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Muovere l'ottica – Intervista ad Andrea Donaera

Conosco Andrea Donaera, prima di incontrarlo di persona, attraverso la sua opera Occhi rossi, del 2015, una raccolta a struttura unitaria, con  illustrazioni minimaliste di Luca D’Elia, che fungono da intermezzo. Compaiono anche poesie brevi, degli haiku, in cui Donaera dimostra la crudezza mediterranea di chi cresce attaccato al mare, la padronanza di un episteme, ed è salentino e studia a Lecce.

Sulla figura della donna, l’amore nella tua raccolta pseudo-canzoniere: cosa muove questo amore?

 

È un espediente. È un sentimento complesso, forte, pieno di pathos, patetico, utilizzando un termine alla Pagliarani. Muove l’ottica con cui vedere le cose. Quello che voglio asserire quando scrivo è: guardate il soggetto, guardate come si muove in un determinato luogo e tempo: l’amore muove il soggetto, ma non è la cosa più importante in ciò che scrivo. Non voglio parlare d’amore davvero.

 

Per quanto riguarda la figura femminile, nella raccolta, è possibile rintracciare il topos dell’anguilla montaliana; ad ogni apparizione, si nota questa vena del mito di Orfeo e Euridice, ma anche citando i Mottetti (una sezione de Le occasioni). Così facendo, Andrea, ti metti in fila nella tradizione, fino a noi contemporanei. Sebbene ponendoti nella tradizione, senti la mancanza di una generazione precedente alla nostra?

 

Credo nel mappare gli esordi dal 1970 degli autori rientrati nel canone per creare un contro-canone dal dopo Montale. Dalla fine di Montale ad oggi, non credo in una lacuna, ma in un panorama frastagliato di correnti varie come il neometricismo di Valduga, Frasca, il gruppo 93, etc. Sono anni di rodaggio in cui si prende il trauma del post-lirica, così direbbe Testa, e siccome stiamo metabolizzando, si vanno a creare più episodi di diverso valore senza una solida consistenza. Ma sono contrario a visioni apocalittiche. Ci sono, come De Angelis, momenti importanti che ancora non sono un canone, ma si sta avanzando verso un dove, con una predilezione dell’io etnografico. La condizione dell’Io etnografica, va di pari passo al post moderno come unità sociologica. Ancora non ci siamo ripresi dalla rottura dell’Io del gruppo 63 e Novissimi. Si guardi Sanguineti, che dopo Laborintus esonda il suo Io, che è paradigmatico e matrice dell’Io poetico attuale. Abbiamo l’obbligo di identificare questo percorso storico e di frattura dell’Io, capire chi ora sia il soggetto. Qui sta la differenza. Ad esempio: Inglese pone l’Io come un occhio cinematografico che cerca l’accumulo degli oggetti, il loro correlativo oggettivo più crudo.

Nella poesia a Vittore Fiore, scrivi la «metafora esagerata» riferito al braccio come un tergicristalli. Per l’assurdità mi rimandi, per l’appunto, al De Angelis di Millimetri. Cosa, in un momento poetico contemporaneo, la metafora ci può dare? O meglio, può ancora essere un escamotage, oppure ha cessato di funzionare in un rapporto indirettamente proporzionale al correlativo oggettivo e similitudine?

 

Questo è un punto nodale della poesia di oggi. La metafora secondo me sta danneggiando, ed odio il “come” (ride). Sta danneggiando perché sta diventando la forma più semplice per dire qualcosa, e la poesia, invece, è il contrario. Questo percorso è già stato fatto da Montale, che rinunciò alla metafora, prendendo il correlativo oggettivo.

 

Non so chi l’ha detto, forse durante un corso di cinema: se io perdo il portafogli lì, uno lo trova; così il portafogli diviene il correlativo oggettivo di me.

