Quando Battisti coi sorrisi ci faceva le omelette

 La vita è il frutto di un grande rimpianto continuo che se insito in noi diviene ossessione. E con le ossessioni uno spartisce, quantomeno, molti pomeriggi. Il periodo Battisti-Panella è stata la vetrina intonsa di una grande occasione che la musica italiana, la poesia italiana, la letteratura italiana, la cultura italiana, la società italiana ha avuto. Un periodo divenuto prima rimpianto. Poi, una volta sfumato, ossessione.

Nel 1980 Lucio Battisti getta l’àncora. Iniziano gli anni del silenzio. Pratica windsurf sul lago di Garda assieme ad Adriano Pappalardo, ha i capelli poco più corti. Mogol nel frattempo inizia una collaborazione con Riccardo Cocciante. Battisti non è finito e decide di fare il pieno di benzina in un impianto a diesel; decide cioè di lubrificare i sistemi d’iniezione della sua musica con il rischio di danneggiare e scassare iniettori, valvole, pistoni e filtri. Ma certi tipi di viaggi iniziano solo in due. Nel lato passeggero, di fianco, con la sigaretta nella bocca, siede Pasquale Panella (uno che scrivendo se sbatti un addio, c’esce un omelette/ le cosce dorate van fritte/ coi sorrisi fai croquettes/ e tu dici ancora che non parlo d’amore?, getta nel cestino dell’umido metà lavoro di Mogol).

Questo periodo che va dal 1986 al 1994 e che comprende cinque album che appaiono ogni due anni è stato uno dei periodi più folgoranti della musica italiana. Cinque album di violenza incendiaria: Don Giovanni (1986), L’apparenza (1988), La sposa occidentale (1990), Cosa succederà alla ragazza (1992), Hegel (1994). E’ come se da lì in poi una masnada di cinque elefanti scalzi fosse entrata senza bussare nella cristalleria di quella Italia. Il cambiamento è drastico, le basi elettroniche si rifanno al new wave estero e il jazz assume delle tinte siderali. L’incastro coi testi è da cineteca. Sono album che servono a grattare il prurito mai soddisfatto della musica leggera nostrana.

E, esagerando come non si dovrebbe mai fare, sono album che tolgono la terra da sotto i piedi alle poetiche sperimentate negli ultimi trent’anni di poesia contemporanea, a tutte quelle avanguardie mai diventate tali, a tutti quei movimenti a cui si associava il prefisso post quando non si sapeva bene di cosa si stava parlando: postmoderno, postrealismo, postpop. Spesso, per comprendere le radici di quei testi, si è fatto riferimento alla poesia americana e inglese modernista (certo, Panella non ha mai negato l’influenza di Eliot), o ancora all’influenza delle religioni indiane, dei surrealisti, dei dadaisti. Il problema è che Pasquale Panella sfila via il cappello a tutti e mentre scrive impazza. Pezzi come I Ritorni o Timida molto audace sono testi ciclici, con dei tornanti impressionanti, che si perdono in loro stessi, ma che hanno una precisione, una tensione armonica di fondo perfetta.

I testi di Pannella costringono all’inquietudine lo spettatore (perché di spettatore, più che di lettore, si tratta). Il linguaggio è padroneggiato da un demonio bambino, disinteressato. Trasferisco da te tutti i fiorai/ è più facile a dirsi, e infatti te lo dico, scrive ne La sposa occidentale. E continua: alzo con le mie leve tutti i binari e, senza alcun disagio di viaggiare in discesa/ scivolano da te tutti i vagoni/ Detto così è semplice e infatti lo è detto così. Pannella getta mille pietre addosso a chi ascolta, poi ritrae la mano e scompare.

Le copertine dei dischi sono acquerelli realizzati da Battisti negli anni, sempre più minimali, scialbi, essenziali. Una finestra, una cornice, una lettera (la E, per l’album Hegel), quattro lettere appuntate (C.S.A.R., in Cosa succederà alla ragazza). Tutto su uno sfondo bianco, inchiodato nel nulla, perché tutto sia sfrondato dalle chincaglierie dell’inutile, sia scevro da qualsivoglia dietrologia, sia immaturo; come a dire che di questi album contano le tracce, i testi svuotati dall’interno, l’irreale atmosfera, i gusci vuoti che restano. Tutto, in questi dischi, è messo al servizio di un arte che sia per l’arte, che si disinteressa di se stessa come di chi l’ascolta. E’ come se in questi cinque album la coppia Battisti-Panella avesse consumato tutta l’avanguardia a disposizione, avesse sparato tutte le cartucce bucando il lenzuolo bianco di ogni possibile altro futuro. Inventato l’inventabile, senza lasciare nemmeno le briciole di una torta.

In una intervista Panella definii quei dischi come la dimostrazione che la dolcezza ha bisogno di essere inascoltabile per essere percepita nel migliore dei modi. L’illusione, dice in quella intervista, è che lui sia stato un guastatore, un infiltrato, o stupidamente, un eroe, nella musica italiana. Cos’altro c’è da aggiungere?

 

 

 

La sposa occidentale, in La sposa occidentale, 1990

Non dobbiamo avere pazienza, ma

accampare pretese intorno a noi

come in un assedio, ed essere aggrediti

dalle voglie più voluminose:

un fiore, che è un fiore,

io non te l’ho mai portato

vuoi improvvisato, vuoi confezionato, ma

trasferisco da te tutti i fiorai,

è più facile a dirsi,

e infatti te lo dico.

Ti piacciono i dolci

ed io sul tuo terrazzo impianto

un’impastatrice industriale

che mescola e sciorina la crema per le scale.

Se tu ti vesti, io sul tuo balcone

faccio calare in forma d’indumenti,

tutti i paracaduti ed un tendone bianco da sceicco

e la sua scimitarra per fermaglio

ed è più facile a dirsi che a dimostrarlo falso,

e infatti te lo dico perché non basta il pensiero.

Vuoi prendere un treno di notte

pieno di paralumi e di damasco per dormire,

sennò a che serve un treno:

alzo con le mie leve tutti i binari

e, senza alcun disagio di viaggiare in discesa,

scivolano da te tutti i vagoni.

Detto cosi’ è semplice e infatti lo è detto cosi’.

Ti lascio immaginare cosa succederebbe

se tu volessi bere, se tu volessi nuotare,

se tu volessi l’ultimo centimetro di cima

del monte che ti pare

per farne niente o per otturare

un buchetto qualsiasi in fondo a un mare.

Trascurando il tempo ed il riso

tu escludi le risorse più abusive

che sono state mai precise come

sul tuo bel viso rilassato ed inespressivo.

Se nulla capivo, qui tu finalmente

nulla lasciavi germogliare sulla brulla,

paradossale, tra noi terra infondata,

dove sono i leoni,

ammattiti e marroni,

lasciando immaginare

la sposa occidentale.

La sposa occidentale che sembra quasi ridere

e invece lei respira,

quasi piangere, ma gira

dall’altra parte il viso, ma ritorna

portando sue notizie inaspettate;

amando tutto ciò che adora,

chiama con nomi fittizi le cose:

così, semmai, le rose

son spasimi, per ora.

 

One Comment

  • Claudio

    20/11/2017 at 00:59

    Eccezionale! È la prima volta che leggo,a distanza di quasi 20 anni dalla sua scomparsa,una recensione così positiva del periodo con Panella. Da parte mia,sono stati 5 lp unici ed inimitabili. Mi ha fatto un piacere infinito,grazie Gaetano. Hai reso giustizia al numero uno della musica italiana…E non solo!

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