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Tutti gli autobus della mia vita: un affettuoso elogio ai mezzi pubblici

I mezzi di trasporto pubblico in Italia, si sa, non funzionano.

E’ risaputo che i pullman «non passano mai» e siccome sono affollati «puzzano», che i treni «sono sempre in ritardo» e la mattina, con tutti quei pendolari e studenti, «non si trova mai un posto a sedere»: le lamentele a riguardo, ormai standardizzate, sono diventate proverbiali, quasi formulari, cristallizzandosi in un’antipatia collettiva, diffusa e per questo difficile da sconfiggere.

Eppure alcuni di noi continuano a prendere i tram, gli autobus e i treni.

Mi piace pensare che ci siano, dietro a questa testardaggine e a questa fedeltà, delle ragioni diverse, romantiche e nascoste, oltre a quella di essere banalmente costretti a farlo perché spesso i mezzi pubblici sono l’unico modo che abbiamo per spostarci. O, se così non fosse, mi piacerebbe provare a elencare – a chi l’autobus non l’ha mai preso o a chi, scoraggiato, arrabbiato e frettoloso ha smesso di farlo – alcuni buoni motivi per cui vale ancora la pena, di tanto in tanto, saltare su un bus o prendere un treno.

I mezzi pubblici e la lettura

Il mio amico P. scrive racconti. Mi ha inviato la sua ultima storia via e-mail, questa notte. Ho passato la mattinata tra le incombenze: le ore di lezione, i caffè con gli amici, il pranzo e le varie commissioni. Il cellulare nella tasca mi bruciava come una pistola carica, un colpo pronto per essere sparato. Aspettavo il momento giusto, la solitudine adatta per leggere, il brusio indistinto di sottofondo che stimolasse la concentrazione e stabilisse il ritmo. Verso le tre, sono salita sull’11 per ritornare a casa e – finalmente – ho letto.

leggereAppena si è trasferita in Germania, A. si è lamentata con me che il suo studentato non è in centro e che – per raggiungerlo – le toccherà prendere il tram, dovendo rinunciare a venti buoni minuti di sonno. Nella città in cui viveva prima, andava in università a piedi. Le ho detto che si sarebbe abituata a quella distanza e a quella nuova modalità di percorrerla, anzi ancora di più: affezionata.
Quando, una settimana dopo, siamo tornate sull’argomento, mi ha detto che nei tragitti di andata e ritorno si è messa a leggere La città e la casa di Natalia Ginzburg.
Essendo in Germania per imparare la lingua, A. cerca di non leggere libri in italiano. Tranne sul tram. Il tram è diventata la zona franca in cui leggere smette di essere un dovere e ritorna un piacere. «Era da tanto che un romanzo non mi prendeva così», mi ha detto.

L’andatura del mezzo pubblico (che ricorda un po’ l’atto del cullare, traslato su un livello urbano: avanti e indietro, avanti e indietro, da un capolinea a quello opposto) e la magia per cui ci si muove senza essere responsabili dello spostamento rendono possibile e forse diversa l’esperienza della lettura, non solamente quella di evasione.

Una figura che mi è particolarmente cara, nell’immaginario familiare, è quella del Giudice Battisti.  Era un grande amico di mio nonno. Non l’ho mai conosciuto, e forse per questo ha assunto nella mia testa dei tratti mitici: penso a lui un po’ come al protagonista di una favola. Nella versione del racconto che mi ricordo, il Giudice Battisti – uomo di cultura sconfinata – aveva imparato a memoria lunghi passi della Divina Commedia, che recitava a mio nonno: «Quando mi dipartii da Circe…». Li aveva imparati sul treno, nei lunghi viaggi che da Aosta lo portavano a Roma, dove lavorava in Corte di Cassazione.

Persone più autorevoli di quelle a me vicine hanno parlato nei loro libri millerdello stretto legame tra la lettura e i mezzi pubblici. Henry Miller, in I libri nella mia vita – una raccolta di saggi in cui parla dei libri che più lo hanno segnato e del suo modo di intendere la lettura – dice: «Nei quattro lunghi anni che passai alla Everlasting Portland Cement Co., nei viaggi di andata e ritorno dal lavoro lessi i libri più pesanti. Leggevo in piedi, schiacciato da tutte le parti da pendolari come me. Durante questi tragitti sulla sopraelevata non soltanto leggevo, ma imparavo a memoria lunghi passi di quei volumi. Se non altro, era un prezioso esercizio nell’arte della concentrazione».

Immaginate la mia sorpresa quando, leggendo il saggio dello scrittore americano, ho scoperto che lui e il Giudice Battisti sarebbero andati d’accordo.

