Apologia della Carrà

E se ti lascia, lo sai che si fa? Trovi un altro più bello che problemi non ha. Sembrano semplici parole, ma si sa, le parole sono importanti. E certe frasi è bene tenerle sempre a mente, in ogni istante della propria vita, è opportuno ripetersele come un mantra, specialmente quando si è più vulnerabili. E non esiste momento dell’esistenza in cui si sia più a rischio di sofferenza di quando si patisce il dolore inesorabile di un amore che non ci ama, e che dunque non solo non è amore, ma soprattutto non ci merita. Perché ognuno è fatto a suo modo, e ognuno è perfetto a modo suo, e se chi ci è accanto non ci fa sentire, nonostante le nostre fragilità, le nostre insicurezze, le nostre debolezze, nonostante tutto, il centro del suo sistema solare, allora che siano passi lunghi, e ben distesi. Va’, ti prego, va’ da lei, non farla più aspettare e salutala per me, e a far l’amore comincia tu, che io ho cose più importanti da fare che stare dietro alla tua immaturità, e se il mio corpo è una moquette non vuol dire che tu ti ci debba pulire i piedi sopra per forza e lasciarmi come l’aratro in mezzo alla maggese. Anche perché non c’è niente di più appagante che far l’amore, ma l’importante è farlo sempre con chi hai voglia tu (e con tutte le precauzioni del caso). Abbasso i malinconici, i pessimisti cronici e i bipedi sgualciti, irrisolti, complessati, di solito gelosi e dunque poco inclini alla fedeltà, frustrati con le manie di grandezza che godono a umiliarti perché si sentono umiliati, alle prese con la crisi di mezz’età e l’ossessione dei rapporti di potere in ufficio, incapaci di capire che si lavora per vivere ma non si vive per lavorare: chi ci ama ci segua, e se dietro si è creato il vuoto cosmico non è detto che sia sempre e solo per colpa nostra, che dobbiamo essere sempre noi a metterci in discussione mentre gli altri al massimo vengono punti dalle zanzare, ma mai e poi mai dalla vaghezza del dubbio, a crocifiggerci con le nostre mani dinnanzi al pubblico ludibrio della folla, che di solito, tra l’altro, se può pensare male lo farà, se può sparlare lo farà, se può scegliere di salvare qualcuno sceglierà, con tutto il rispetto, Barabba, e non chi più se lo merita. Perché non c’è nulla che irriti di più l’invidioso dell’assenza di ragioni per spruzzare intorno il suo mefitico veleno, contro cui c’è un’arma sola. Ignorarlo. Non curarsene. Tu cerchi attenzione perché sei un fallito? E io non ti penso proprio, ballo ballo ballo nel mio castello (che magari è un monolocale arredato in periferia, ma chi se ne importa: se persino Cicerone parlando di casa sua diceva parva sed apta mihi, vuoi che io non mi possa far andar bene qualche listello di gres porcellanato dozzinale? Quando sarà, lo sostituirò con uno non peggiore, come lo scudo del soldato di Archiloco, che a una bella targa in memoria preferisce la vita…): perché già l’esistenza è una e una sola, salvo prove del contrario, dunque che almeno sia, per quanto più possibile, una fiesta. E stavolta la fiesta è tutta per lei, perché il diciotto di giugno il compleanno è di quelli importanti, anche se verrebbe da pensare che probabilmente si sia aumentata l’età di parecchio, perché, inimitabile imitatissima, citata a ogni piè sospinto e spesso a sproposito, è più giovane e scintillante di tutte le sue pallide epigone, che avrebbero meglio fatto a cercare di essere sé medesime invece che far le copie: è il caschetto platino più celebre della tv, la donna, cresciuta da donne, il cui vero cognome ricorda il passator cortese, mentre quello d’arte fa pensare alla Bambina che corre sul balcone, colei che ha inventato il mezzogiorno nel piccolo schermo, che ha costretto milioni di persone a chiedersi quanti diavolo fossero i fagioli nel barattolo, che ha intervistato da par suo i più grandi d’ogni campo, che ha recitato in pellicole, una delle quali contese l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale a Il gran lupo chiama, con Cary Grant, che vedevano tra i protagonisti personalità del calibro di Carla Del Poggio, Riccardo Garrone, Gabriele Ferzetti, Enrico Maria Salerno, Gino Cervi, Isa Querio, Alida Valli, Corrado Pani, Marcello Mastroianni, Renato Salvatori, Annie Girardot, Bernard Blier e Frank Sinatra, la Maga Maghella dalla risata inconfondibile a prova di cervicale assurdamente ostracizzata dai puritani d’accatto per l’ombelico in vista, che ha avuto tre celebri e grandissime storie d’amore (Stacchini – Boncompagni – Japino) e quaranta boys, alla faccia della Osiris, a farle da corona nel suo celebre show che ha riunito affetti che non s’incontravano da decenni, l’impeccabile professionista appassionata di mare e burraco che, rassicurante icona di libertà e autodeterminazione, ha dedicato un programma anche alle adozioni a distanza. Insomma, semplicemente Raffaella (Carrà). Che, con buona pace di Tiziano Ferro, non è solo sua. È di tutti noi, dell’Italia nazionalpopolare, perbene, semplice, umile, che lavora sodo e cerca la serenità. Auguri!

Gabriele Ottaviani

Gabriele Ottaviani (Roma, 1985), dottore in Studi italiani e in Letteratura e lingua -- Studi italiani ed europei, dottore di ricerca in Italianistica, autore di Frammenti d'amore (Bibliotheka edizioni) e di Tremila giorni insieme (MUP), con cui ha vinto il Premio Malerba per la miglior sceneggiatura.

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