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“Besitzloseliebe”. Il carteggio Rilke-Cvetaeva tra amore oltre l’amore e poesia senza poeti.

Besitzloseliebe”. Il carteggio Rilke-Cvetaeva tra amore oltre l’amore e poesia senza poeti.

 

“E in primo luogo […] dirò che questo dio è un poeta così sapiente da rendere poeti anche gli altri. Infatti, ognuno diventa poeta, non appena Eros lo tocchi, anche se prima era estraneo alle Muse”.[1]

Nelle parole di Agatone, quelle che nel Simposio precedono quelle di Socrate, la civiltà occidentale sembra trovare il nocciolo di molte sue impostazioni basilari, prima fra tutte quella concernente il legame tra amore e poesia. In un binomio che perdura tutt’oggi – tanto da rendere la poesia d’amore la poesia tout court – l’amore e la poesia vengono a collimare, a dar nutrimento l’uno all’altro. Sono una poesia e un amore – e sarà Socrate a palesarlo nella disarmante limpidezza della sua dialettica – che celebrano l’oggetto da loro posseduto o desiderato, esorbitandone i dettagli e le emozioni, prestandosi a definire il perimetro della voce riguardo l’amato. Io celebro perchè possiedo o voglio possedere ciò che amo. Esiste però un’altra possibilità di interpretare questo rapporto, ovvero l’essenza non divina e stabile bensì fluttuante e non possessiva dell’amore, definito da Platone come “demone”. Un amore “demoniaco” o “demonico” che non ha nulla ma che va alla ricerca di ciò che non ha, che nulla afferra se non la sua povertà, e di conseguenza una poesia che non pretende definire ma indicare: tutto questo è il daimon Eros che poi, nel lungo discorso di Diotima riportato da Socrate, viene a configurarsi più come una qualità dello sguardo capace, nella rinuncia del possesso dell’amato, di penetrare a fondo nella verità del mondo e del reale, fino al mondo delle Idee. Un amore, questo, che sfonda il limite rappresentato dall’altro e che si propaga da quella soglia verso tutto ciò che è alle spalle dell’altro. Un amore, questo, “disumano” perché oltre il nietzschiano “troppo umano” desiderio di stringere e possedere l’amato, perché rispettoso fino all’eccesso della libertà altrui che già il semplice sguardo desiderante limiterebbe. Della poesia di Agatone, però, Socrate non parla, e di quella così importante somiglianza fra poesia e amore si perdono le tracce.

 

A riprendere su corde affini il discorso saranno due poeti della prima metà del Novecento, in un carteggio tanto breve quanto luminoso. Rainer Maria Rilke e Marina Ivanovna Cvetaeva rappresentano la somma espressione di questo amore oltre l’umano, di questa Poesia senza poeti. Il primo riflette la “dottrina dell’amore” socratica, ovvero il progressivo abbandono del limite rappresentato dall’amato per arrivare gradualmente ad un livello visivo capace di penetrare la fibra intima del reale, in quella che Mario Specchio chiama Besitzloseliebe (amore senza oggetto né possesso)[2] grazie alla quale è possibile colmare la dispersione e ricomporre i frammenti dell’età moderna per cui la natura è separata dall’uomo. Le figure di Gaspara Stampa, di Louise Labè, di Bettina Brentano, di Marianna Alcoforado e di Saffo, delle grande amanti che possono proclamare:

“Non è tempo che amando

resistiamo all’amato, ce ne liberiamo, tremanti:

come la freccia resiste alla corda per essere, raccolta

nel balzo, più di se stessa”[3]

 

rappresentano per Rilke il modello etico ed estetico (in lui le due cose si eguagliano) con cui confrontarsi. Il loro amore, così come quello del Figliol Prodigo nelle pagine dei Quaderni di Malte Laurids Brigge, che non ha un bersaglio netto da individuare nella figura dell’amato, è spazio terso per il passaggio fraterno della natura, energia non incanalata nella foga del possesso ma dispersa nell’abbandonarsi ad un abbraccio più grande, è accoglimento, apertura di un Aperto. Lo stesso poeta-amante Orfeo, dopo essere comparso nel 1906 nelle pagine delle Neue Gedichte nel momento di voltarsi per possedere (perdendola) Euridice, subirà nell’opera di Rilke lo stesso procedimento di sublimazione tanto da essere, nei Sonetti a Orfeo del 1922, colui che può ricomporre nell’abbandono la perdita.

