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"Dove abiti?" – spunti per una microstoria degli indirizzi / 2

Indirizzi di Berlino

Lo sguardo dello storico sugli indirizzari è diverso da quello degli scienziati sociali. Sotto il suo attento scrutinio possono diventare delle vere e proprie fonti. L’assenza o la reperibilità degli indirizzi, la loro diffusione ed accessibilità, la loro precisione e la loro natura, sono tutti dati che fungono da termometro della democrazia e della libertà di una determinata società. Ne misurano lo stato di salute.

Dice sempre Schlögel: “Gli indirizzari come documenti storici hanno una grande forza espressiva”. Sono infatti “compendi nei quali le società registrano nel modo più razionale possibile quello che sanno di se stesse”, sono “le chiavi d’accesso alla città”.

Prendiamo il caso di Berlino. L’indirizzario del 1932 ci restituisce l’immagine di una città ancora florida, abitata, viva: ci sono gli indirizzi dei privati, delle istituzioni, le sedi dei giornali, delle associazioni, degli ospedali, degli studi, dei negozi, delle birrerie, di tutto ciò che è “la civiltà cittadina” al suo massimo fiorire.

Nel 1947, dopo la scomparsa degli indirizzari durante la guerra, compaiono nuovi tipi di indirizzi che corrispondono a nuovi luoghi: centri di disinfestazione, fornitura di legna da ardere, uffici delle potenze occupanti, comitati dei reduci, campi ebraici di transito, associazioni per l’individuazione e la cura delle tombe di guerra, ospedali per malati di tifo.

Nella Berlino del ‘52 già affiorano le istituzioni della guerra fredda: gli indirizzi sono quelli della commissione di controllo della polizia di frontiera internazionale, o degli uffici per i permessi. Non c’è inoltre alcun indirizzario per Berlino est.

 

Indirizzi di Aleppo

Karl Schlögel si muove, con il suo lavoro sugli indirizzari di Berlino, su un doppio solco. Quello della “filosofia materiale della storia” che sognava il Walter Benjamin dei Passages, il quale parlava di “grandi costruzioni sulla base di minuscoli momenti”, da una parte; e quello della microstoria, fatta di dettagli, di fonti insolite e quotidiane, teorizzata da Carlo Ginzburg.

Con bene in testa l’esempio di Benjamin, Ginzburg, Schlögel e Berlino, ho pensato alla storia di un’altra città, che ancora attende di essere raccontata: Aleppo.

Ci sono due direzioni da seguire, sulla traccia dei nostri indirizzi: una che va dall’esterno verso l’interno, e l’altra che si muove nella direzione uguale ed opposta.

Il primo movimento è quello di chi, come me, non è “cittadino”, e non ha la possibilità di conoscere la città e le sue vie se non attraverso la mappa, dunque si muove tra la selva degli indirizzi e dei numeri telefonici ad essi associati per raccapezzarsi, non potendo usare i piedi.

Il primo indirizzo che ho cercato è stato quello del consolato italiano: Zuhair Bin Abi Selma street, nel’area di Jamilieh. Ho chiamato più volte, in giorni e orari differenti. Il numero squilla libero, ma non ho ricevuto riposta. “L’Italia ha sospeso l’attività della propria Ambasciata a Damasco” si legge infatti in una nota del 2012 sul sito della Farnesina “e rimpatriato lo staff della sede diplomatica. La decisione è stata adottata “anche in considerazione delle gravi condizioni di sicurezza, insieme ai principali partner dell’Unione Europea” e per “ribadire la più ferma condanna verso le inaccettabili violenze attuate dal regime siriano nei confronti dei propri cittadini”. Molto probabilmente anche ad Aleppo non c’è più nessuno da un pezzo. Così, niente contatti internazionali: i canali ufficiali, istituzionali, sono forse i primi che saltano, in una situazione di belligeranza. Fa comunque un po’ impressione sentire lo squillo libero in una stanza che si immagina essere vuota.

Ho poi immaginato di dover ingenuamente prenotare una stanza, e ho provato con due hotel. Il Baron (dove hanno soggiornato tra gli altri Lawrence d’Arabia, Agatha Christie, Winston Churchill), è in Baron Street, nella zona di Aziziyeah, vicino al Museo Nazionale.