 

I mezzi pubblici e il tempo

A sedici anni (non in pullman, in spiaggia) ho letto A un cerbiatto somiglia il mio amore. Come tutti i libri che si leggono a quell’età, non mi ricordo assolutamente nulla della trama – che doveva essere però certamente triste, perchè l’autore era David Grossman. Quello che inspiegabilmente ricordo di quel libro è che la donna israeliana protagonistagrossman della storia, anche lei molto triste, spinta proprio da questa sua tristezza smette di andare al lavoro e passa le sue giornate su un autobus, da un capolinea all’altro senza mai scendere, senza avere una meta precisa. Quello della donna era un comportamento avventato, rischioso: il libro è ambientato infatti in un periodo durante il quale in Israele gli autobus sono i bersagli preferiti dei terroristi palestinesi. Ne saltava in aria uno al giorno.

Colloco retrospettivamente in quel momento della mia cronologia immaginaria un modo diverso e innamorato di considerare gli autobus, e mi sono sempre chiesta come quello che era un atteggiamento potenzialmente suicida di una persona che esisteva solamente nel mondo della narrativa avesse potuto suscitare in me un tale cambiamento di prospettiva.

Ho ritrovato il libro, e con il libro anche la risposta: «Giorno dopo giorno, per tre o quattro settimane, aveva preso un bus della linea 18 e viaggiato per circa un’ora su quella tratta urbana. Aveva scoperto che i brutti pensieri la lasciavano in pace durante la corsa».

Credo che la pace di cui parla Grossman abbia molto a che fare con il tempo. Chi sale sul pullman – anche in Israele, anche in tempo di bombe – ha la possibilità di appropriarsi di una diversa concezione del tempo, come se dentro e fuori valessero due orologi diversi. La mattina i buoni propositi, la sera le grandi ricapitolazioni: il finestrino e il vociare indistinto degli anonimi compagni di viaggio, addirittura gli sballottamenti, tutto contribuisce alla riflessione e invita all’abbandono.

I mezzi pubblici, la città, la democrazia

L’autobus e il treno hanno entrambi una nobile funzione di conoscenza – sia pubblica sia personale – di cui spesso ci dimentichiamo.

E’ attraverso l’autobus che ho imparato ad unire, come i puntini con la matita, tutti quei luoghi di Torino che mi erano noti dall’infanzia, ma di cui – trasferendomi altrove da piccola e tornando in città per l’università – avevo dimenticato le reciproche connessioni. La mia personale geografia è il risultato di quegli spostamenti, e ancora adesso conosco meglio i nomi delle fermate del 64 che quelli delle vie. Ed è sempre grazie all’autobus che – saltando da una linea all’altra – ho imparato a conoscere Bologna, quando è diventata la mia città.

This an undated photo shows Rosa Parks riding on the Montgomery Area Transit System bus. Parks refused to give up her seat on a Montgomery bus on Dec. 1, 1955, and ignited the boycott that led to a federal court ruling against segregation in public transportation. In 1955, Montgomery's racially segregated buses carried 30,000 to 40,000 blacks each day. At a time when interest in civil rights memorabilia is rekindled, a lifetime's worth of Parks' belongings _ among them her Presidential Medal of Freedom _ sits in a New York warehouse, unseen and unsold. (AP Photo/Daily Advertiser)

Ma non si tratta solo di cuciture private. La ferrovia unisce il Nord con il Sud, e fa l’Italia unita più di qualunque spedizione dei Mille.
L’autobus, il tram, il filobus uniscono le periferie con il centro, e tracciando i loro percorsi da un capo all’altro della città, rendono possibile il miscuglio tra le donne arabe della Bolognina e quelle borghesi di Via Farini a Bologna, tra i giovani padri tunisini di Corso Giulio Cesare e le madame che vivono in Crocetta a Torino. L’autobus non è soltanto un modo di muoversi, è un fantastico livellatore delle differenze sociali, un’antropologica palestra di convivenza.

I mezzi pubblici e l’amore

Mio cugino V. è solito dire: «Tutte le volte che salgo su un pullman mi innamoro». Anche lui è un grande frequentatore di mezzi pubblici, che ormai chiama con affetto, un po’ come se fosse un nomignolo, semplicemente «mezzi».
Tra lo stesso pullman e chi lo prende con frequenza, infatti, si stabilisce un’inspiegabile sorta di feeling: arriva un momento in cui non è più necessario controllare gli orari, perchè sono stati ormai mandati a memoria, interiorizzati nell’hard disk, come i nei sulla schiena di un innamorato. Ci si ritrova ad uscire di casa e incamminarsi verso la fermata perchè semplicemente si intuisce che «è l’ora».

Sempre a proposito di orari, oltre ad una certa ora anche i bus smettono di circolare. Alcuni a mezzanotte e mezza, i più coraggiosi all’una. Ed è proprio trattenuta dall’amore che spesso mi è capitato di mancare all’appuntamento con l’ultimo della nottata, nonostante le corse rocambolesche: ma quelli persi per amore sono gli unici autobus a cui si rinuncia volentieri.

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