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Agroalimentare Made in Italy: obiettivo aumentare l'export

Con 2 milioni di imprese, 3,8 milioni di addetti, 130 miliardi di euro di valore aggiunto e 47 miliardi di export, la filiera agroalimentare italiana – dai campi agli scaffali considerando anche la meccanica per il Food&Beverage – è un comparto chiave per l’economia italiana, con potenzialità competitive ancora non sfruttate al 100%. La concorrenza estera sempre più agguerrita e organizzata sta, negli ultimi anni, sempre più erodendo quote di mercato alle imprese agro-alimentari italiane sui mercati globali.

L’appeal del Made in Italy agroalimentare sulle tavole straniere è ancora preservato e saldamente prediletto dai clienti buongustai stranieri ma la crescita dell’export sta rallentando e questo sposta all’anno 2024 il traguardo dei 50 miliardi di euro di vendite sul mercato estero. La piattaforma Agrifood Monitor, lanciata nel luglio 2016 da Nomisma e CRIF, permette di fruire in un unico strumento dinamico dati di fonti diverse per delineare ottenere un framework di analisi completo, dalla struttura del comparto agroalimentare italiano ai trend sui mercati esteri.

Non c’è solo Brexit, i rischi geopolitici, il terrorismo a turbare le sorti e le performance dell’impresa agroalimentare italiana, ma pure i negoziati per gli accordi di libero scambio (Ceta, TTP, TTIP) sono piuttosto “traballanti”, il commercio internazionale sta rallentando, mentre crescono la concorrenza, nuove sfide globali, la pressione da parte di competitor globali e cambiano sempre più velocemente gli stili di consumo dei consumatori occidentali. Occorrerebbe all’economia mondiale un enorme programma di “smantellamento” delle residue barriere commerciali, politiche e normative tra gli Stati Uniti, l’Europa e ben dodici paesi prospicienti le coste dell’Oceano Pacifico volto a creare un’area commerciale di libero scambio. Il Transatlantic Trade and Investment Partnership tra l’Unione europea e gli Stati Uniti non è altro che una prosecuzione del più vicino Transpacific Partnership (TPP).

Il partenariato mirerebbe a facilitare l’ingresso di tutte le imprese, di ogni dimensione nel mercato degli USA e nei mercati extra-comunitari consentendo il vantaggio di ottenere più facilmente gli appalti pubblici, importare ed esportare merci, fare investimenti, il tutto con una riduzione degli oneri burocratici che costituiscono un vincolo ed un costo insopportabile, gravante sui bilanci aziendali. Interessante è la possibilità per le imprese europee di accedere a fonti energetiche e materie prime a costi più vantaggiosi provenienti dagli Stati Uniti d’America e dagli altri paesi extra-comunitari. Tra i vantaggi sono da ricordare la creazione di nuovi posti di lavoro ed un conseguente rilancio dell’economia europea, il tutto associato ad una maggiore possibilità di scelta per i consumatori e una riduzione dei prezzi. Il tutto garantendo che i prodotti importati nell’Unione europea rispettino gli standard europei (la sicurezza alimentare normata dal WTO e dagli accordi Gatt e Sps), lasciando la piena libertà ai governi di adottare norme o leggi per proteggere i consumatori e l’ambiente, oltre a dover gestire i servizi pubblici a loro piacimento. La Commissione Europea sostiene inoltre che il TTIP dovrebbe far crescere l’economia europea di 120 miliardi di euro, quella statunitense di circa 90 miliardi e quella mondiale di circa 100 miliardi di euro.

L’unica via di uscita per il sistema produttivo italiano, compreso il comparto agroalimentare, per combattere la recessione e la domanda interna quasi inesistente, è quella di poter esportare e percorrere la strada dell’internazionalizzazione e degli investimenti diretti verso l’estero. Questo è un dato certo che, con il TTIP, si aprirebbero le porte del mercato globale a tutte le imprese italiane di ogni dimensione, si creerebbero nuovi posti di lavoro, specie per i giovani neolaureati e ricercatori, si ridurrebbero i costi e i vincoli burocratici che le unità produttive incontrano per competere sull’agone internazionale e, sicuramente anche il consumatore gioverebbe di quest’apertura dei mercati e del dinamismo commerciale. L’Italia, paese esportatore oggi colpito da dazi e restrizioni nei suoi prodotti tipici, avrà da guadagnarci più di altri, dato che i prodotti che ci rappresentano (abbigliamento ed accessori, alimentare, automobile, arredo) sono quelli più apprezzati ed alto valore aggiunto per i clienti esteri. La piattaforma informativa Agrifood Monitor realizzata in partnership da Nomisma e CRIF e presentata a Palazzo di Varignana (Bologna) nell’estate 2016, ha l’obiettivo di offrire alle imprese agroalimentari italiane una bussola completa e aggiornata a supporto dello sviluppo di efficaci strategie di internazionalizzazione e di marketing.

L’approccio è nuovo e consente una lettura sistemica e dinamica delle informazioni in ottica di filiera, focalizzando l’attenzione sui settori e mercati. “Se vogliamo arrivare al traguardo dei 50 miliardi di export agroalimentare entro il 2020 dobbiamo affrettare il passo, investendo maggiormente su mercati a più alto tasso di crescita economica come quelli asiatici: le nostre stime ci dicono infatti che, con lo scenario economico attuale, rischiamo di raggiungere l’obiettivo solo nel 2024”, è il monito del Direttore di Nomisma Andrea Goldstein.

Jacqueline Facconti

Dr.ssa FACCONTI JACQUELINE. Laurea magistrale in STRATEGIA, MANAGEMENT E CONTROLLO conseguita con votazione 110 e lode, Master in Comunicazione, Impresa, Assicurazione e Banca. Web Editor e Web Content Manager, Redattore e cultrice di materie economiche, finanza, assicurazione e merceologia. Esperta in Quality e Human Resource Management, scrittrice professionista e collaboratrice presso U.O Tributi Comune di Sarzana.

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