In questo caso, non sono nemmeno arrivata a chiamare: l’hotel ha dovuto chiudere nel 2014 a causa della guerra civile. Ho provato con lo Sheraton, in Al-Khandaq street, nel distretto di Aqabeh.

Non ho avuto fortuna: è stato convertito in edificio ad uso militare dall’esercito siriano. Non sorprende, visto la sua vicinanza strategica alla Cittadella vecchia. È il segno più tangibile di come la guerra snaturi la funzione delle cose.

Virando verso il cibo, ho visto che TripAdvisor (noi non la pensiamo più come città turistica, ma un tempo Aleppo lo era) dava come ancora aperto, tutti i giorni dalle 10 alle 22, lo Smile Cafè in Yarmouk Street. Ma il numero fornito, malgrado il prefisso internazionale, non funziona. Non c’è stato modo di sapere se il caffè sia ancora aperto. Non è ovviamente più pensabile, ad Aleppo, alcun tipo di turismo.

Passiamo ai centri della vita culturale, indirizzi tra i più importanti: l’Università di Aleppo, che ha subito un bombardamento il 15 gennaio 2013 nella zona della facoltà di architettura, in cui sono morte 82 persone, sembra irreperibile – quantomeno dal numero telefonico indicato.

 

Anche il tentativo di contattarli via mail non è andato a buon fine. Il primo numero che mi ha risposto, però, è stato quello della Facoltà di Letteratura: purtroppo mi è stato detto che non parlavano inglese; “no English, no English”, mi è stato ripetuto più volte, non so se per effettiva ignoranza della lingua o per antipatia.

Se è vero che il grado di salute di una città è intuibile dalla reperibilità e dall’affidabilità dei suoi indirizzi, il bilancio è negativo. Hotel che diventano edifici militari e università in cui non si parla inglese non raccontano certo – come d’altronde c’era da aspettarsi – di una città che sta bene.

Questi miei velleitari tentativi di contatto attraverso gli indirizzi non sono però immuni da una certa ipocrisia occidentale, un vizio antico che abbiamo nelle ossa e che ci spinge a considerarci un po’ il centro del mondo e delle sue trasposizioni cartografiche (nel planisfero l’Europa è sempre arbitrariamente al centro). Lo stesso punto di vista un po’ antipatico che ha denunciato Said nel suo Orientalismo. La mia piccola ricerca a distanza non può che dimostrare – ed è poca cosa – che l’indirizzario di Aleppo è disinnescato. La vera microstoria attraverso gli indirizzi non possiamo certo farla noi, che non abbiamo calpestato quei marciapiedi, che non abbiamo frequentato quei caffè, che non abbiamo visto gli hotel che chiudevano, che non siamo stati nelle aule di quelle Università, che non parliamo quella lingua. Ho passato una settimana a cercare un modo di entrarci senza andarci fisicamente, ma è chiaro che Aleppo è una città irraggiungibile dall’esterno, per chi non ci abita.

Chi ci abita, invece – e qui arriviamo al movimento uguale ed opposto, dall’interno verso l’esterno – è costretto a scappare. Spesso muore prima (è di poche settimane fa la notizia dell’attentato terroristico a un convoglio di pullman che stava evacuando i profughi in fuga dalla città).

Dopo il momentaneo stop causato dall’attentato, l’evacuazione è ripresa, sotto la supervisione delle Nazioni Unite. Si portano in salvo i civili dalle zone dove si combatte, con lo sgombero di 3.200 persone da quattro villaggi vicino ad Aleppo. Lo ha annunciato da Beirut l’Osservatorio siriano per i Diritti umani (Ondus).

Dai dati sui flussi migratori degli ultimi anni è facile intuire che molti indirizzi di Aleppo – corrispondenti un tempo a facce, famiglie, cene con gli amici, e che erano luoghi tanto abitati, intimi e vivi quanto possono esserlo per noi le nostre case o le nostre università – sono ora abbandonati.

