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"Dove abiti?" – Spunti per una microstoria degli indirizzi / 1

1. Indirizzari privati e pubblici

Ho solo ventitré anni ma ho all’attivo moltissimi traslochi. Da quando sono nata ho abitato in Corso de Nicola 48 e in Via Morgari 30 a Torino, in Corso Nigra 9 e in Via Aldisio 8 ad Ivrea, di nuovo in Corso de Nicola 48 e poi al 50 sempre a Torino, infine in Via Pellegrino Tibaldi 38 e in Via Mezzofanti 65 a Bologna.

Forse anche perché ne ho cambiati tanti, ho una buona memoria in fatto di indirizzi. A Torino avevo due migliori amiche, che spesso andavo a trovare: una abitava in Corso Quintino Sella, in precollina, l’altra in Via Belfiore, nel quartiere di San Salvario. La casa di campagna, in cui passavamo i mesi estivi e i fine-settimana con i cugini, è in Via Moglia 3.

Il mio liceo, lo scientifico statale Antonio Gramsci di Ivrea, stava in Via Alberton 10. La mia vecchia università, invece, in Lungo Dora 100, a Torino. La mia attuale università è in Via Zamboni 38 (“Dove sei?”, “Sto al 38” – è uno scambio assolutamente comprensibile per me e i miei amici. Basta il numero!).

Ci sono poi tutta una serie di indirizzi che sono stati o sono tuttora per me emotivamente rilevanti, e dunque ben stampati nella mia testa. In Via Rialto 22 c’è il mio bar preferito, Piazzetta Pier Paolo Pasolini ospita invece il mio cinema preferito, in Via Indipendenza 44 c’è il teatro. Quelli che ad altri possono sembrare solo numeri, corrispondono ai luoghi minimi dei miei affetti e della mia cultura.

Tutti noi possediamo di questi indirizzari privati, che – come ben dice Karl Schlögel nel suo Leggere il tempo nello spazio“dicono qualcosa di noi, nella misura in cui forniscono informazioni sulle persone con le quali curiamo i rapporti. Non sono documenti vergati per l’eternità, bensì in continuo mutamento. Rapportano avvicinamenti e allontanamenti, la nascita di amicizie e inimicizie, persino di aperte ostilità. […] Vi sono schizzati le reti creative, le relazioni, l’ambiente, il contesto, il campo in cui una determinata persona ha pensato, lavorato, vissuto”.

Alcuni di questi indirizzari privati acquistano una rilevanza pubblica, quasi storica, e ci sono singoli indirizzi che diventano più importanti di altri, per la maggiore importanza dei loro abitanti o frequentatori.

Scriveva Giorgio Saviane su L’Espresso, nel 1955:

Non si capisce bene dove lavori Elsa Morante, se in Via dell’Oca 27, dove ha alcune stanze sopra l’appartamento del marito Alberto Moravia o in Via Archimede 161 dove ha uno studio più complicato e ancora più personale. Gli amici dicono che Elsa Morante pensi in Via dell’Oca quello che poi scrive nel pomeriggio in Via Archimede. Per ora comunque Elsa Morante passa quasi tutta la sua vita in questi due appartamenti, tra dischi di Mozart, Verdi, Pergolesi, e gatti siamesi e persiani.

Dopo la separazione da Alberto Moravia nel 1961, Elsa manterrà il suo studio ai Parioli ma non la residenza in Via dell’Oca, trasferendosi sola in Via del Babuino. Questo cambio di residenza è un cambio di vita, di frequentazioni (i nuovi amici di quel periodo sono molti, tra i quali spicca il critico letterario Cesare Garboli) e perché no anche di immaginario: la storia dei suoi romanzi segue la storia dei suoi indirizzi, e la Morante di Via del Babuino sarà un’Elsa diversa, quella dell’apertura al mondo e dell’impegno politico.

Anche tra le numerose ed importanti parole che compongono il Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg, molte sono indirizzi.

Avevamo cambiato casa; e mia madre, che s’era sempre lamentata della casa di via Pastrengo, ora si lamentava della nuova casa. La nuova casa era in via Pallamaglio. – Che brutto nome! – diceva sempre mia madre. – Che brutta strada! Non posso soffrire queste strade, via Campana, via Saluzzo! E almeno in via Pastrengo avevamo il giardino!

