Andiamo a Gerosilemme

Quando sono stati raggiunti dalla strana notizia della partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme, tutti i nostri clienti si sono fatti prendere dal loro istinto di cineasti, fino a recuperare il dialogo finale tra Baliano di Ibelin e il Saladino nel filmone Holliwoodiano Le crociate – Kingdom of Heaven. La citazione più adatta è senza dubbio la domanda del protagonista: “quanto vale Gerusalemme?” Domanda attuale oggi come allora, ciclisticamente e non.

Quanto vale per le due ruote Gerusalemme? Moltissimo, pur non ospitando corse di rilievo. In nessun altro sport, infatti, la storia, soprattutto quella dei suoi personaggi, si intreccia in modo tanto intenso  all’agonismo come nel ciclismo; ne è una parte fondamentale, cullata, coltivata, rievocata appena possibile. Non è tanto il luogo ma sono date, personaggi, storie a essere rilevanti: il 2018 manda indietro la memoria fino al 1948, anno in cui Gino Bartali vince il Tour de France, a dieci anni di distanza dalla sua prima affermazione; con trentaquattro anni suonati sulle spalle e il forzato stop della guerra in mezzo. L’impresa di quell’anno ha delle implicazioni storiche molto pesanti: si dice addirittura che la vittoria di Ginettaccio  – esortato espressamente, dicono i più, addirittura da De Gasperi durante una febbrile chiamata notturna – distogliendo l’attenzione dall’attentato a Togliatti, salvi il nostro paese da una gravissima situazione di tensione. Ma non è esattamente questo il motivo della discesa in Israele della carovana rosa.

Si va a celebrare un’impresa più sotterranea. Gino non ne parlò mai in vita, anche se le voci si rincorrevano sempre più insistenti: si parlava di un suo diretto coinvolgimento nel salvataggio di diverse centinaia di ebrei, aiutati a espatriare dalla curia di Firenze, grazie a documenti falsi viaggianti tra Toscana, Liguria e Umbria, ben celati nel canotto del toscanaccio: quel tubo cavo, normalmente adibito a sostegno della sella, durante quei massacranti “allenamenti” funzionava da bottiglia attraverso la quale messaggi di salvezza veleggiavano sicuri. Meno tranquillo era chi pedalava, sarebbe bastato il rinvenimento di una sola di quelle carte per provocare la fucilazione immediata del portatore, chiunque egli fosse. Non tutti i viaggi furono privi di rischi, infatti, Gino venne arrestato dalla polizia fascista in un’occasione: nessuno guardò la bici con attenzione – chi mai si sarebbe preso la briga di segare il lucido destriero di metallo del grande Bartali? – e lui si salvò. Questi avvenimenti restano segreti per molto tempo. Gino li svela solo a suo figlio Andrea, durante lunghe chiacchierate, con l’ingiunzione di rivelarli solo quando lo riterrà opportuno. Il momento arriva nel 2006. Nel 2013 lo stato di Israele inserisce Gino Bartali nell’elenco dei Giusti tra le Nazioni: onorificenza riservata a chi abbia contribuito a salvare la vita a ebrei durante le persecuzioni naziste e fasciste. Questo è il motivo esatto della strana partenza del Giro numero 101: il cronoprologo iniziale, 10 km circa a spasso per Gerusalemme, è proprio dedicato alla memoria di Bartali. Si scende fin laggiù a onorare uno dei più grandi campioni di questo sport, sì a settantant’anni da una delle sue imprese sportive più grandi, ma per ricordarne una umana ancora più eclatante, sempre tenuta nascosta.

Come dite: nel 1948 vedeva la luce anche il discussissimo stato di Israele? Vero, avete ragione. Questo è l’aspetto più pruriginoso di tutta la vicenda: l’omaggio di un così grande evento sportivo a uno stato perennemente in conflitto con gli stati vicini per questioni di confine crea dei problemi, soprattutto mentre gli Stati Uniti dichiarano di voler spostare la loro ambasciata proprio a Gerusalemme.  La vicenda si infosca anche alla luce del fatto che lo stato Israeliano abbia imposto di indicare come sede di Partenza Gerusalemme e non Gerusalemme Ovest, come sarebbe corretto, dal momento che tutto il prologo si svolge in territorio israleiano – appunto, la parte Ovest della Città Santa per eccellenza. Il problema principale è legato a una sorta di implicito riconoscimento delle pretese israeliane sui territori che faranno da cornice alla corsa, prima tra tutte la città che vorrebbero unita e loro capitale. Ovviamente non si può trattare di questi argomenti dimenticando il peso economico dell’organizzazione di una partenza del genere: non tutti possono sostenerlo. Sicuramente si seguono anche criteri monetari nell’assegnazione e non solo di cuore o di memoria: questi eventi per stati o regimi in cerca di legittimazione o prestigio internazionale sono una manna; le Olimpiadi in Russia e in Cina e i prossimi mondiali, ancora in Russia, potrebbero far sorgere altrettanti pensieri.

