Basta con questi Pasolini

 

È pandemia.

Si sta allargando a macchia d’olio questo morbo che ci vuole ancora una volta qui armati di fucili e forconi, in cuore pagine e pagine di codici etici e morali, per lanciarci all’inseguimento della preda, del lupo, dell’orco. Per farne carne da giornale, carne da cannone. Sulla nostra strada, prima, il mostro Wenstein, adesso, invece: Kevin Spacey.

Ma cosa stiamo difendendo? Cosa stiamo attaccando? Siamo davvero di fronte a una diffusa riflessione sul maschilismo, sugli imperi da caporalato? Ci troviamo di fronte allo scoperchiamento di un sistema sempiterno o è solo l’ennesima furia collettiva e popolare che ci fa baccanti pronte al massacro?

Intorno tutto un viavai di voci contrastanti e incomprensibili, un rumore, dai social, dai giornali, che non lascia spazio al dialogo: Spacey come Wenstein, Wenstein come Hoffman. Anche l’attrice Anna Graham Hunter, incoraggiata dai risvolti dell’Affaire Wenstein, ha infatti sentito il bisogno di confessare che quando aveva 17 anni ed era una stagista ha subito molestie da Dustin Hoffman mentre l’attore stava girando Morte di un commesso viaggiatore.

Sul web è spuntato addirittura lo Shitty Media Men (uomini di merda dei media), un faldone di mail private redatte dalle giornaliste della stampa americana in cui ognuna di loro, in forma anonima, era chiamata a mettere dentro il sacco i nomi e i cognomi dei molestatori seriali (colleghi, direttori, produttori e compagnia cantante), tutta gente che come minimo dorme, in questi ore, con la valigia pronta sotto al letto. Siamo, si capisce benissimo, alla giustizia sommaria.

Ma è il caso Specey, in questo inizio di novembre, a registrare il tutto esaurito. Questi i fatti: Anthony Rapp, interprete del fortunato ciclo di Star Trek, racconta di essere stato molestato da Kevin Spacey quando aveva 14 anni, nel 1986. Dopo le dichiarazioni di Rapp arriva il coming out dell’attore che sceglie come canale il suo account Twitter, dove, in due paragrafi ben distinti, spiega di non ricordare il caso incriminato, ma chiede scusa e ammette, contemporaneamente, la sua volontà di vivere da uomo gay.

Apriti cielo.

La prima a lasciare la nave è Netflix: la prossima sarà l’ultima serie di House of Cards, fa sapere immediatamente il colosso della TV in streaming (si sospettava già, comunque). Poi è la volta dell’Academy (The International Academy of Television Arts & Sciences) che decide di revocargli l’Emmy, il riconoscimento, già assegnato, a un attore incredibilmente capace.

Specey aveva, all’epoca dei fatti, 26 anni, aveva dato una festa, aveva bevuto molto e ci aveva provato con un ragazzo. Non con un bambino, con un ragazzo.

Niente. L’effetto cascata è ormai inevitabile. È Tony Montana il secondo a farsi avanti. Fu “toccato” da Kevin Spacey durante una serata a Los Angeles, mentre era ubriaco. Questo mentre altre donne si uniscono al coro unanime anti-Wenstein, la notizia è servita – non bisogna dimenticarlo – quasi sempre nello stesso piatto.

Così una molestia non meglio chiarita diventa, nella vulgata comune, grave come uno stupro. In questo è stato illuminante Matteo Bordone che sul Post ieri ha scritto: «Nel dibattito su questi temi, soprattutto nel mondo anglosassone, si sente in lontananza l’effetto di questa estasi dell’identità che pervade il dibattito sociale anglosassone, che io trovo molto pericolosa». E ancora: «C’è anche chi rivendica con forza la propria natura undecided, indecisa: come se fosse impossibile non avere ancora capito o deciso come e se orientarsi, e l’unica via percorribile fosse proclamare ufficialmente di appartenere a una genia diversissima dalle altre, cioè quella degli indecisi. È l’incrocio tra una posizione politica e un disegno di Escher. In questa ottica la discrezione è malvista, ovviamente, soprattutto se viene da un personaggio pubblico che potrebbe incarnare la categoria così bene, far parte del club e sfoggiare anche la coccarda!»[1].