 

Questa ascesi dal possesso – che rende, come si vedrà fra un attimo – disumano questo amore è anche ascesi dalla propria personalità. La Cvetaeva, già nella primissima lettera inviata all’amato Rilke nel maggio del 1926, è pienamente familiare con questa doppia separazione del poeta da se stesso e dall’amata. Lo chiama “incarnazione della poesia […] poesia stessa” e, poco dopo, insiste nel sottolineare che “non si tratta dell’uomo Rilke ( uomo: ciò a cui siamo condannati), ma dello spirito-Rilke”[4]: la Cvetaeva sta parlando con Orfeo, lo stesso Orfeo che ha appena perso e riguadagnato Euridice. Ed Orfeo risponde a suo modo. Rilke invia, dopo un paio di lettere, una vera e propria Elegia, una ideale undicesima elegia duinese, in cui il discorso sulla poesia e sull’amore tocca il punto di massima intensità. A confermare il fatto che lo sguardo di Rilke, a questa altezza, si pone oltre il fenomenico, è la ricorrenza orfica dell’immagine del centro del cerchio, ipostasi figurativa di quell’Iperuranio che la poesia e l’amore tentavano di raggiungere. Tutto è attratto per gravità da quel centro:

 

“Già tutto è sempre compreso nel tutto.
Così pure chi cade la sacra cifra non riduce”[5]

 

La traiettoria umana, contingente, incarnata, del singolo essere parte da quel centro e a quel centro deve tornare. “Nulla ci appartiene”, non l’amato, non il possesso. I poeti sono paragonati a movimenti inesauribili che dal fuori portano al centro:

 

“Onde, Marina, noi mare! Abissi, Marina, noi cielo!”[6]

 

Queste sono parole non dell’uomo-Rilke, non della donna-Cvetaeva. Sono parole di chi ha rinunciato alla sua personalità per essere specchio in cui il respiro sottocutaneo dell’Essere e della vita possa emergere con più evidenza. Sono parole di Nessuno, di chi ha fatto la propria dizione un ascolto di un rumore primigenio (in tedesco Ur-geräusch) che contiene il timbro ultimo delle cose. La voce del poeta è diventata un orecchio, il suo amore un annullamento, della sua volontà di

possedere l’altro, di se stesso.

Quando si pensa che la poesia parli “per tutti” forse bisognerebbe anche pensare che parli “per nessuno”, ricordare la sua disumanità a tratti sconvolgente. Dietro questa poesia c’è il lavoro di una voce fatta ascolto, la riduzione al puro nulla di una dizione  che afferma controlla afferra, la volontà di andare oltre l’amore per amare veramente. Se questo poi sia in contrasto, per dirla con Celan, con una poesia attaccata “alle proprie date”, più nota che suono, più storia che essenza, è questione troppo grande, persa ancora fra le righe inesauribili del Simposio.

 

 

 

 

[1]   Platone, Simposio, 196 E

[2]   Rainer Maria Rilke, Lettere su Cezanne, Passigli, Firenze, 2001, p.19

[3]   Idem, Pima Elegia, in Poesie (1906-1926), Einaudi, Torino, 2014, p.281

[4]   Marina Cvetaeva-Rainer Maria Rilke, in Lettere, SE, Milano 2010, p. 11

[5]   Ivi, p. 39,  lettera dell’8 giugno 1926

[6]   Ibi.

Michele Laurelli

Nato nel 1991 ad Albenga (SV), mi definisco curioso, ambizioso, creativo e passionale. Appassionato di comunicazione. Perfezionista ed ossessionato dal controllo. Incorreggibilmente romatico. Instancabile viaggiatore.

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