Non sarebbe stato possibile lasciare da parte tali questioni ma, al Café tentiamo di parlarne il meno possibile, per lasciare alla corsa tutto lo spazio che merita. Dopotutto, il fascino del ciclismo risiede anche nel suo toccare tantissime sfere spaziali, temporali e, perché no, a volte anche politiche. È facile passare dalla sua storia, a problemi di grande attualità, alla corsa del momento senza soluzione di continuità: eccoci dunque a dover dire due cose sui partecipanti dell’edizione di quest’anno e anche della primissima tappa, che ha avuto luogo venerdì.

Come spesso accade, da qualche stagione a questa parte, l’attenzione del Gran Mondo ciclistico è tutta puntata sul Tour de France, tuttavia questo non impedisce al Giro di avere allineato alla partenza un parterre di tutto rispetto. Si comincia con Tom Dumoulin, campione uscente, ormai più realtà che promessa, si presenta al via magrissimo – solitamente segnale di grande forma – con intenzioni piuttosto bellicose: la grande incognita per lui è il percorso, non tanto le salite delle prime settimane, su Etna e Gran Sasso potrebbe salvarsi, quanto quelle durissime dei giorni finali: Colle delle Finestre e soprattutto Zoncolan, per un corazziere come lui, potrebbero rivelarsi fatali. Altro enorme pretendente alla vittoria finale è Chris Froome: vincitore di quattro Tour e una Vuelta, mai seriamente impegnatosi al Giro, è alla caccia della Triplice Corona. Sulla carta è l’uomo da battere, circondato da una squadra come sempre solida, interamente votata alla sua causa; certo, corre con un processo sulle spalle: mentre lui sosterrà la sua battaglia sulle strade rosa, i suoi legali tenteranno di difenderlo nell’aula di un tribunale per la positività a un medicinale contro l’asma riscontrata durante l’ultima Vuelta. Il Kenyano bianco corre, perché il regolamento glielo consente ma sicuramente la situazione mentale non è delle migliori. Gli Italiani si schierano al via con tre ideali punte: Domenico Pozzovivo, Fabio Aru, e il giovanissimo Davide Formolo, profilo interessante per il futuro. I primi due arrivano finalmente a un grande appuntamento con i galloni di capitani unici delle loro formazioni: è arrivato il momento, per entrambi, di mostrare quanto valgano realmente. Il loro ruolo è senza dubbio quello di guastatori: se si vuole evitare un dominio Sky o un bis a Doumulin bisogna fare corsa dura; portarli a spasso fa solo il loro gioco. In questo i ragazzi azzurri saranno certamente aiutati da una pattuglia di guastatori colombiani di primo livello: Carlos Betancur, Miguel Angel Lopez  e Esteban Chavez su tutti. Fortissimi in salita, non hanno paura di niente, più la strada sale più le loro ruote saranno da tenere d’occhio. C’è poi la pattuglia anglosassone e australe formata da Simon Yates, Rohan Dennis, dal giovanissimo sudafricano Mentjes, Michael Woods e George Bennett. Se aggiungete a tutta questa lista il francesino Pinot, fresco vincitore del Tour of Alps, quarto in classifica generale nel Giro 100, altro attaccante puro e sicuro pretendente ai posti che contano della classifica, si vede immediatamente che i conti non tornano. Prendendo in considerazione solo i più quotati, vengono in mente tredici nomi: la top ten ha solo dieci posti, il podio tre, dentro alla maglia rosa si entra uno per volta. Ne vedremo delle belle.

 

Mentre noi stiamo qui a baloccarci con nomi e cabale, però, la corsa è partita, in un caldo venerdì pomeriggio gerosolimitano: risultati? Benissimo Dennis e Yates; buona prova di Pozzovivo: nonostante la cronometro non sia il suo forte, si piazza decimo; malino Aru, ma lui ha sempre litigato con le lancette dell’orologio; a sorpresa va male Froome, scivola in ricognizione e corre parecchio acciaccato, rimediando 37” di distacco: lui era qui anche per sfatare la maledizione che colpisce il team Sky al Giro negli ultimi anni, per ora non sembra esserci riuscito. Chi va meglio di tutti è proprio Tom Dumoulin: vince la prima prova a mani basse e ricomincia come aveva finito, indossando la maglia rosa. Lo immaginiamo là, a stagliarsi di fronte alle porte della Città Santa, finalmente fatta sua, come il Saladino Holliwoodiano, ma con gli occhi tristi, puntati alle montagne, mentre risponde alla nostra domanda, quasi lasciata cadere distrattamente: Quanto vale Gerusalemme?

“Niente…tutto!”

Michele Polletta | Piché Café

Piché - al secolo Michele Polletta - nasce e cresce a Biella, corre a Milano per studiare filosofia: per ora, è ancora lì. Vivace, loquace, pugnace, iperattivo si dedica a una serie di sport che poi segue in modo ossessivo, dal divano o dal vivo, comunque senza muovere un muscolo. Alcuni sostengono che li racconti meglio di come li pratichi. Scrive, ma soprattutto parla, parla, parla: poco importa che si trovi a scuola, dove insegna, in un bar, o alla radio

Lascia un commento

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this