Intanto passano velocemente di mano (e di mente) le altre notizie, avvolte, come pesce crudo, in carta di giornale. E così dalla stessa parte, forse un po’ più avanti o più indietro nella Home, in una pagina o nell’altra del quotidiano ecco il Santo Morto di giornata: Pier Paolo Pasolini.

Il santo, l’alter christus, il capro da citazione (Io so perché sono un intellettuale…) messo lassù sulla croce, svuotato completamente della propria storia e del proprio tempo. Meglio ancora imprigionato dal proprio tempo. Santo, certo, ma solo perché morto in odore di mistero. Immenso, certo, proprio perché mai categorizzabile, perché scomodo, slabbrato, incoerente e spigoloso per ogni società e ogni epoca.

Come possono convivere, nello stesso contenitore e in due ruoli diversi, Pasolini e Kevin Spacey?

La risposta è semplice: se fossero rappresentati, se fossero realmente compresi, non potrebbero. Ma «il mondo, oggi, non è un teatro, sul quale azioni e sentimenti possono essere rappresentati e letti, ma è un mercato nel quale le intimità vengono esposte, comprate e consumate. Il teatro è un luogo della rappresentazione, mentre il mercato è un luogo dell’esposizione. Così la rappresentazione teatrale cede oggi il passo all’esposizione pornografica»[2]. In questo cortocircuito ideologico ed etico, in questa miopia eccoli lì: l’uno demonizzato e l’altro semplificato fino al poster, all’icona, entrambi goffamente vituperati. Da un lato l’attore di genio, il mattatore, che è morto davanti a parte del suo pubblico due giorni fa lasciando il posto al pederasta, dall’altro l’intellettuale contrario (nessun accenno, mai, alla sua militanza politica) dimenticando prestissimo le notti di borgata, i ragazzi di vita, gli spigoli, il mostruoso: vizi, nulla di più.

Il mostro ama il suo labirinto, scrive il poeta Charles Simic in un libro di rara intelligenza e bellezza, il mostro ama il luogo della propria fissazione monomaniacale. Noi, nella piena società della trasparenza, nella piena società della pornografia, amiamo il nostro: la sovraesposizione, la trasparenza. Il minotauro, scoperchiato il labirinto e mostratasi la calca, non può che comportarsi come un volgare toro da corrida, ce ne sono alcuni che ricevono la grazia, se hanno combattuto davvero bene, se il loro fisico ha retto, se hanno evitato con cura le staffilate. Più spesso finiscono insieme agli altri cadaveri e ai resti del pranzo, nell’umido, ancora caldi di sangue.

[1] http://www.ilpost.it/matteobordone/2017/11/01/kevin-spacey-laltro-giorno-non-sbagliato-niente/

[2] Byung-Chul Han, La Società della trasparenza, Milano, Nottetempo, 2014, p. 59.

Giuseppe Nibali

Giuseppe Nibali è nato a Catania nel 1991. È laureato in Lettere Moderne.

Giuseppe Nibali è nato a Catania nel 1991. È laureato in Lettere Moderne e in Italianistica presso l’Università degli Studi di Bologna dove è membro del Consiglio Direttivo e del Comitato di Direzione del Centro di Poesia Contemporanea dell’Università con cui collabora dal 2010.
Giornalista Pubblicista collabora con “La Sicilia”, “Clandestino” e “Argo”. Dal 2017 è direttore editoriale della rivista online Midnight Magazine.
Ha pubblicato i libri di poesia: Come dio su tre croci (Edizioni AE, 2013), Premio Serrapetrona – le stanze del tempo”, Menzione d’onore “InediTO – Premio colline di Torino”, Premio Elena Violani Landi Opera Prima; e La voce di Cassandra – Studi sul corpo di una vergine.
Sue poesie appaiono in diverse antologie poetiche e blog. Insegna italiano, storia e filosofia in un Liceo di Milano.

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