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Per una storia che non faccia più piangere Dostoevskij

In questi giorni ho ripreso in mano l’agile libriccino dello scrittore ungherese Laszlo F. Foldényi, pubblicato da Il Melangolo nel 2008, Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere.

L’ho fatto dopo avere letto su La Lettura di domenica 2 ottobre l’articolo di Fulvio Cammarano che commenta l’uscita in Italia del nuovo libro di Serge Gruzinski, l’interessantissimo “Abbiamo ancora bisogno della storia?”.

Nel libro lo storico francese ripropone l’iter che la storiografia compie, da Erodoto fino ad oggi, e grazie al quale la narrazione storica si pone non come documentazione incolore dei fatti ma, appunto, come evento interpretato e narrato.

Come scrive giustamente Cammarano, infatti, il vero problema sorge quando si intende la storia «come un album da cui estrarre fotogrammi utili a ricomporre un’immagine del passato. La storia non è natura, non si “trova”: è il prodotto di un’interpretazione del passato, che diventa la base di una nuova narrazione»[1].

Così la domanda è: cosa significa fare storia oggi? Come cambia la storiografia nel mare magnum dei nuovi media e nella società globalizzata?

Queste le basi che mi hanno portato a riprendere in mano Foldenyi e il suo lavoro. Il suo prezioso Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere, dove racconta l’angoscia dello scrittore russo nel leggere, durante l’esilio siberiano, le Lezioni di filosofia della storia di Hegel.

Il titolo di Foldenyi è accattivante e curioso. Disegna le lacrime ghiacciate di Fedor Dostoevskij, piante, stando a quanto racconta l’autore, nella primavera del 1854. Erano già passati quattro anni di lavori forzati ed era stato mandato nella deserta Semiplatinsk come soldato semplice.

Qui lo scrittore legge Hegel, e qui scopre che, secondo la sua analisi, la Siberia è fuori dalla storia, un posto in cui la ragione non esiste, e che quindi non è riconducibile a nessun tassello della rigida scacchiera dell’idealismo.

Hegel divide la Storia in tre categorie: L’Ursprünglische Geschichte è la storia dei testimoni; la seconda, la Reflektierende Geschichte medita su se stessa; e la terza, la Philosophische Geschichte, la regina, la Welt-Geschichte, la storia mondiale, quella che parla anche di se stessa, la storia secondo Filosofia.

hegel_portrait_by_schlesinger_1831

Hegel, quindi, esclude per meglio comprendere, al riparo dell’università berlinese. Si preoccupa solo di ciò che è razionale, tagliando fuori i luoghi che non si muovono secondo ragione. Un bricolage che porta Hegel a creare categorie rigide, che imbrigliano uomini, passioni, eventi, luoghi e divinità nella fitta ragnatela del razionale, oppure, ove non fosse possibile, li escludono gettandoli nel limbo dell’incomprensibile, una sorta di zona grigia, quindi, che include i ritagli, gli scarti, la Siberia, certamente, ma anche l’Africa, il Continente bambino.

Ma quella terra esiste! Dostoevskij qui può piangere sentendosi tradito, lui, vittima della storia in un tormento e in una sofferenza che sono posti fuori da essa. È fiero, lo scrittore russo, nelle umane passioni, negli errori e nelle contraddizioni, metro dell’umanità. E tornerà da quel limbo, arriveranno, dopo la Siberia, le sue opere maggiori, premio alle passate lacrime e dimostrazione che anche ciò che non si spiega secondo ragione può prodigiosamente esistere.

Il filosofo tedesco, nelle sue impolverate aule vivrà invece la vita orribile di chi esclude ciò che non comprende, le vittime, i singoli e il trascendente. Scriveva a proposito un illuminato Pietrangelo Buttafuoco, commentando l’uscita del librino nel 2009, che «la convinzione hegeliana che tutto – dalla natura all’uomo, dall’arte alla religione alla filosofia, dal diritto alla morale, dalla politica allo stato, e certamente le vicende storiche – si debba leggere come una progressiva e sempre più ricca manifestazione della ragione, cela un grande patimento personale»[2].

Se quindi, come auspica il professor Gruzinski, una nuova Storia deve imporsi, se un nuovo modo di fare e di intendere la storiografia deve affermarsi, che sia una storia di tutto e di tutti, non eurocentrica, che non segua il capitale ma gli uomini, che smetta, infine, di fare piangere Dostoevskij.

 

[1] Fulvio Cammarano, La reinvenzione della storia, in «Corriere della Sera – La Lettura», 2 ottobre 2016, p. 3.

[2] Pietrangelo Buttafuoco, Leggere Hegel in Siberia e scoprire che la terra d’esilio è fuori dal Logos, in «Il Foglio», 20 luglio 2009.

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