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A fine vita, dentro La casa degli sguardi. Intervista a Daniele Mencarelli

Daniele Mencarelli pubblica il suo primo romanzo La casa degli sguardi con Mondadori. Il nostro direttore Giuseppe Nibali Guzzetta gli ha posto alcune domande sulla sua opera recente e sul rapporto con la parola poetica.

Daniele Mencarelli, poeta, sceneggiatore e adesso romanziere ci regala un libro pieno, autentico, realistico (ma forse diremmo meglio realista). Questo La casa degli sguardi, edito Mondadori, racconta l’avventura dell’autore (i fatti sono raccontati in auto-fiction) nel suo anno di lavoro come operaio presso l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Vengo dunque alla prima domanda, caro Daniele, quale vita e quali scelte ti hanno condotto fino alle porte del Bambino Gesù?

Sono arrivato al Bambino Gesù alla fine di un percorso autodistruttivo, fatto di fragilità ingestibili, di uno sguardo che non riuscivo ad addomesticare, di consumi smodati di tutto, in primis l’alcol. Il libro è ambientato nel 1999, all’epoca avevo venticinque anni, già pubblicavo poesie, non che la cosa aiutasse di un grammo la mia totale incapacità a vivere. Dopo studi abbandonati, lavori persi, mi sono ritrovato al Bambino Gesù come un disperso cui è data un’ultima occasione. Un poco alla volta mi sono ripreso, ho iniziato a bere di meno, mi sono lasciato educare dal dolore dell’ospedale, uno schiaffo dopo l’altro. Lo sguardo è rimasto totalmente ingestibile, oggi, almeno, non mi distruggo più come una volta, almeno non consapevolmente.

Sicuramente la morte, leggendo queste belle pagine, ha un ruolo preponderante. La morte osservata, il corpo reificato (ma sempre raccontato attraverso un’atroce dolcezza), cadaverico, che è morte dell’altro, degli altri, in questo caso dei “bambini dormienti”, che vengono esposti con una pudicizia che dice molto sull’aspetto umano della tua scrittura in un momento in cui tanta letteratura contemporanea (molta della quale sicuramente meritevole) fa dell’esposizione virtuosa del mostruoso, del grottesco, del sadico una delle sue cifre migliori. Ma la morte agita, anche, di un protagonista e di uno scrittore che si è più volte professato “a fine vita”. La mia domanda è questa: la morte, sicuramente, ma come si fugge dalla morte, in questo libro?

Si fugge dalla morte abbracciandola, nella sua totale estraneità all’amore, nel suo essere contemporaneamente umana e disumana. Io vivo da quarantaquattro anni su una soglia, tra vita e morte, da questa soglia guardo il mondo, congedandomi di continuo da tutto, soffrendo ogni carezza come fosse l’ultima, da sempre. All’epoca del romanzo vivevo la mia condizione come una maledizione infame, capace di farmi vivere ogni secondo come fosse l’ultimo, in un perenne addio da scontare, oggi la maledizione la cavalco, continua a ferirmi nello stesso modo, ma tanto tutti dobbiamo morire. Ecco l’unico modo di superare la morte.

“Bambino Gesù, ospedale pediatrico”. È questo il nome completo che hai scelto per l’edizione del tuo libro edita dalle Tipografie vaticane, prima della riedizione, con Nottetempo, in cui la seconda parte del titolo è stata tolta. Daniele Mencarelli è poeta, prima di essere romanziere, nasce quindi la sua esperienza da un dettato spasmodico e mozzo, abituato agli spazi, ai tempi brevi, agli scatti da velocista. E la poesia torna, torna in certi brani della narrazione, torna nel finale (il libro si concluderà, infatti, con un inedito) e nei segni diacritici che sembrano dividere in versi il periodo: «Bruci questo posto, la Terra intera. L’unica cura è dimenticarsi di tutto. I miei compagni di squadra stanno preparando l’attrezzatura per lo sgrosso, gli arrivo di fronte sconvolto, ma non m’importa più di niente». Quanta poesia nell’elaborazione, nel ritmo, nelle pagine di questo tuo romanzo?