Proprio da quegli indirizzi torinesi – che la famiglia Levi cambia spesso – sono passati Olivetti, Turati e molti altri, si sono incontrati e conosciuti grandi intellettuali, futuri colleghi presso la Casa Editrice Einaudi, l’amico Cesare Pavese, il marito di Natalia Leone Ginzburg. La storia degli intellettuali antifascisti torinesi di quel periodo è una storia di indirizzi.

Questo particolare tipo di indirizzi ha fatto nascere un altrettanto particolare tipo di turismi: c’è chi visita la casa e la scuola di Franz Kafka a Praga, chi va a Recanati per vedere quella di Leopardi. I loro indirizzi sopravvivono alla loro morte, ci raccontano di un tempo che non c’è più.

Azzardo: con gli indirizzi, e con i luoghi che essi indicano, si potrebbero costruire interi manuali di storia della letteratura, migliori di quelli che si stampano adesso con il solo ausilio delle date. Sarebbero libri preziosi, capaci di prendere in considerazione la dimensione sincronica oltre a quella diacronica, lo spazio oltre al tempo.

 

E se Morante, Ginzburg, Kafka e Leopardi, con i loro indirizzi reali, sono riferimenti troppo intellettuali e un po’ antichi, ci sono altri indirizzi capaci di pizzicare altri immaginari, fantastici e infantili, come lo storico ripostiglio del sottoscala, Private Drive n.4, presso cui vengono spedite le numerose lettere di ammissione ad Hogwarts al più famoso mago del XXI secolo, Harry Potter.

 

2. Origine e sviluppo della numerazione

“Dare i numeri” ad ogni cosa, e così anche alle case, è un’attività squisitamente umana, che racconta forse della nostra atavica angoscia davanti al disordine e dei nostri – vani? – tentativi di crearlo.

Con l’aiuto della linguista tedesca Heike Wiese, possiamo distinguere tre possibili tipi di numerazione. Quella cardinale – uno, due, tre, ci sono tre penne nell’astuccio, ci sono mille stelle in cielo – serve per sapere la quantità delle cose; quella ordinale – primo, secondo, terzo, Mario è arrivato solo undicesimo quindi è scarso, il sindaco di una città è il primo cittadino – serve per conoscerne l’importanza. Sia la numerazione cardinale sia quella ordinale possono riferirsi agli indirizzi delle abitazioni. Come ci fa notare lo storico Anton Tantner nel suo Addressing the Houses: The Introduction of House Numbering in Europe, è proprio grazie all’esistenza della numerazione delle case che possiamo sapere, per esempio, che nel biennio 1770-72 c’erano in Boemia 389.148 case (numerazione cardinale), e che nella Monarchia Asburgica spesso le case venivano numerate in ordine di importanza, e ad aggiudicarsi il numero 1 erano i castelli o le case dei signori locali (numerazione ordinale).

Il terzo tipo di numerazione è quella nominale, in cui i numeri acquistano un ulteriore grado di “aderenza”: il numero non solo indica la cosa, ma è la cosa, si identifica con essa. Questo vale per i numeri dei bus e dei tram, per esempio, per i numeri del telefono e anche per i numeri delle case.

Per certi tipi di indirizzi, forse, sarebbe utile inventarsi una quarta categoria di numerazione, che vada oltre a quella nominale e la superi. Certi indirizzi, infatti, diventano più delle cose che rappresentano: diventano delle vere e proprie idee, dei simboli.

Come quella Via Caetani romana in cui fu ritrovato il corpo di Aldo Moro. I responsabili del delitto seppero come giocare macabramente con i luoghi: Via Caetani si trovava infatti a metà strada tra Piazza del Gesù, dove stava la sede nazionale della Democrazia Cristiana, e Via delle botteghe oscure, sede nazionale del Partito comunista. L’ubicazione e la seguente localizzazione del cadavere furono una proiezione spaziale della folle avversione brigatista al compromesso storico, voluto proprio da Moro in quegli anni.

Fortunatamente la storia e la letteratura ci regalano anche indirizzi simbolici più felici. Come quello presso il quale lo scrittore Elias Canetti ha abitato durante i suoi tre anni a Manchester, tra il 1911 e il 1913.

