Antropologia dell’atterraggio

Ho capito che il famoso pezzo sul concetto di sacro nella storia dell’umanità dalle origini ad oggi, pezzo che l’editore s’aspetta da me da almeno un paio d’anni, paio d’anni in cui in effetti non ho trascurato –e in buona fede- di rassicurarlo a più riprese che eravamo quasi a tiro, è, alla fine, un’opera nettamente e credo incolmabilmente al di sopra delle mie attuali competenze.

Nel frattempo ho viaggiato molto, notando tutta una serie di rituali apotropaici dedicati alla delicatissima fase degli atterraggi aerei: coroncine all’Ausiliatrice (sussurrate, con la mano ficcata in tasca dal momento dell’annuncio che ci siamo quasi), arpionaggio della mano del 12B, (sconosciuto, ma che non commetterebbe mai il sacrilegio di respingere l’artigliata, che a sua volta scarica sul 12C, che fa la stessa cosa sul bracciolo esterno, sperando che valga uguale. Oltretutto, fila 13 mai pervenuta in aereo), applauso liberatorio e osannante al momento dell’approdo, posizione fetale dedicata al sedile di fronte, che alla bisogna pare rivelarsi anatomicamente ideale per recuperare la postura da bagno amniotico, ad occhi chiusi, quasi ormai certi, quasi volenti un subitaneo ricongiungimento con l’enso cosmico dell’immutabilmente eterno.
Senza tralasciare l’urgenza dei tanti che -ansiosi di recuperare gli effetti personali dalle cappelliere/alloggiamenti posti sotto il sedile di fronte a voi o abbandonando in fretta e furia la ritirata già occupata fuori tempo massimo proprio per un’emergenza intestinale da “ce la faremo?” (NDA al lessico da aeroporto dedicheremo una meritata puntata tutta sua)- si spalmano sul maniglione di apertura a veicolo ancora in fase di manovra e posizionamento, con buona pace di stewarts e hostess che troppe ne hanno viste per decidere che ci sia ancora speranza di ammaestrare il gene egoista del viaggiatore e lasciano perdere, rassegnati, parlando dell’ultimo torneo di burraco, che loro non c’erano (NDA sulle caratteristiche fisiche richieste al personale della crew non tanto nella collana di novels Harmony BlueSky, tutti i giovedì in edicola, ma parlando di quelle richieste e ritenute evidentemente sufficienti per passare l’esame da stewart e hostess sul pianeta Terra, nello specifico in Italia, secolo corrente, ci soffermeremo in un altra stagione; prima voglio vedere la collezione autunno inverno di Alitalia).

E senza contare nel novero delle necessità sociopsicobiologiche da volo, l’impellenza di comunicare a qualcuno (non importa chi, davvero. Potrebbe trattarsi di un messaggio in bottiglia, pur di lanciarlo in un qualsiasi mare. E non importa come: i mezzi si sprecano, ma sono tutti concentrati in un Samsung, un iPhone o un Huawei), l’urgenza, dicevo, di comunicare a qualcuno, nell’immediato, a bocce ferme, a terra riconquistata che sì, anche stavolta è scampata: siamo sani, salvi e atterrati (“Butta la pasta. O vuoi andare dalla Sorrentina?”).

E senza prendere in considerazione la quantità strabordante di scatti al decollo, di esorcismi fotografici, di incredulità rettiliane proiettate fuori dagli oblò, guardando in basso il mondo reale sempre più in versione Rivarossi.

Ma perchè facciamo e tolleriamo tutto ciò, mi chiedo, e perchè una volta usciti dall’abitacolo e saliti sul pulmino, iniziamo a praticare anancasmi a scopo sedativo, in attesa di vincere la scommessa interiore che le porte si apriranno da questa parte, dove sono io, perchè facciamo tutto questo, mi chiedo, mentre rinuncio ancora una volta a scrivere il famoso pezzo sul senso del sacro.

Non è che per caso abbiamo continuamente una paura fottuta di lasciarci le penne?

Non sarà mica che c’è la morte in persona, di là, dove non si vede mai cosa succede, là dietro, la morte che persino smista i bagagli disponendoli sul nastro, lei, a decidere beffarda che è proprio il trolley della Delsey verde mela, proprio lui, che si vuol tenere tutto per sè, questa volta?

Non lo so se c’è lei, là dietro, che si tiene qualche trolley ogni tanto, ma forse è proprio quella grande ombra che governa i nostri transiti, fuori e dentro i cieli, fuori e dentro le stazioni aeroportuali.

Sarà capitato qualche volta anche a voi di seguire a occhi chiusi i fosfeni, di vederci dentro una palma, una stella, il muso di una tigre, un fiore d’elleboro.

Pascal Boyer

E l’uomo creò gli dei

Odoya

Walter Burkert
La creazione del sacro. Orme biologiche nell’esperienza religiosa

Adelphi

Sigmund Freud

Totem e tabù

Bollati Boringhieri

 

IMMAGINI:

REMO DE ANGELIS
FOSFENI, 1996

ALDO CHERINI

Norvegia Meridionale – Ostfold a Bjorstad – Incisione rupestre di Skjeberg. Museo Universitario delle Antichità Nazionali di Oslo

 

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