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Sua santità Dada

“Desidero venir sciolto dal corpo per essere con Cristo”  Fil. 1, 23

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È un desertico silenzio quello in cui Ball tratteggia i suoi santi, lo stesso Ball che strepitava di rumorose sillabe dalle pagine di Karawane. Cosa porta un uomo a creare il futuro e chiudere il suo viaggio in lontanissime origini spirituali?

Dopo un’infanzia segnata da una rigida educazione cattolica, Hugo Ball si laurea prima in sociologia e quindi in filosofia per poi muoversi a Berlino dove verrà bollato come disertore per la sua posizione riguardo l’invasione tedesca del Belgio: «The war is founded on a glaring mistake, men have been confused with machines».

Siamo nel 1916, pubblica Karawane: parole inventate, un nuovo linguaggio liberatorio e onomatopeico, che segnerà una svolta chiamata Dadaismo.

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Possiamo affermare che nei suoi soli quarantun anni di vita, Ball abbia davvero contribuito allo sviluppo del pensiero artistico in modo così incisivo da essere tuttora ispirazione e riferimento.

Quando si stabilisce a Zurigo, conosce ed abbraccia l’anarchismo, talmente tanto da tradurre un testo di Mikhail Bakunin, in segno di contrapposizione alla pretesa dei grandi filosofi del passato di poter definire e conoscere la verità assoluta. E’ da questo stato di cose che scaturirà l’avanguardia per eccellenza: il Dadaismo. Punto d’origine del dirompente movimento è stata la fucina artistica del Cabaret Voltaire, luogo d’aggregazione e di germinazione di idee, creatività, letterature e arti. Superfluo ricordare nomi quali Tzara, Duchamp, Rey, Cocteau, Ernst, Kandinsky, Klee, de Chirico, Taeuber-Arp. Solo per citarne alcuni.

Poetica del Dada, il nonsense come unica possibile soluzione comunicativa. La visione Dada scaturisce da un contesto sociale, culturale e politico che Ball respinge avendone percepito in maniera definitiva la pochezza di contenuto e di sostanza. Saranno anni di fermento artistico forse mai replicati.

Dada si anima di vita propria, creatura caleidoscopica destinata a perdurare forse come nessun’altra idea artistica precedente, ma sono pochi gli anni in cui Ball vive nell’epicentro Dada; il periodo successivo lo vede collaborare come editorialista a diverse testate elvetiche.

E’ il 1920 l’anno che segna un’evoluzione che riconduce l’uomo Ball alle origini: riscopre il cattolicesimo, questa volta autonomamente, scegliendolo ed approfondendolo con gli occhi dell’artista compiuto che perfeziona e realizza così la ricerca dell’assoluto che da sempre segna la sua vita.

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Quello che Adelphi, nell’unica edizione italiana, ci consegna nel 2015 è l’opera che suggella questo percorso nella forma più alta possibile, sia dal punto di vista storiografico che letterario.

Le pagine di Ball sono sì un capolavoro sotto il profilo formale, ma l’aspetto più impressionante ed affascinante è l’astensione dell’autore da qualsiasi riferimento autobiografico che indica la scelta precisa di lasciare che siano le storie narrate a riempire a tutto campo il quadro e quindi le emozioni del lettore.

Hugo Ball sceglie le storie di tre santi nel suo libro Cristianesimo Bizantino: Giovanni Climaco, Dionigi l’Areopagita e Simeone Stilita che per certi versi fecero scelte talmente estreme da poter essere assimilati alla forza rivoluzionaria del Dadaismo, pur se in campo spirituale.

Giovanni Climaco, monaco e abate, ha scritto una famosissima guida spirituale in greco: Klimax tou Paradeisou, ossia “Scala del Paradiso”. Ball racconta di Giovanni introducendo prima la sua vita: «prima di tentare di dar la parola alla pedagogia paradisiaca di Giovanni Climaco, vediamo chi era l’uomo che l’ha concepita». Secondo Giovanni è necessario lasciarsi alle spalle ogni forma di possesso materiale, ma sopratutto spirituale. Riscoprendo l’umiltà rompe le catene mentali ed intellettuali. Si sottopone all’esperienza del carcere e del completo isolamento: «ricorda al suo ego, spogliato della libertà, la prigionia dell’anima nel corpo» (p. 43). La nostra vita, secondo il santo, è purgatorio, in quanto lo spirito umano è una prigione dello spirito divino: ritornare all’originaria natura comporta riscoprire la nostra essenza divina, l’incontro con la quale può darsi solo guardando il dolore. Solo la preghiera, che invoca la compassione divina, è preservazione del mondo, azione incessante.

Ball presenta la visione gnostica dell’universo nella esegesi della figura di Dionigi l’Areopagita, personaggio quanto mai discusso dalla tradizione europea. Alberto Magno e Tommaso parlarono della sua opera come secondaria solo rispetto alla Sacra Scrittura, mentre pensatori del Rinascimento lo presentarono come impostore dall’identità ignota, Pseudo-Dionigi. Nato verso la fine del V secolo in Siria, la sua patria spirituale è Alessandria d’Egitto. «Il senso, l’immagine del mondo trasmessi dalla Scrittura sono prospettici […]. Solo dietro una maschera, sotto un velo è dato discernere Dio» (p. 76).

Il percorso parabolico della narrazione si completa con la figura di Simeone Stilita che concentra la sua figura sulla lingua di Dio, sulla sua parola e sulla convinzione che possa tornare a parlare nell’epoca della desertificazione spirituale. Simeone, come gli altri santi scelti da Ball, compie una scelta difficile nel corso della vita: poiché pensò di non essere capace di scappare dal mondo in orizzontale, decise di fuggire in verticale, scegliendo di andare a vivere in cima ad una colonna.

Cristianesimo Bizantino ci fa vivere in modo emozionante il mondo di persone lontane dalle nostre vite quotidiane e trasmette la percezione chiara di un’apertura sulle possibilità della mente, oltre che di stupore.

E’ forse l’amor che move Dada e le altre stelle?

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