-performer, il musicista e l’autore del fumetto poetico. Se vuoi però il mio parere alla luce dei volumi apparsi, non posso negare che il nostro editore aveva ragione. Nell’epoca digitale non è più in questione trovare quello che si cerca, perché tutto è a disposizione: ma sapere che cosa cercare. Ogni volume di Canzoniere si erge fortunatamente come uno scoglio nel gran mare di un sapere troppo fluido.

Vista così, ha molto senso. In effetti gli autori che intendete pubblicare sono noti per essere dei validissimi performer che girano molto nei loro paesi con i propri spettacoli di poesia e spoken music. A proposito, ci si chiede spesso se quest’ultimo possa essere considerato un genere musicale.

Genere o non genere non è il punto. Il punto è che gli artisti sono portati a collaborare tra loro, qualunque solitudine è coatta, difficilmente è ricercata. Forse la spoken music soffre di un ritmo già codificato, e dovrebbe perseguire invece quello che è nel suo stesso codice genetico, ovvero sonorità sempre nuove, e un uso della voce macchinata più capace di fondersi con l’elemento musicale. Penso a quella sorta di elettro-aspirazione della voce nei brani recenti di Mark Pritchard, e prim’ancora a quella palestra di vocalità inusitate che sono stati i mai troppo rimpianti Coil.

Tu hai sempre sostenuto che il tuo utilizzo della metrica sia funzionale alla memorabilità, che certamente non può non essere duplice, ossia per l’ascoltatore e per il poeta. Eppure ti si vede più spesso leggere che recitare a memoria. In questo senso Rosaria Lo Russo sostiene che la lettura abbia meno limiti della declamazione a memoria giacché questa tende a cristallizzare la performance, mentre la lettura permette al poeta di essere più libero nella gestione del testo e della voce.

Certamente la performance a memoria, come sostiene giustamente Rosaria Lo Russo, ha il difetto di fissare un determinato modus operandi per la trasmissione in voce di quel testo. Da questo punto di vista la lettura di un testo lascia più libertà al performer di abbandonarsi allo spirito del momento. Del resto ci troviamo in un’epoca di oralità secondaria, e farsi attraversare dallo spirito poetico in una sorta di moto di possessione del corpo, secondo quella che il giovane Platone chiamava theia moira, non avrebbe decisamente senso.

Eppure ritengo che proprio la metrica possa essere un fattore decisivo: con un ritmo prestabilito, anche a memoria il poeta-performer potrebbe gestire, alla stessa guisa del lettore, il testo senza stabilire a priori un’esecuzione fissa.

Sì, credo proprio tu abbia ragione. In questo senso la metrica può essere una base mnemonica che non cristallizza la performance, perché il tempo può essere dilatato. Del resto penso che la presenza del pubblico sia il fattore principale nel sistema di pause che si adottano quando si eseguono dei versi. Persino con un testo metrico memorizzato si può effettivamente ovviare al rischio di cristallizzazione delle perfomance, perché si possono tenere salde delle modalità esecutive e gestire al contempo altri elementi performativi in presa diretta. Pure io, confesso, spesso fingo di leggere: ho il testo sotto mano, ma lo guardo molto meno rispetto a ciò che sarebbe richiesto se non lo stessi recitando in verità a memoria. Eppure sono consapevole di cambiare ogni volta anche in quelle occasioni il tipo di recitazione in base alla risposta dell’audience. Una performance è una poesia in atto, che risente di tutti gli attori che a pari diritto, esecutori o uditori che siano, fanno in quel preciso momento la poesia. Prim’ancora che lo diventasse la radio, a detta del giovanissimo Arnheim, è stata la poesia l’autentica arte dell’ascolto.

1 Per chi fosse interessato, su tutti si veda Afribo A. (2007), Poesia contemporanea dal 1980 a oggi, Carocci, pp. 87-110; Alfano G. (2016), Il mobile volere, in Frasca G., Lame, L’Orma, pp. 415-33; Donari R. (2016), Macchine per il riposizionamento dei sensi, in Frasca G., Lame, L’Orma, pp. 435-455.

Nicolas Cunial

Nicolas Cunial è nato a Mendoza (Argentina) il 17 ottobre 1989, ma vive in Italia dall’età di un anno. È poeta-performer e scrittore, nonché slammer di lunga data e tra i più apprezzati in Italia. Nel 2011 pubblica il racconto lungo Grigio tipo settembre, che presto fa ritirare dalle librerie. Nel 2012 inizia la sua carriera poetica pubblicando per Edizioni La Gru la silloge Pillole di carne cruda. Del 2013 è invece la raccolta di poesia Carie di città, sempre per Edizioni La Gru, mentre nel 2015 è la volta del poema Il sosia zero, pubblicato col medesimo editore. Nel 2016 esce per David&Matthaus il romanzo L’innocenza della fuga. Sue poesie sono state tradotte in inglese, spagnolo e russo. È stato finalista per due volte consecutive al concorso Coopforwords, nel 2013 e nel 2014, ed è stato quindi inserito nelle rispettive antologie Le mele di Eva e Spesa finita, si torna alla vita?, pubblicate dalla Coop. Lo si può leggere in altre antologie quali: Guadagnare soldi dal caos, Pop, 2013; Uno punto due, Samuele editore, 2015; Ninniamo. Ninne nanne per dire sogniamo, Millegru, 2017. Ha partecipato come slammer alle finali del Campionato italiano di Poetry Slam nel 2014, 2016 e 2017, e come eMCee alle finali del 2015. Tra i fondatori della LIPS – Lega Italiana Poetry Slam, ne è stato il vice Presidente dal 2014 al 2016. Tutte le sue opere sono rappresentate dall’Agenzia Letteraria Edelweiss. Nel 2017 crea Novæquipe (insieme a Sander Marra, Arby Marra, Cristian Mindrila e Viola Pistone) con cui produce videopoesia e spoken music. Nello stesso anno, fonda il collettivo fiorentino di poesia orale Fumofonico.

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