L’altro pezzo di storia tutto da ricostruire con gli indirizzi, seguendo la direzione dall’interno vero l’esterno, è quello che riguarda gli indirizzi nuovi: dove abitano ora, quelli che sono scappati? Dove sono? Ce l’hanno una via, un numero civico? Sono nel vicino Libano, in Turchia, in Iraq (i dati dicono che il 97% dei profughi siriani si ferma in Medio Oriente) o nella nostra Europa? E se sono da noi, dove stanno? Hanno degli indirizzi veri? La loro è una geografia degli indirizzi, oppure, prendendo in prestito la felice espressione coniata dallo scrittore algerino Hamid Skif, una géographie du danger, una geografia del pericolo fatta solamente di stazioni, campi, ghetti, luoghi marginali? Trovare questi indirizzi è qualcosa che anche noi occidentali possiamo fare. Ne verrebbe fuori una microstoria degli indirizzi nuovi, di una vita “altra”: che sia migliore o peggiore della precedente, dipende anche dal nostro modo di accoglierli.

Che Aleppo sia oggi una città disabitata, crepata in due, senza indirizzi e senza più nessuno che li abiti, lo sappiamo tutti. Che un tempo non era così, che un tempo c’erano altri indirizzi oltre a quelli delle poche ONG rimaste sul campo, dei pochi ospedali ancora non bombardati, abbiamo un estremo bisogno di ricordarlo.

La storia di tutti quegli indirizzi aspetta di essere scritta, a tappe: gli indirizzi di Aleppo prima dello scoppio della guerra civile, gli indirizzi di Aleppo durante la guerra, gli indirizzi di chi è fuggito. Gli indirizzi di Aleppo…dopo?

 

Piccola bibliografia:

  1. K. SCHLÖGEL, Leggere il tempo nello spazio, Saggi di storia e geopolitica, Mondadori, 2009 (Nello specifico il capitolo intitolato Indirizzari di Berlino)
  2. A. TANTNER, Addressing the Houses. The Introduction of House Numbering in Europe, in Histoire & Mesure, Les mesures de la ville, EHESS, 2009, XXIV-2, p. 7-30
  3. F. PEZZAROSSA, M. RIGHINI, La camminata malandrina, Ragazzi di strada nella Roma di Pasolini, Mucchi, 2015.
  4. N. GINZBURG, Lessico famigliare, Einaudi, 1963.
  5. E. CANETTI, La lingua salvata, Storia di una giovinezza, Adelphi, 1980.
  6. P.P. PASOLINI, Una vita violenta, Garzanti, 1959.

Sitografia:

https://www.google.it/maps/place/Aleppo,+Siria/

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2017-04-16/aleppo-sale-ad-almeno-112-morti-bilancio-vittime-dell-autobomba-152609.shtml

ELSA MORANTE E L’ISOLA DI ARTURO

 

Camilla Marchisotti

Camilla Marchisotti, classe 1993, è cresciuta tra Torino, Ivrea e Aosta. A Torino ha vissuto per un certo periodo nella stessa via di Natalia Ginzburg, e questo non le sembra di certo un caso. Anche perché il lessico familiare (e tutto ciò che ne compete) è il campo d’azione della maggior parte delle sue follie. Una tra queste è la decisione di lasciarsi alle spalle due anni di Giurisprudenza all’Università di Torino, per spostarsi a Bologna a studiare Lettere Moderne. A suo dire Bologna l’ha resa una persona ancora meno costante perché passa le giornate a peregrinare da un’attività ad un’altra: lettura, scrittura, studio, lezioni, lunghe passeggiate, cinema e fantasticherie varie. Sempre in movimento tra attualità e letteratura, è stata per molti anni parte attiva dell’associazione Libera, e le alcune sue fantasticherie sono state pubblicate dalla rivista online “404 – file not found“. Tra le sue passioni più recenti Annie Ernaux e le poesie di Patrizia Cavalli. Tra quelle meno recenti, la Costituzione, che continua imperterrita a citare. Quando non è impegnata nelle sue mille attività, è facile trovarla a cercare qualcosa. È infatti solita perdere le sue cose ovunque, soprattutto nei posti che la fanno sentire a casa.

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