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Boito e Buzzati per un governo della repubblica iailatana

Solitamente una immagine al rallentatore ci informa di due cose: che vogliamo vedere meglio o che vogliamo enfatizzare. E solitamente l’azione connota un effetto enfatico o sarcastico. Basti prendere due esempi televisivi abusati: il replay dei goal nel calcio (appunto un re-play, uno giocare-guardare nuovamente) e lo slow-motion delle “papere” (quasi una slow emotion, una emozione da godersi più gaiamente). Blob ne ha fatto un marchio di fabbrica e paradigma culturale. Chi ha visto la puntata di venerdì scorso 13 aprile, difficilmente avrà resistito serioso di fronte alla scena del Cavaliere che inciampa dopo un comizio a Isernia, episodio condito da una musica surreale e sinfonica, goffamente stridente con una rovinosa caduta. Cavaliere era anche Drogo (anagramma di “godrò”, si perdoni l’aggiustamento tonale), protagonista de “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati. Un cavaliere sfiancato non dai movimenti, dalle missioni, ma dall’assenza di esse, dalla rarefazione dell’utilità umana a servizio del servizio (militare). Una vita intera ad aspettare di godere (godrò?): tendenza simil-generazionale d’accumulamento di fronte allo sgretolamento del tempo; compiamo azioni inversamente proporzionali a quelle naturali, per contrasto, freno.

Operazione simile e artistico-politica è Iailat” di Iginio De Luca, “esposta” fino al 30 marzo scorso al “Sound Corner” dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Nessuno avrebbe riconosciuto l’opera sonora senza il suo titolo, e il titolo senza la didascalia. E non per mancanza di elementi cui aggrapparsi (come il Cavaliere al candidato Governatore) nella fruizione dell’opera, ma per il cosciente effetto di straniamento e totale perdita di significato, nonostante la probabile acquisizione d’un senso nuovo (senso anche come visione, oltre che udito). De Luca ha preso l’inno d’Italia (nella sua esecuzione diretta da Harding nel 2010 a La Fenice di Venezia) come un atomo e l’ha scisso in particelle subatomiche per studiarne la composizione. E se una rosa potrebbe essere ancora rosa senza il suo nome, un elettrone non può essere un atomo, una parte per il tutto, bensì soltanto una parte che partecipa a quel tutto, a quella unità. Nel panorama politico attuale, cui l’opera si lega indissolubilmente, ognuno è solo una parte e si crede il tutto, mentre il tutto – bene supremo – assurge a parte (trascurabile).

A bocca aperta nella stanza vuota si ascoltava “Iailat” (anagramma di Italia, come abbiamo fatto con la parola “Drogo”), chiedendosi: a cosa mai appartiene questa sinfonia? “Fratelli d’Italia” è ancora l’inno, la musica, la composizione di Mameli? Non esattamente. È mugghio, ruggito, fruscìo, messaggio? È una scissione, è suono al microscopio; dilatamento sconfinato della melodia fino a perderne le tracce, a non percepire l’armonia della intera composizione. Eppure, a ben sentire, quella costituisce a sé anche una sinfonia inedita. De Luca ha forse inventato una maniera per comporre nuove opere musicali senza incorrere in plagio? Cosa diventa un “sol” rallentato fino allo stiramento della nota? Cosa addiventa una democrazia stirata fino al rallentamento dei suoi processi? «Si aspettava adesso una speciale voce di tromba, il segnale di “grande allarme”, che i soldati non avevano mai avuto il bene di udire. Nelle loro esercitazioni, fatte fuori dalla Fortezza, in un valloncello riposto – perché il suono non raggiungesse il forte e non succedessero malintesi – i trombettieri durante i placidi pomeriggi di estate, avevano provato il famoso segnale, più che altro per un eccesso di zelo (nessuno certo pensava che sarebbe potuto servire). Ora si pentivano di non averlo studiato abbastanza; era un lunghissimo arpeggio e saliva a un estremo acuto, qualche stonatura sarebbe probabilmente venuta fuori».

Non è un caso che su “Repubblica” (per citare un esempio”) domenica 8 aprile scorso il giornalista Claudio Tito abbia scritto, con metafora musicale, del «minuetto cui stiamo assistendo» per affrontare il problema dello stallo delle consultazioni post-elettorali italiane, «fino a quando, appunto, il loro orizzonte non assumerà un ritmo – almeno temporale – più chiaro». Non è nemmeno un caso che questa stessa installazione sonora di De Luca abbia prima ri-suonato il 4 marzo in un “blitz” fuori da alcuni dei seggi elettorali. Che effetto ha prodotto sugli elettori ascoltatori, sugli ascoltatori eletti? “Iailat” pare un lamento o un suono interstellare, lontanissimo da noi, eppure è solo il tempo ad essere rallentato, insieme allo spazio. Ad un incontro di martedì scorso 10 aprile alla libreria “Assaggi” di Roma si è parlato degli “Scapigliati” e di Arrigo Boito, poeta autore del libretto di un“Otello” verdiano caratterizzato da una differenza sostanziale con chi s’era cimentato prima nell’opera: di fronte alla vendetta del protagonista per ristabilire l’ordine precostituito, non vi è alcun nuovo ordine postcostituito, venturo. A cosa è servito dunque il gesto? Il gesto d’una matita indelebile a chi serve se non produce alcun nuovo effetto immediato? Causa un effetto dilatato, questo sì, ma dilaniato, irriconoscibile: una democrazia che esonda dal suo letto. De Luca, artista abituato a messaggi poltici, ci aveva avvisati: non sarà una marcia trionfale, forse un tonfo a marciare lungamente. Non sarà la stessa musica. Dalla sua installazione allo stallo: verrebbe da chiamarla stallazione sonora. È il tempo in cui la musica non è ancora sinfonia e già più non è suono. L’esito delle elezioni non è ancora governo, ma certamente già non è più la musica che avevamo chiesto. Chiude le consultazioni ancora Buzzati: «c’era in quel suono una specie di ostinata fatica, una difficile cosa da dire che non si riesce a dire mai». Il Presidente della Repubblica d’Iailat s’aggira per la Fortezza in cerca d’una soluzione: perché non sia una guerra a risvegliare i suoi concittadini iailatani.

Simone Di Biasio

Simone di Biasio è nato a Fondi, in provincia di Latina, nel 1988. È giornalista pubblicista e laureato in Comunicazione a “La Sapienza” di Roma. Ha esordito con la pubblicazione di Assenti ingiustificati (Edilet, 2013; prefazione di Claudio Damiani), insignito del Premio “I Tredici” del Centro di Poesia di Roma e del XXX Premio Alfonso Gatto per l’opera prima. Si occupa dell’ufficio stampa della rivista di poesia online Atelier. È socio fondatore e Presidente dell’associazione culturale Libero de Libero che ha ideato il Festival di poesia contemporanea verso Libero.

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