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Appenninica, tra Suibhne e Deleuze – Vent’anni di poesia di Matteo Meschiari

Una sera ai primi di ottobre, seduti a una tavolata tra via Vittorio Emanuele e Piazza Marina, a Palermo, Matteo Meschiari ha parlato a me e ad altri studenti del proposito anti-simbolico e anti-lirico del suo lavoro di poeta; lavoro lungo e paziente il cui frutto, la raccolta Appenninica è appena uscita per i tipi di Oédipus. Dire che Meschiari è un poeta è riduttivo, giacché la sua professione ufficiale è quella dell’antropologo – un curriculum accademico invidiabile, un attuale impiego come docente presso l’Università di Palermo – e le sue pubblicazioni all’attivo spaziano tra la saggistica e l’antropofiction, e netto dunque è il dominio della prosa. Eppure vi è questa vena segreta, che Meschiari coltiva da vent’anni e che ora viene alla luce.

Dicevamo, la lotta al simbolismo. Paesaggio allegorico, luogo dell’anima, correlativo oggettivo, modi diversi per dire di un mondo sempre costretto a intrecciarsi al cuore umano. Ma che qualcosa stia cambiando nella poesia contemporanea in lingua italiana? Leggendo e scrivendo di Variazioni sulla cenere di Fabio Pusterla provai già profonda impressione nel notare quanto lo scrittore possa fare lo sforzo di contemplare la natura come non-io, il suo ciclo come qualcosa di indipendente e profondamente non curante della nostra storia. In questi giorni sono stato come preso dallo stesso sentimento di un silenzio inumano. Raccontare questo silenzio significa inevitabilmente alterarlo, spezzando un ramo, pestando delle foglie secche. Ma qualcuno sa come fare meno rumore possibile, e che a un certo punto è il momento di stare fermi e ascoltare; costui può tornare a raccontarci ciò che ha visto e sentito.

A colpire a una prima lettura sono anzitutto le scelte retoriche. La metafora è spesso sorprendente, l’immagine inusuale anche perché inusuale è il bagaglio a cui l’autore fa riferimento: le tundre, le steppe e i ghiacciai di Meschiari non hanno (fortunatamente!) nessuna aura di fascinoso esotismo, il che li ha resi immuni dal rampino di tanta poesia precedente; d’altronde l’autore ne mostra una conoscenza quasi erudita, e così mai ci sembra – rischio sempre in agguato con simili argomenti – di camminare tra i cartonati grossolani di un Luna Park. Non mancano gli usi verbali particolari, in particolare con camminare, vero cuore semantico della raccolta, usato transitivamente (“Camminare un lago”; è una vecchia torbiera .. è possibile camminarla”, ibid.; “camminare la riva”, A riva; “camminare i confini”, Dicevo; “quei rami .. proverò a camminarli”, ibid.), come falso riflessivo (“ti cammini nei boschi”, Pen) o ancora con suffissi passivanti, inconsueto qui anche l’accostamento (“racconto camminabile”, Racconto a Viecave). Ricorrenze lessicali rasentano l’ossessione sciamanica, mentre ricorrenze rimiche risvegliano luoghi e atmosfere, come quella “laggiù/lassù – caribù” per tre volte lungo la raccolta (Dietro i caribù, 2 volte in Come la pietra al mio canto), a suggerire un outre terre selvatico. Alla metrica tradizionale e al verso-immagine whitmaniano si accompagnano spezzature che arrivano talvolta a isolare la singola parola, soprattutto per significare lunghi movimenti come le migrazioni degli animali.

Mi sembra di poter riscontrare alcuni campi semantici fondamentali. Anzitutto, l’interno, ciò che si ottiene per scarnificazione: “osso”, “cranio”, “midollo”, “denti” (anche “senza labbra”, Discesa al Ventoso) , usati indistintamente per il corpo umano e per il paesaggio, che d’altronde è “corpo-paesaggio” (2 volte in Tutte le migrazioni). Poi, ancora, l’idea della traccia, riconoscibile visibilmente o solo spia memoriale di una natura ormai scomparsa, fantasmagorica. Non slegata da quest’ultima, infine, la presenza di fanghi e torbiere, segni di antiche acque e al contempo di una profondità malcelata, sebbene instabile e melmosa. La correlazione tra queste costellazioni lessicali è evidente e rimanda a un’intenzione, a un’urgenza di fondo la quale, pur col rischio di banalizzare tutto, andrà esplicitata: arrivare a un qualche nucleo, scavando nella terra o nella carne o seguendo una scia leggera, giungere a un qualche fondo delle cose. Questo Meschiari lo chiama “Nord”, l’outre terre dove può trovarsi la poesia, estremo geografico ma anche mito. E così l’io poetico assume dentro di sé voci diverse: da un lato le cronache di Pitea e Rutilio e le sventure di viaggiatori moderni, dall’altro le vicende di Gilgamesh, Enkidu e Suibhne. Comune è l’esperienza del limite, la maledizione divina che pende, forse, non solo sulla testa del re irlandese ma su quella di ogni esploratore, e che lo rende “avamposto” (Suibhne) perenne, sua grazia e sua sfortuna.