Scrive Canetti nel primo volume della sua autobiografia:

George, il minore dei miei fratelli, era un bellissimo bambino, con gli occhi scuri e i capelli neri come la pece. Fu il papà a insegnargli le prime parole. La mattina, quando veniva da noi nella stanza dei bambini, si svolgeva tra loro sempre lo stesso dialogo, che ascoltavo con molta attenzione. “Georgie?” diceva papà in tono interrogativo e il piccolo replicava “Canetti”; “two?” il papà, “three” rispondeva il bambino; “four?” il papà, “Burton” il bambino, “Road” concludeva il papà. Da principio la cosa finiva lì. Ma ben presto il nostro indirizzo si completò e il duetto proseguì a voci alternate con “West”, “Disbury”, “Manchester” e “England”. Ma l’ultima parola l’avevo io, che non lasciavo perder l’occasione di aggiungere “Europe”.

Così, quel “234 Burton Road, West Disbury, Manchester, England, Europe” diventa una numerazione speciale, magica, quarta, capace di svelare una forma mentis, una inconsapevole, precoce tendenza del bambino-Canetti a sentirsi appartenente non a questa o a quella nazione o etnia, bensì all’intero continente europeo.

Non sempre e non da tutti, però, il fatto di avere un indirizzo viene interpretato positivamente.

Tommaso, il protagonista di Una vita violenta, secondo romanzo romano di Pier Paolo Pasolini, ha sempre vissuto in una baracca delle borgate romane, le favelas italiane ai bordi della capitale lungo tutti gli anni ’50 e oltre. Una volta uscito di prigione, Tommaso scopre che alla sua famiglia è stata assegnata una casa popolare, con tanto di via, numero civico e nome sulla porta.

Quando Tommaso tornò a libertà era un bel tramonto di maggio. Era la prima volta che Tommaso vedeva l’INA Case finito […] Tommaso scese alla Fiorentini, tornò un po’ su e imboccò la prima strada che entrava lungo il quartiere. Guardò la tabella: si chiamava Via Luigi Cesana. “Via Luigi Cesana” disse Tommaso, inghiottendo soddisfatto un po’ di saliva, “e imboccamo un po’ sta Via Luigi Cesana ‘qua!”. Il cuore gli batteva forte, tanto che quasi gli girava un po’ la testa. Sapeva che casa sua era in Via dei Crispolti, n. 19: ma dove cavolo fosse questa via proprio non aveva idea. [..] Poi, con un nodo alla gola per la commozione che quasi piangeva, Tommaso entrò dentro, ingrugnato, un poco, per non far vedere quello che provava. Era sempre vissuto, dacchè se ne ricordava, dentro una catapecchia di legno marcio, coperta di bandoni e di tela incerata, tra l’immondezza, la fanga, le cagate: e adesso invece, finalmente, abitava nientemeno che in una palazzina, e di lusso pure, con le pareti belle intonacate, e le scale con delle ringhiere rifinite al bacio.

Malgrado il miglioramento delle condizioni di vita della famiglia Puzzilli, Pasolini, sempre polemico, non sembra leggere questo cambiamento che quasi commuove Tommaso in maniera interamente positiva. Lui, e con lui i suoi lettori più acuti (tra cui Michele Righini nel suo saggio La camminata malandrina, Ragazzi di strada nella Roma di Pasolini) vedono in quel Via dei Crispolti 19 “il primo segno di una resa alle dinamiche imposte dal potere”.

 

Arrendersi alle “logiche catastali” – dice Righini – significa infatti “tradire il sentimento antico ma mai scomparso secondo cui un luogo non è un incrocio di coordinate ma un organismo vivo, di cui anche il nome muta in funzione del suo stesso mutare”.

Questa prospettiva anti-potere, che legge dati apparentemente innocui come quello della numerazione abitativa nel più ampio quadro dell’attività di una autorità che tutto vede e tutto controlla, è tipica dei sociologi e degli scienziati sociali in generale, perlomeno dai tempi di Foucault, e non manca di fondamento.

Poter disporre degli indirizzi, con il nome della via affiancato al numero civico, ci sembra oggi una cosa del tutto naturale, scontata. Non è sempre stato così. L’indirizzo, come tutte le costruzioni umane, ha una sua origine che si colloca nel tempo, e questa origine non è certo democratica, non nasce “dal basso”.