 

Abbiamo diversi mezzi di narrazione, vedi le serie tv etc. quindi, almeno mi sento di rompere il “come”, per esigenza di ricerca. Montale ci costruisce sopra le Occasioni, e fu un libro oscuro finché non si capì che era indirizzato a Irma Brandeis; poi, fatto filologico, scoperto che era indirizzato a Irma Brandeis, si risolse l’arcano. Sono tante le possibilità narratologiche che ci offre tutta l’attività narrativa e che non dobbiamo perdere. Agamben stesso sosteneva che serve una disciplina della multi-disciplinarietà.  Ad esempio in Breaking Bad, Walter White, il protagonista, sul bordo della piscina gioca con la pistola facendola girare sul tavolo. In questa scena confutato l’assioma di Čechov, che prevedeva che in una scena teatrale – e quindi anche sul modello di una cinematografica applicato da Hitchcock – se c’è una pistola, deve sparare. Noi in poesia seguiamo lo stesso assioma, l’usare un oggetto. L’inquadratura, dicevo, quando la pistola si ferma, si sposta verso la pianta puntata dalla pistola e qui finisce l’episodio, e nella seguente stagione, vedremo che la pianta in questione servirà a White per preparare un veleno. Il tutto ci viene proposto con questo espediente narratologico. Questo la letteratura deve intraprendere oggi: rompere paradigmi e se c’è una pistola, non si deve per forza sparare.

 

Sei del Salento. In una delle poche poesie sul mare, c’è un “tu” umano, come una parvenza, un’occasione, l’Irma Brandeis privata della condizione dantesca, ma carica di humanitas, simile all’anguilla, o di più: a Volpe.

 

Per questo parlo di espedienti, simile alle occasioni. L’anguilla è la privazione del connotato dantesco stesso che oggi può esserci solo attraverso una finzione poetica che ho rifiutato, ma seguendo Pagliarani sono più per riprendere la figura di Anguilla, considerare la donna come la volpe, che è in grado di dare un espediente, non per uscire dalla gabbia, ma per descriverla. Il processo salvifico poetico non lo condivido, non me lo pongo, ma c’è un fine descrittivo appunto.

 

L’espediente del nome cancellato dal mare è il non attuarsi di un kairós, di un presente infinito. Cos’è per te il mare?

 

Il mare è un limite, non come un oggetto poetico. Procedo sulla terra.

 

Andrea Donaera (Maglie, Lecce, 1989). Vive e lavora tra Lecce e Gallipoli, studia presso l’Università del Salento dove è anche segretario del Centro di ricerca “PENS: Poesia Contemporanea e Nuove Scritture”. È direttore della collana di poesia “Billie”, per la casa editrice ‘Round Midnight. È tra i redattori del “LOST: l’osservatorio delle serie televisive”, coordinato dall’insegnamento di Linguistica Italiana dell’Università del Salento. È tra gli ideatori e organizzatori del Festival della Letteratura di Gallipoli “Il Mestiere di Scrivere”. Da diversi anni si occupa di regia e scrittura teatrale, numerosi suoi spettacoli sono stati rappresentati in rassegne nazionali e locali; dal 2009 cura i Laboratori Teatrali presso il Liceo Quinto Ennio di Gallipoli.

Ha pubblicato le raccolte di poesia De atra Lacruma (Premio Barocco Editore, Gallipoli, 2009), Ombre e Quesiti (Lecce, ApprodoSalento Edizioni, 2010); Additato (Avellino, Edizioni Il Papavero, 2011), Il latte versato (Ascoli Piceno, Sigismundus Editore, 2012), Certe cose, certe volte (Milano, Marco Saya Editore, 2012), Piccolissima – 25 Haiku (Milano, Gds edizioni, 2013), L’amore, a dirlo, è una cosa difficilissima (Campobasso, ‘Round Midnight edizioni,  2013); Occhi rossi – con illustrazioni di Luca D’Elia (Ibid., 2015).

 

 

 

Michele Maggini

Michele Joshua Maggini è nato a Jesi nel 1996. Studia lettere moderne presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Collabora dal 2016 con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e scrive articoli per la testata online Midnight. È stato tra i menzionanti, per la sezione inediti, del premio Elena Violani Landi 2016. Delle sue poesie sono risultate finaliste in altri concorsi come PoverArte. “Esodo” è la sua opera prima, con la quale ha vinto la prima edizione del concorso Poié – le parole sono importanti 2017.

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