Il poeta, rispetto a questo Nord, si pone come figura esploratrice e sciamanica; il potere performativo ed evocativo delle parole è pienamente recuperato, come certificano i modelli letterari esposti dallo scrittore in un’intervista[1] (tra gli altri, esemplari: i poemi fondativi, Thomas, Campana), nonché il composto “poema-appennino”, in conclusione alla poesia d’apertura (Venire in questa terra), a segnalare un procedimento artistico che non vuole rappresentare ma essere. Il cammino passa per l’oblio di sé (“smettere sé stessi al primo rumore di pioggia”, Discesa al Ventoso) ma al contempo per il riconoscimento che l’oggetto rappresentato ultimamente sfugge: ci sono elementi “che resistono alla scrittura” (Discesa al Ventoso) o al più mero rendiconto (“per quanto le dieci dita di una mano siano cinque quello che resta è un unico elemento”, Biosfera: il mondo non è a nostra misura, per la nostra misura). D’altronde la memoria ha qualcosa di ingannevole, è arazzo che ammorbidisce le linee più dure (Aria mobile), e l’“orogenesi fredda” (Terre soprane), che cela cioè il suo sostrato magmatico, potrebbe leggersi come metafora dell’intero procedimento memoriale-scrittorio. Eppure tutta la raccolta sembra dipanarsi da una dichiarazione di pazienti esercizi mnemonici: “ho conosciuto i canti del terreno / li ho ripetuti per anni” (Sulle piste della selvaggina). Il bisogno di narrazioni, la loro strutturale importanza, d’altronde non sono mai messi in discussione: “Ma chi ci dà la carne e il latte? Chi l’osso e la pelle / e la materia dei canti / per guidare nell’aperto il nostro popolo?” (Pensiero nomade). I due poli di necessità e fallacia della memoria convivono vivendo nella contraddizione, la quale entra esplicitamente nella storia della poesia già col Song of Myself whitmaniano, ma soprattutto viene indicata come precisa arma di resistenza da Deleuze, il cui Pensiero nomade dà d’altronde il titolo a una poesia che racconta di un nomadismo concreto di uomini e animali.

La condizione del poeta-sciamano, come da Meschiari richiamato nella già citata intervista, è quella della solitudine, dello smarrimento fecondo e del silenzio. Ancora una volta ricordiamo la poesia ‘iniziatica’ Sulle piste della selvaggina:

Un mattino

mi disse di salire in montagna

«va’ a cacciare stambecchi»

io feci così

Camminai per due giorni

le montagne erano alte

le vallate erano piene di neve

alla fine mi persi

Viene in mente il ricordo di infanzia di Mark Strand in Shooting Whales, l’avventura in compagnia del padre e dello zio, il terrore nell’immaginare le balene sotto la piccola imbarcazione, i grandi animali marini che infine gli vengono in sogno, (“At midnight / when I went to bed, / I imagined the whales / moving beneath me”) in un rapporto d’impressione della natura sulla mente umana, non viceversa, come d’altronde in Meschiari: “il suo azzuro scivola giù / nella mente / dalla pietra al cervello” (Lettura di un ghiacciaio). I cetacei compaiono anche nella poesia conclusiva alla seconda parte della sua raccolta, Physeter Macrocephalus: prede della smania dell’uomo di divorare, raccontare e allegorizzare quanto si trovi sul suo cammino

Prima di entrare nella bocca entravano nei racconti

buoni da mangiare e da pensare, sopra piccoli fuochi.

Invece i marinai li pensavano come isole fluttuanti

emerse con l’inganno, nemici ancestrali dell’uomo

mostri venuti dal buio dell’inferno del mare.

tuttavia “Per stagioni senza tempo erano stati meraviglie / non viste”. C’è qualcosa in quest’ultimo passo che ci riconduce a ritroso fino alle osservazioni manzoniane sulla bellezza naturale che non appare all’uomo. Ma Manzoni si tormentava chiedendosi che senso potesse avere tutto ciò, mentre di dubbio e concitazione, nel verso di Meschiari, non c’è traccia; e nemmeno di antropocentrismo.

[1] Si rimanda, qui e successivamente, a Villa, mariadonata – Meschiari, Matteo, Poco io, poco Dio, molta terra. La poesia di Matteo Meschiari. Un’intervista, http://larchitetto-nella-foresta-design.blogautore.repubblica.it/2016/08/11/poco-io-poco-dio-molta-terra-la-poesia-di-matteo-meschiari-unintervista/

Salvatore Azzarello

Salvatore Azzarello: Salvatore Azzarello nasce il 23/08/93 a Termini Imerese (PA). Ha studiato Lettere moderne all’ Università degli Studi di Palermo e ora è laureando al Master in Lingua, letteratura e civiltà italiana presso l’Istituto di Studi Italiani dell’Università della Svizzera Italiana di Lugano. È stato semifinalista dell’edizione 2016 del Premio Rimini e ospite dell’evento “Lettere a un giovane poeta” dell’edizione 2015 di Parco Poesia di Rimini. Alcune sue poesie sono state pubblicate sul sito del festival. Le cose che esistono è la sua raccolta d’esordio.

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