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Vittorini, Sciascia e la Sicilia dei Gran Lombardi

«Chi fece questa Sicilia non la completò né ci mise le città e terre di montagna per non sapere i veri nomi e siti. Chi li sa, può aggiungere il resto a memoria». Questi versi, che Sciascia indica ne La corda pazza come l’epigrafe perfetta per il libro Le città del mondo di Elio Vittorini, appartengono a un’iscrizione muraria di palazzo Steri, a Palermo. L’anonimo autore aveva aggiunto le parole ad una sagoma vuota dell’isola per giustificarne, forse, la miseria.

Il paragone con il libro mai finito (o forse non-finito) di Vittorini regge. Lo scrittore, innamorato di una Sicilia che già allora si andava perdendo, decide di descriverla nel 1941 con Conversazioni in Sicilia. sciascia_palazzoloQui spunta per la prima volta, in uno scompartimento del treno, vicino ai conterranei piccoli e scuri, e dopo la tremenda descrizione del venditore di arance e della sua moglie bambina, il Gran Lombardo: «era un siciliano grande, un lombardo o normanno forse di Nicosia […] autentico, e aperto, e alto, e con gli occhi azzurri. […] Doveva essere di Nicosia o Aidone; parlava il dialetto ancora oggi quasi lombardo, con la u lombarda, di quei posti lombardi nel Val Demone: Nicosia o Aidone».

La documentazione storica a supporto di una minoranza lombarda in Sicilia è sempre stata nota, e Sciascia la conosceva a menadito. Come afferma il professor Salvatore Carmelo Trovato, ordinario di linguistica generale a Catania: «Probabilmente le prime migrazioni sono antecedenti al 1168, vi prendono parte le popolazioni originarie del Monferrato, dell’entroterra ligure, dell’Emilia occidentale e dalla Gallia cisalpina, che andarono a stabilirsi in centri disposti lungo una linea che dal Mar Tirreno ( San Fratello e Novara) giunge al mare africano (Butera)».

L’energumeno di Conversazione in Sicilia, che viene dalle zone di Messina, dove ha un cavallo e tre bellissime figlie (figlie su cui l’autore, continuamente pone l’accento), è posto dal Vittorini in una posizione privilegiata. Lui discende dai normanni, dai lombardi, ha la fierezza del re ed è l’unico dei personaggi iniziali dotato di capacità critica: «… Credo che l’uomo sia maturo per altro, non soltanto per non rubare, non uccidere, eccetera, e per essere un bravo cittadino… credo sia maturo per altro […] cose da fare per la nostra coscienza, cose da fare in senso nuovo».

In più è proprio il Gran Lombardo, in virtù della propria coscienza critica e della sua presunta superiorità morale, a evidenziare la “puzza” che sembra invadere il vagone tramite i discorsi misantropi e qualunquisti dei due Coi Baffi e Senza Baffi.

Sciascia rimprovera a Vittorini proprio quest’idea di considerare la “Lombardia siciliana” non come una zona di memoria e lingua nordica, non quindi come una semplice area di influenza culturale stravagante rispetto al resto dell’isola, ma come una vera e propria urbs felix. elio-vittoriniUn luogo, in ultima analisi, capace di fervente civismo repubblicano, squisitamente settentrionale, che la storia aveva incatenato mille chilometri più a sud: «Vittorini cercava di risolvere quella profonda e drammatica contraddizione che è nei siciliani migliori, nei siciliani che non partecipano della follia di credere la Sicilia perfetta e se stessi portatori di un modo di vita impareggiabile».

Così lo scrittore realista risolve “l’astratta sintesi” del collega, più fantasioso solo perché più lontano, solo perché non più suo abitante, bollandola come una forzatura e ributtando tutto nel calderone “immutato e immutabile” dell’isola.

Sciascia, ancora una volta rifiuta il romanticismo, ponendosi, come siciliano, antiromantico e realista. Vittorini lascia invece incompiuto “Le città del mondo”, L’isola descritta è sfuocata come quella del murales di Palazzo Steri, e come l’autore ebbe a dire a riguardo nel maggio del 1953: «Tutto ciò che nel libro viene citato come estraneo all’isola è ancora come se fosse Sicilia, così i Pirenei, così Gerusalemme e Samarcanda e Tucuman e Ur dei caldei».

 

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