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Arriva il primo videogioco al mondo prodotto da un museo archeologico: è Father and son.

Immaginate di essere alla fermata dell’autobus, diretti a casa. Ingannate l’attesa abbinando a tre e a quattro ortaggi, caramelle o sferette colorate: un videogioco che può durare all’infinito, ma per fortuna poi anche il più disatteso degli autobus alla fine arriva a portarvi a casa.
Minuti impiegati per rincasare dopo una lunga giornata di lavoro: 45-50 minuti in media, palleggiati fra un numero imprecisato di app e social, cui abbiamo affidato la nostra precaria attenzione e una quantità di tempo che si poteva anche investire diversamente.

Ricominciamo; siete ancora in attesa del’autobus. Ci mette un po’, ma poi arriva.
Prendete lo smartphone dalla tasca per ingannare l’attesa, avviate “Father and son”. E’ il videogioco lanciato dal MANN, Museo Archeologico di Napoli, con l’intento di portare nuovi visitatori alle sue collezioni, aggiungendo al tutto il fascino dell’avventura; un condimento di cui nessun istituzione museale è sprovvista, almeno potenzialmente.

Le illustrazioni di Father and son.

Comincia la storia, ambientata a Napoli e splendidamente illustrata in scenari 2D dall’artista inglese Sean Wenham. E finirete nei panni del protagonista, Michael: un ragazzino sulle tracce di un padre archeologo, che non ha mai conosciuto. Alcuni indizi vengono forniti durante il gioco, altri dovrete andarveli a procacciare voi stessi, attraversando più epoche storiche: dall’antica Roma, all’Egitto, passando per l’età Borbonica e tornando al presente. Attraversando, senza mai perdervi, le sale del museo e i vicoli della città. Father and Son non è soltanto la storia di un figlio che cerca suo padre, ma anche un viaggio da vivere in prima persona. E’ una storia inventata, ambientata in luoghi reali, vissuti già tante volte, mai nei panni di qualcun altro.

Ricordate dell’autobus che stavate aspettando? No.
Bene, era proprio questo il punto. Deciderete che conclusa la giornata di lavoro potreste concedervi un passaggio al museo, per cercare di ricostruire come sono andate le cose, prima che un padre sparisse nel nulla, lasciando al figlio una manciata di cartoline e appunti a proposito di un suo prossimo progetto.
Il giorno dopo vorrete schizzare fuori dall’ufficio per un motivo in più rispetto ai soliti che quotidianamente vi fanno desiderare la libertà, e lo stesso varrà per i fine settimana.
Vorrete sapere come va a finire, anzi meglio, vorrete voi dare un senso alla storia, aiutando Michael, vivendo la sua avventura, scegliendo al suo posto la mossa giusta da fare per avvicinarsi un po’ di più all’obiettivo della disperata ricerca. Vi scoprirete genuinamente curiosi dei tesori nascosti dentro un museo nel quale siete entrati l’ultima volta quando eravate in seconda liceo, ma solo perché in gita scolastica.

Father and son

Benvenuti in tempi interessanti – direbbe qualcuno – in cui si entra in un museo per accedere al livello successivo di un videogame, tirando fuori l’indiana johnes che è dentro di noi.
Qualche altro potrebbe obiettare che un museo ha nelle sue collezioni l’attrativa giusta a chiamare quanti visitatori vuole, senza bisogno di giochetti, ma tale qualcuno non sono io, e forse non è un millenial, o non sa cosa significhi esserlo.
Quella dei Millenials è la generazione dei decenni 1980-2000, nata e cresciuta nel bel mezzo della rivoluzione digitale e l’inizio dell’era di internet. Comprende i nativi digitali, nati quando l’infinito a portata di touch si era già fatto scontato e ovvio. Per loro l’opzione “analogico” suona esotica, neanche nostalgica; comunque strana come il nome inventato di un gusto di gelato dal sapore indefinibile. I nativi digitali non sanno cosa sia un floppy e ridono alla vista di un tubo catodico.
Sono la generazione più iperstimolata di sempre, e per questo – più di ogni altra – quella che fatica a mantenere l’attenzione per un tempo più lungo della durata di una gif (10 secondi circa).
I millenials sono anche quei giovani (e trentenni, e quasi quarantenni) che consumano avidamente nell’arco di una sola nottata insonne, serie tv pensate per intrattenere per stagioni intere. E sono quelli che hanno permesso all’industria del gioco e dell’entertainment culturale di fatturare, a partire dal 2014 e con risultati in costante ascesa, più dell’industria del cinema, della moda e della musica.
Ecco perché un museo, per quanto consolidata sia nei secoli la sua istituzione, non può più soltanto contare sul turismo o su un bacino di appassionati e amanti dell’arte.

«I luoghi ed istituzioni culturali devono pensare che servizi streaming digitali come Netflix o giochi come Candy Crash sono rivali nell’attenzione, temporale ed economica, delle nuove generazioni»

Sono le parole di Sree Sreenivasan, capo del settore digitale per il Metropolitan Museum of Art di New York.
Quello tra cultura e divertissment digitale, può sembrare oggi un parallelismo azzardato, ma col tempo finirà per risultare meno insolito.
Inanto, il curioso binomio sposa a pieno il piano attuato dal MANN, uno dei musei a più alta frequentazione in Europa, che intende moltiplicare il numero di visitatori guardando anche al pubblico dei più giovani. Per farlo, il direttore del museo, Paolo Giulierini, si è servito del supporto di uno tra più esperti game designer sulla piazza: Fabio Viola, presidente dell’associazione TuoMuseo, che ha poi promosso e sviluppato il progetto.

Da questa prospettiva, suona molto meno strano che un museo scelga il canale del videogaming per garantirsi il suo pubblico di domani.
Procacciarsi il futuro, catturando l’interesse delle nuove generazioni, dovrebbe essere un comportamento di naturale sopravvivenza oltre che una sfida per niente scontata, per tutte le istituzioni che si reggono sulla tutela, la valorizzazione e la conservazione delle ricchezze del passato.
In questo caso allora riprogettare la relazione con il pubblico, portare i musei fuori dai musei, e l’ubiqua quotidianità degli smartphone dentro di essi, può essere la chiave di volta per legare insieme la tecnologia e la bellezza classica, condire con un senso inaspettato di avventura luoghi e scenari impolverati nell’immobilità tipica delle grandi istituzioni della cultura. Un modo più che intelligente di sfruttare i mezzi che la contemporaneità ci mette a disposizione.

Marshall McLuhan diceva che col progredire delle tecnologie, gli uomini avranno sempre più tempo da dedicare al gioco e meno al lavoro. Perchè le operazioni un tempo svolte manualmente diventeranno incombenza di una macchina o di un computer, lasciando all’uomo – potenzialmente – più tempo per lo svago di quanto ne abbiano avuto i nostri progenitori.
Giochiamo allora, mai fu pensato strumento migliore per crescere. Perdiamoci nello story telling, e nella più totale astrazione del tempo che passa.
Meglio che non si tratti di Candycrash però. Okay?

Father and Son sarà disponibile al downolad negli app store Apple e Android a partire dalla primavera 2017, in italiano e in inglese.

Chiara Stella Mauriello

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