L’esigenza di numerare le case si registra per la prima volta in Europa nelle grandi città (Madrid, Londra, Parigi, Vienna) a partire dalla metà del 1700, ed è un’esigenza che viene “dall’alto”, ordinatrice e illuministica. La numerazione delle vie è uno dei tanti modi in cui i poteri centrali costruiscono lo stato moderno. I motivi addotti sono i più disparati: si vogliono facilitare la riscossione delle tasse, l’amministrazione dei tributi, l’alloggiamento dei soldati, le operazioni di reclutamento tra gli abitanti, la lotta contro i mendicanti e gli incendi. Insomma, la numerazione obbligatoria degli immobili si colloca all’interno di un dispositivo di controllo e forzata stabilizzazione delle forze più dinamiche e sfuggenti della società, e viene spesso contrastata dagli stessi abitanti prima di essere accettata.

La marginalizzazione dei soggetti scomodi è storicamente il prezzo da pagare per una società che si vede e si vuole più “ordinata”, più “civile”. La numerazione nacque sotto questo segno ambiguo della violenza del potere. Un esempio emblematico: in anticipo sui tempi, tra il 1720 e il 1730 fu numerato il ghetto ebraico di Praga dalle autorità austriache, che temevano “attività cospiratrici”.

Questo strumento nato per “sorvegliare e punire”, però, è stato oggetto di una progressiva appropriazione e democratizzazione. Già nel corso del 1800, gli scopi originari della numerazione sono stati reinventati dagli stessi cittadini “numerati” che l’avevano prima malvolentieri subita. Il XIX secolo è stato il secolo degli indirizzari, che venivano stampati annualmente in volumi sempre più precisi, sempre più spessi, e comprendevano gli indirizzi dei privati, dei servizi, dei negozi, delle attività. degli studi, delle istituzioni, delle associazioni, dei partiti. Insomma, l’intera vita di una città sulla carta.

La loro diffusione ha consegnato le preziose informazioni insite negli indirizzi ad una conoscenza comune, condivisa. Le persone hanno iniziato ad usare quei numeri per i loro propositi e a loro vantaggio, indirizzando lettere (la storia del sistema postale è strettamente legata a quella degli indirizzi), usandoli per orientarsi nelle loro città e nelle città straniere.

Non è un caso che – ed è un esempio tra tanti – a partire dal 1937 in Russia gli indirizzari (antesignani delle nostre Pagine Gialle e del più tecnologicamente avanzato Google Maps) spariscano dalla circolazione. L’unico autorizzato a possedere questo tipo di informazioni era il potere, che nel caso sovietico coincideva con la polizia segreta, e che poteva usarle per i suoi scopi: le purghe, gli arresti. La scomparsa degli indirizzari di Mosca e San Pietroburgo è stata “l’inevitabile liquidazione delle ultime forme residue di opinione pubblica e trasparenza”. Gli indirizzari ricomparvero magicamente con Gorbacëv alla fine della dittatura comunista.

Camilla Marchisotti

Camilla Marchisotti, classe 1993, è cresciuta tra Torino, Ivrea e Aosta. A Torino ha vissuto per un certo periodo nella stessa via di Natalia Ginzburg, e questo non le sembra di certo un caso. Anche perché il lessico familiare (e tutto ciò che ne compete) è il campo d’azione della maggior parte delle sue follie. Una tra queste è la decisione di lasciarsi alle spalle due anni di Giurisprudenza all’Università di Torino, per spostarsi a Bologna a studiare Lettere Moderne. A suo dire Bologna l’ha resa una persona ancora meno costante perché passa le giornate a peregrinare da un’attività ad un’altra: lettura, scrittura, studio, lezioni, lunghe passeggiate, cinema e fantasticherie varie. Sempre in movimento tra attualità e letteratura, è stata per molti anni parte attiva dell’associazione Libera, e le alcune sue fantasticherie sono state pubblicate dalla rivista online “404 – file not found“. Tra le sue passioni più recenti Annie Ernaux e le poesie di Patrizia Cavalli. Tra quelle meno recenti, la Costituzione, che continua imperterrita a citare. Quando non è impegnata nelle sue mille attività, è facile trovarla a cercare qualcosa. È infatti solita perdere le sue cose ovunque, soprattutto nei posti che la fanno sentire a casa.

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