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Willy Vlautin: un romanziere country-blues

Dicono che, in certe persone, il talento possa assumere più volti; il talento, come l’ispirazione, come l’estro immaginativo. È sicuramente il caso dello statunitense Willy Vlautin, nato a Reno, nel profondo Nevada, nel 1967.

L’artista americano si esprime da anni, infatti, e con ottimi risultati, in ambito musicale ed in quello letterario: per quanto riguarda la musica, Vlautin è il frontman e leader della band alternative country Richmond Fontaine, che ha all’attivo ben undici album in studio (dei quali l’ultimo, intitolato You Can’t Go Back If There’s Nothing To Go Back To, è uscito nella prima parte del 2016); dal punto di vista letterario, invece, ha pubblicato quattro romanzi, dei quali solo tre sono stati tradotti per l’Italia, mentre l’ultimo è in corso di lavorazione.

Ciò che preme sottolineare da subito è l’estrema coerenza interna che caratterizza tutta la produzione di Vlautin: se i Richmond Fontaine ricevono di frequente ottime recensioni, lo si deve principalmente ai testi del leader, vere e proprie american ballads che danno vita alla geografia, alla storia ed all’umanità della West Coast più sincera (d’altronde, dal Nevada alla California il passo è breve, e passa anche per l’immortale Route 66, nel deserto). Ma evidentemente questo a Vlautin non bastava: come ogni grande narratore, è nella dimensione del romanzo che ha trovato la sua completezza creativa, avendo la possibilità di dare più spazio a quei stessi personaggi che animano alcune sue canzoni.

Uno scambio intra-artistico, una sorta di osmosi interna che, coinvolgendo le figure centrali di tutte le sue storie, non può che interessare primariamente le tematiche di un universo narrativo che, in fondo, resta sempre lo stesso.

Pubblicato negli Stati Uniti nel 2006, nel 2008 esce in Italia, per Fazi Editore, Motel Life, primo romanzo di Vlautin (dopo l’apparizione di alcuni racconti in rivista): un’opera prima che contiene già tutto l’estro, tutta la tipicità, ma anche tutti i modelli tenuti presente dall’autore.

E, anche in questo caso, coerenza è la parola d’ordine: i punti di riferimento di Vlautin sono, naturalmente, musicali quanto letterari, ma sono accomunati dalla stessa tendenza di fondo. Che cosa hanno in comune i romanzi di John Steinbeck e i racconti di Raymond Carver con le liriche composte da Tom Waits, Johnny Cash e Bob Dylan? Il dato fondamentale è quello del tono e dell’intento realistici. Fotografare la vita, in tutta la sua disperazione, con tutta la rabbia e la fatica sorda di chi lotta per trovare il proprio posto; e il realismo si acuisce se al centro dell’azione vengono posti personaggi borderline, ai margini della società: vagabondi, diseredati, homeless, che si ritrovano in questa condizione senza alcun preavviso, e tentano goffamente di reagire. Possono attaccarsi alla bottiglia e fare notte tarda in bar malfamati e maleodoranti (come succede in tanti blues di Tom Waits), possono tentare di ribellarsi anche con la forza dell’intelletto (come accade nei canti “di protesta” di Dylan), possono viaggiare senza una meta precisa, per ri-conoscersi, ri-trovarsi.

È proprio questo che succede a Frank e Jerry Lee, i due fratelli protagonisti di Motel Life, che ricordano così da vicino le due figure centrali di Uomini e topi di Steinbeck, e che colgono l’occasione data da un incidente causato da Jerry, in cui un ragazzo perde la vita, per mettere in discussione ogni cosa, e per partire per un viaggio che trae il suo senso proprio dal fatto che appare insensato, immotivato, senza meta nè pianificazione. A dominare la scena è l’aridità interiore dei due fratelli, la cui rappresentazione visiva è data proprio dal motel del titolo, dalla “vita da motel”: simbolo di deriva esistenziale, che necessita di un qualche tipo di (romanzo di) ri-formazione.

In bilico tra le figure femminili create da Tom Waits (su tutte, quella Hooker spiantata che scrive una Christmas Card in Minneapolis) e i personaggi desertici – ma così pieni di deserto – dei racconti di Raymond Carver (e specialmente del Carver di Di cosa parliamo quando parliamo d’amore), si situa la giovane Allison Johnson, protagonista di Verso Nord, secondo romanzo di Vlautin, uscito negli States nel 2008 (con il titolo Northline) ma in Italia solo nel 2013, presso la casa editrice Quarup di Pescara.

Allison ha ventidue anni, ed è l’ennesima anima smarrita portata in scena da Vlautin: figlia alcolizzata di madre alcolizzata, sorella maggiore di una sorella che si prepara a divenire alcolizzata, non ha niente da perdere (ad eccezione di un fidanzato violento, se vogliamo essere morbosi) e perciò si mette in viaggio “verso Nord”, appunto. La differenza con i fratelli di Motel Life, tuttavia, c’è, e sta nel fatto che questa volta Allison ha un piano, una meta: sogna la Grande Città, come i personaggi di Furore di Steinbeck o dei romanzi di Faulkner – anche se è del tutto priva della loro forza propulsiva e del loro ottimismo incrollabile, ed è qui che entra in gioco la mediazione di Carver. La Grande Città verso cui si dirige è, guarda caso, Reno, Nevada. Ma, ancora una volta, è il viaggio che conta.

Il debito di Vlautin nei confronti delle sue radici musicali, profondamente intrise di Country e Blues, appare manifesto nel titolo del suo terzo (e finora ultimo, per l’Italia) romanzo, pubblicato da Mondadori nel 2014 (ma uscito negli USA nel 2010): La Ballata di Charley Thompson.

Se finora Vlautin si era “mascherato” dietro adolescenti troppo cresciuti (Frank e Jerry Lee) o che comunque sono già vicini all’età adulta (Allison Johnson), è proprio l’adolescenza che viene messa in scena attraverso la figura di Charley, quindicenne che vive una vera e propria storia di formazione.

Anche in questo caso, una situazione tragica di partenza, con una madre che non c’è ed un padre che tende a mettersi spesso nei guai, per la sua indole aggressiva e la sua passione per la bottiglia; ed anche in questo caso, sarà la situazione tragica a spingere Charley – che da poco si è trasferito con il padre a Portland e lavora facendo le pulizie all’ippodromo locale – a partire, ma questa volta in compagnia dell’unico amico che gli è rimasto: un cavallo di nome Lean on Pete. Il ragazzo dovrà fare i conti con Del, proprietario dell’animale, che vuole usare Pete esclusivamente per guadagnare alle corse: liberando Pete, Charley tenterà di liberare sè stesso, come un incrocio tra un aspirante cowboy ed un moderno Huckleberry Finn.

La penna di Vlautin ci regala storie e personaggi che non sarebbero possibili senza la sua storia musicale; con i suoi romanzi, assume così le vesti di un unificatore di tendenze, che recupera il vecchio per creare il nuovo: capace, grazie all’esperienza dei Richmond Fontaine, di legarsi alla storia del cantautorato Made in USA (da Cash a Springsteen, senza interruzioni o incoerenze), riesce a concretizzarla e a darle spazio anche nell’ambito della scrittura narrativa, per mezzo di uno stile che lo inserisce nel solco della più grande tradizione del romanzo americano.

Ed è del grande romanzo americano, quello realista, che Willy Vlautin si pone come nuova, grande voce.

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