Dettato spasmodico e mozzo. Aggiungerei violento, nudo, capace di accelerazioni improvvise, altrettanto improvvisi rallentamenti, dilatazioni. Tutte caratteristiche che ho tentato di mantenere nella prosa, rinunciando a quel periodare tipico di una certa narrativa che sinceramente non amo. Delle versificazione è rimasto il rispetto assoluto del mio respiro, quindi del mio metro interiore, per quanto possibile ho cercato di affidarmi al muro delle parole, anche se poi, in alcuni passaggi, la claustrofobia ha avuto la meglio, da qui la ricerca del bianco della pagina, del silenzio, ho spezzato la regola e sono ritornato alla plasticità del verso, al peso specifico della parola. In questa alternanza mi ritrovo completamente.

Per la Rai ti occupi di Fiction, fai lo sceneggiatore, e come abbiamo detto hai una cospicua e importante esperienza nella poesia contemporanea, ma devo confessarti che, leggendo le pagine del libro, si ha l’impressione di trovarsi davanti un prosatore purosangue. Prendilo come un complimento, se vuoi, oppure non farlo, ma resta il fatto che una certa attenzione agli accenti e alla lingua sono elementi privilegiati nella tua prosa. Il romanesco, soprattutto, che non può non riportare alla mente il Gadda del Psticciaccio, anche solo per i personaggi che lo utilizzano e che, parlando il dialetto, ne sono parlati a loro volta. Quali i modelli, ti chiedo. Quali i modelli e quali i compagni di viaggio, i coetanei migliori.

Ti ringrazio. Sul rapporto tra lingua e dialetto apri un capitolo enorme, il ring privilegiato dei miei studi, riflessioni. Noi siamo parlati dalla nostra lingua, per parafrasarti, anzi, dalle nostre lingue. È proprio questo il punto. Se osservi le cose da questa angolazione ti accorgerai che una certa idea di dominio sulla parola non solo è illogica, ma anche infruttuosa. Un autore che lambicca credendo di avere sempre il controllo non è un autore. Tutto è permesso, all’infuori della staticità, invece tanto nella narrativa quanto nel cinema vedi personaggi parlare una lingua morta, immobile, sempre e comunque decontestualizzata, come se la lingua non risentisse dei luoghi in cui prende vita. Sui modelli: da Gadda a Belli, ma anche Steno, Monicelli, per non restare solo nell’ambito letterario. I miei compagni di viaggio? Tra poesia e narrativa me ne vengono in mente diversi. Te ne dico uno solo, per l’adesione perfetta, la sovrapposizione assoluta tra vita e letteratura, portata sino alle conseguenze che sappiamo. Simone Cattaneo.

Giuseppe Nibali Guzzetta

Giuseppe Nibali Guzzetta è nato a Catania nel 1991. È laureato in Lettere Moderne e in Italianistica presso l’Università degli Studi di Bologna dove è membro del Consiglio Direttivo e del Comitato di Direzione del Centro di Poesia Contemporanea dell’Università con cui collabora dal 2010. Giornalista Pubblicista collabora con “La Sicilia”, “Clandestino” e “Argo”. Dal 2017 è direttore editoriale della rivista online Midnight Magazine. Ha pubblicato i libri di poesia: Come dio su tre croci (Edizioni AE, 2013), Premio Serrapetrona – le stanze del tempo”, Menzione d’onore “InediTO – Premio colline di Torino”, Premio Elena Violani Landi Opera Prima; e La voce di Cassandra – Studi sul corpo di una vergine. Sue poesie appaiono in diverse antologie poetiche e blog. Insegna italiano, storia e filosofia in un Liceo di Milano.

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