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Ancora sul caso Weinstein o breve studio sulla soglia di necessità

Come nelle migliori questioni pubbliche dall’affaire Dreyfus in giù, anche nel caso Weinstein-Argento il circo gladiatorio delle opinioni nasconde un fatto semplice: non si sta discutendo di fatti, ma di parole. In questa rissa scomposta e non priva di fumi controriformistici, in cui il gioco è quello di strapparsi di mano la patente della vittima (anzi, per dirla con Girard, della Vittima) e anche i pompieri più virtuosi corrono di nascosto a fare gli incendiari, ancora una volta ci stiamo accapigliando su una questione che ha natura squisitamente linguistica. La confusione o l’indistinzione tra «violenza» e «molestia» non si limita qui ad essere un grande equivoco: ma ne diagnostica uno più grande.

Sia i dizionari che il senso comune intendono finora per «violenza» ciò che «ci viene inflitto nostro malgrado»: contro la nostra volontà. La volontà però, lo sappiamo, è una cosa labile, incerta e spesso contraddittoria. L’umano è un luogo dove il sì e il no a volte si mescolano, mutano segno, si spostano, s’invertono e a volte coesistono. È difficile determinare a posteriori il preciso momento di una decisione. Volendo citare, a pericolo di sproposito, T. S. Eliot, spesso «solo quando ci voltiamo a guardare il passato / noi facciamo una scelta e decidiamo che il giorno fu quello. / Ma il momento cruciale è sempre qui e ora». Nel presente esiste solo l’enigma del qui e ora, dalla cui ambiguità solo un criterio esterno – la definizione di una “soglia” – può salvarci.

Tuttavia, la definizione di violenza ha finora sempre offerto una decisiva specifica. Cito – mi si perdoni la pedanteria – dal vocabolario Treccani: violento è «ogni atto o comportamento che faccia uso della forza fisica (con o senza l’impiego di armi o di altri mezzi di offesa) per recare danno ad altri». Il riferimento all’uso della «forza fisica» non è casuale. Se è vero – come lei stessa ha dichiarato, e non c’è alcuna ragione di dubitarne – che i rapporti con Harvey Weinstein sono avvenuti non sotto la pressione di una minaccia fisica ma sotto quella, molto più realistica, di vedersi stroncare la carriera, parlare di violenza nel caso di Asia Argento implica una sostanziale ridefinizione del concetto stesso di violenza. Il limite sacro, da non oltrepassare – quello che divide la vasta, indefinita, purgatoriale scala di atti molesti dalle violenze vere e proprie – verrebbe in questo caso spostato di qualche metro: violento è dunque non più solo l’atto che minaccia la mia integrità fisica, ma anche quello che minaccia lo svolgimento di una carriera. Il limite della necessità, il punto di leva su cui ogni pressione diviene immediatamente ricatto, viene quindi esteso dall’ambito fisico (con tutto ciò che esso antropologicamente rappresenta) a quello professionale.

Esiste, in ogni ridefinizione semantica, una reciproca e simmetrica ridefinizione esperienziale, che stavolta – rovesciando questi pensieri da una forma negativa in una affermativa – potremmo brutalmente sintetizzare così: “Nel 2017, in Occidente, la carriera di un essere umano è importante almeno quanto la sua stessa integrità fisica”. Siamo davanti a un bivio quasi drammaturgico: o estendiamo l’inviolabilità del corpo anche alla professione, oppure non possiamo parlare di violenza. Certo, in entrambi i casi perdiamo qualcosa di decisivo: come nel Cid di Corneille, dove il protagonista Rodrigue deve decidere se gli è più necessario ottemperare l’obbligo di onore (vendicare il padre) o quello amoroso (sposare Jimena), sapendo che una esclude l’altra, anche noi siamo costretti a scegliere. In un caso indeboliamo la nozione di Corpo, nell’altro quella della Vittima.

Il dibattito pubblico, che crede di scontrarsi sul più o meno legittimo diritto di Asia Argento a porsi come vittima (e a chiedere pertanto l’obolo di solidarietà che si deve alle vittime), avviene in realtà fra chi crede che la realizzazione professionale sia importante quanto l’integrità fisica e chi invece crede che non lo sia. Una tradizionale madre di famiglia – che per inguaribile stereotipo siamo portati a collocare nel Sud – che ancora oggi con la tenacia di una litania mariana ripete fiduciosa che “l’importante è la salute”, non concederà mai ad Asia Argento lo statuto di una vittima, avendo lei troppo netta la distinzione fra ciò che è il corpo – divino santuario, baluardo inespugnabile della persona – e ciò che corpo non è. È un’antropologia che ha radici profonde, ultraindividuali, che riguardano un’Europa che ha nell’inconscio la memoria della guerra, e una invece proiettata in una pace finalmente data per scontata. Una donna in carriera, di stereotipo opposto – collochiamola, per amore di cliché, a Milano – non avrà invece alcuna remora a definire violenza quella subita da Asia Argento: perché vive già in un’altra, diversa, nozione del necessario.

Esiste una linea – ce ne sono tante – che segnala una transizione storica. E il concetto, la nozione, la percezione del corpo è uno di quei luoghi in cui con maggiore drammaticità vediamo affiorare quella linea,  come una terra tagliata in due da una frontiera. Chi ora discute su questi temi, che si tratti di Asia Argento o Anthony Rapp – ridotti loro malgrado a essere interpreti, figure bidimensionali di un exemplum della Storia – discute in realtà, senza neanche saperlo, del punto esatto in cui collocare oggi questa frontiera che è la «soglia di necessità» di un uomo. Una soglia di necessità che diventa quindi anche, necessariamente, una soglia di pericolo. Che cosa poi ci sia, oltre quella soglia, è evidentemente la risposta più facile e più ovvia: ci siamo noi, e nessuno osi entrare senza il mio consenso.

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