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The jihadist will never silence us – They will have to kill us first Musicisti Maliani in esilio

Una riflessione sulla libertà d’espressione.

“They will have to kill us first” é un documentario del 2015 girato da Johanna Schwartz e riassume il periodo in cui il Mali è in preda alla guerra civile.
A partire dal 2008 si sono riacutizzate le tensioni nel Nord del paese fra il gruppo etnico Tuareg (accusato di sostenere la ribellione ancora latente anella regione di Kidal, al confine con quella di Gao)e le etnie maggioritarie nel Paese. Nel 2012, al Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, di etnia Tuareg, si uniscono alcune frazioni fondamentaliste che aderiscono ad gruppo di al-Qa’ida, per ottenere il controllo della regione settentrionale del paese, l’Azauad.They will have to kill us firstNel Nord del paese nelle città conquistate col sangue e i cadaveri viene imposta la Sharia, legge che per gli estremisti considera una bestemmia persino fare musica, poiché attraverso di lei si esprimerebbe il Diavolo.
Questo per il Mali è un grandissimo colpo, popolo amante delle danze e delle canzoni. Attraverso la musica si esprime la gioia, ma anche la tristezza, si impara e ci si innamora. Togliendo la musica è stato tolto l’ossigeno a questo paese, la sua identità.
Nel 2013 il presidente Dioncounda Traoré, chiede e ottiene un intervento aereo della Francia per combattere i ribelli del Nord. In seguito vengono liberate le città dell’Azauad cadute nelle mani dei fondamentalisti islamici.
Questo splendido lavoro, svolto nell’arco di più di tre anni, coinvolge artisti Maliani fra i più conosciuti, che sono riusciti a scappare dalle torture e
dalla morte: perché è così che viene punito chi si ostina a fare musica, a trasmetterla in radio, a cantare per strada.
Durante il documentario esce sempre più forte la volontà degli artisti Maliani di non darsi per vinti, il loro coraggio e le loro storie, differenti ma accomunate tutte dal bisogno di fare musica, di ribellarsi e sollevarsi di nuovo con dignità di fronte al mondo.
La libertà di fare musica, di poter esprimere liberamente ciò che si pensa è fondamentale, se viene tolta viene a mancare una parte fondamentale che contraddistingue l’uomo dall’animale comune.
Non sarà nient’altro che una bambola senza possibilità di dire nulla.

La colonna sonora è splendida, il film promuove la speranza di un mondo migliore e la musica la rende universale, comprensibile a tutti, senza tralasciare però ciò che c’è di marcio oggi, ciò che ferma il futuro uccide il passato e rende il presente scuro e sanguinoso.
Fra gli artisti: Khaira Arby, Disco, Songhoy Blues

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