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Babbo, non vedi che brucio? – su La freccia nera di Michele Mari

Nel sogno più commovente della Traumdeutung freudiana, un padre rivede il suo bambino morto – morto appena poco prima in uno stato febbrile – che accostandosi al suo letto e prendendolo per un braccio gli sussurra «Babbo, non vedi che brucio?». Il bambino sta bruciando nella stanza accanto – la sua salma ha davvero preso fuoco per un incendio – mentre il padre sta bruciando del desiderio di rivederlo vivo. Ne La freccia nera di Michele Mari, forse il racconto più bello di Tu, sanguinosa infanzia, c’è un bambino-che-brucia e che vuole essere visto. È il Mari-bambino, nove anni all’epoca, in vacanza nella casa di campagna dei nonni che un giorno sperimenta, svegliandosi al mattino, «il preciso sentimento di voler leggere un libro». Lo sguardo va a scorrere le coste dei volumi sugli scaffali della biblioteca dei nonni materni, finché la scelta ricade – per sfinimento, coincidenza – su La freccia nera di Robert Louis Stevenson. Una lettura terminata in soli tre giorni, un «gaudio immediato» e un’«invereconda immersione» che preannunciano l’eccitamento per un evento inaspettato: l’arrivo dell’«orchesca persona» del padre in visita per alcuni giorni presso la casa dei nonni. E il padre si presenta al figlio con un «presente», parola con cui è solito chiamare i regali e che insinua il presentimento di un qualche non-esserci, dell’ombra allungata e inafferrabile di un padre come il Papà Gambalunga del romanzo della Webster. Un regalo, in agosto, senza motivo, e dunque indubitabile moto d’affetto, dimostrazione struggente – e a noi strugge perché necessaria – dell’amore paterno per il Mari-bambino. Ma ecco l’equivoco al centro del racconto: il dono è malauguratamente lo stesso libro, la stessa Freccia nera appena divorata. Una «stortura cosmica» – quante probabilità c’erano? – taciuta ed espressa in un rimuginìo colpevole: «Certo che mi sarebbe piaciuto, al di là di ogni tua speranza: ma io ho rovinato tutto avendolo appena letto, quel libro, […] Dunque ti sei affidato a parole scritte che io ho già pronunciato in tua assenza, dunque il tuo affetto non può raggiungermi perché una mia balordaggine, o la mia sfortuna, me ne tiene lontano». Un evento minimo si fa stortura cosmica – «qualcosa di originario e di costitutivo», pretesto che scivola metonimicamente altrove – e la domanda della Traumdeutung – non vedi che brucio? – si traduce in «Padre, non vedi che non mi vedi?». Ed è soltanto giorni dopo, di nuovo solo coi nonni, che il bambino viene colto da un’improvvisa illuminazione: il libro ricevuto è lo stesso libro ma l’edizione un’altra, e un’altra la traduzione. Con i volumi appoggiati e aperti sulle gambe inizia un confronto serrato fra le due versioni: le diverse parole scelte dai traduttori rievocano là una storia malinconica, con personaggi pensosi, ripiegati in se stessi, e lì uno svolgimento decisamente più avventuroso, con personaggi eroici, coraggiosi, gagliardi. In un crescendo di scoperte, scarti e differenze, l’alterità fa breccia come «germe di salvezza». Il mondo che si era chiuso si riapre a un tratto perché le due traduzioni, profondamente diverse, rendono i due libri profondamente diversi, e così la Freccia nera donata dal padre può veramente essere letta per la prima volta, sfogliata con sospensione e trasalimento sinceri, e il suo affetto corrisposto, accolto e sentito. Questo racconto di Mari, scritto in modo impeccabile, non è solo un omaggio al mestiere del traduttore. È il racconto di un bambino-che-brucia di desiderio, che si affida alla traduzione – alla ricchezza dell’interpretazione – per tradurre quel padre altrimenti intraducibile, per rimediare con il simbolo dove il reale ha fallito. Ed è un racconto che come tutta la raccolta che lo contiene ci tocca e ci riguarda esattamente «laggiù», in quegli eventi dell’infanzia apparentemente minimi – eppure così seri, definitivi per un bambino – a cui l’autore sa dare voce e nobilissima sostanza. Il lavoro in cui Mari si trascina e ci trascina è il lavoro del lutto dello stesso e del medesimo, di un incontro possibile nel dominio dell’identico. Tradurre è rinunciare all’ideale comunicativo di una corrispondenza piena – di una perfetta equivalenza –, e la parola donata, ricevuta, tradotta è al contempo quel lutto e la sua elaborazione, separazione dall’altro e desiderio dell’altro: ciò che instancabilmente cura dove instancabilmente nuoce.

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