Privacy Policy

Privacy Policy

Cookie Policy

https://www.iubenda.com/privacy-policy/7852079/cookie-policy

Termini e Condizioni

http://midnightmagazine.org/?page_id=785
  • Home
  • /
  • Cultura
  • /
  • Shakespeare è vivo, l’ho visto in Via Manzoni 5
la-dodicesima-notte-di-william-shakespeare

Shakespeare è vivo, l’ho visto in Via Manzoni 5

Tra un testo letterario e la sua traduzione intercorre una vera e propria storia d’amore.
Una storia sanguigshakespearena, spesso tormentata, in cui si corrono due tipi di rischi mortali, simili ai guai che possono capitare ad una coppia d’amanti che sta insieme da molto tempo.
Il rischio di invecchiare e cadere nell’abitudine: non avere più nulla da dirsi, avere l’impressione di parlare due lingue diverse e – per questo – non capirsi più.
Il rischio che uno dei due – il più scalmanato e insofferente della coppia, nel nostro caso il capriccioso testo tradotto – tradisca l’altro, il testo originale, magari andandosene in cerca di nuovi brividi.
Patrizia Cavalli, nella sua relazione d’amore con Shakespeare, evita invecchiamento e tradimento con un’unica, agile piroetta. I fertili frutti di questa relazione sono stati recentemente pubblicati da Nottetempo, in un libro intitolato “Shakespeare in scena. Quattro traduzioni”.

Cavalli contro Sanguineti: Shakespeare vicino e lontano

Non tutti i traduttori appartengono alla stessa scuola, ed è certamente lecito amare un testo in modo diverso.

Edoardo Sanguineti, per esempio, quando traduceva le tragedie greche, prediligeva la cosiddetta “traduzione a calco”. Traduceva pedissequamente, parola per parola, dal greco all’italiano, senza spostare l’ordine, senza toccare niente, sacerdote fedele e anti-interventista di un testo che – in italiano, mancando i dovuti aggiustamenti sintattici – risultava poco comprensibile.

Sanguineti, che non era uno stupido, questa incomprensibilità la sapeva e la cercava, perché dietro al suo metodo stava la precisa volontà di lanciare un messaggio politico oltre che poetico: tu, mio caro pubblico novecentesco, con Eschilo, Sofocle e Euripide non hai più niente da spartire. Puoi ancora leggerli e ascoltarli a teatro, certo, ma sappi che sarà un’operazione in cui è inevitabilmente insito uno sforzo, perché tu e la tragedia greca siete due mondi lontani anni luce, e quella che hai sotto gli occhi e nelle orecchie è parola morta, distante, non ha più niente a che fare con l’oggi.

Curioso che questo atteggiamento lo avesse – ferme restando le dovute differenze, imposte innanzitutto dalle diverse caratteristiche e sfide che ponevano il greco di V secolo e l’inglese di fine ‘500 – anche nei confronti dello stesso Shakespeare, autore non contemporaneo ma nemmeno antico, forse un po’ attempato e da svecchiare, ma non così distante da noi e dalla nostra sensibilità come invece poteva essere (o sembrare) la produzione teatrale greca.

L’amore tra Patrizia Cavalli e William Shakespeare è fatto di una pasta diversa. La storia tra i due dura ormai dal 1984, anno in cui va in scena la sua personalissima versione de La tempesta. Il libro, uscito nel 2016, contiene anche Sogno di una notte d’estate, Otello e la più recente e fresca traduzione de La dodicesima notte.

patrizia

Sono tutte e quattro traduzione nate espressamente per la scena, destinate a farsi subito parola e movimento oltre che a stare sulla carta, pensate per quegli stessi attori che questo passaggio vivificante dall’inchiostro alla voce avrebbero dovuto attuarlo, disegnate e cucite sui loro gesti e per le loro facce. Traduzioni vive, pensate per il palco, nate già dentro il suo perimetro.

Il corollario di questo atteggiamento è – come nel caso di Sanguineti, ma con risultati diametralmente opposti – altrettanto politico: chi traduce crede in uno Shakespeare vivo e vicino, il cui luogo naturale rimane ancora e sempre il palcoscenico, il cui contenitore più consono è una messa in scena capace di spingere il pubblico all’ immedesimazione più che alla razionale constatazione di un mondo che non c’è più e che nulla ha più da insegnarci.

E’ un tipo di atteggiamento che ha delle naturali conseguenze prima di tutto sulla lingua scelta dalla Cavalli, molto simile a quella delle sue poesie – facile, quotidiana, piana, anche volgare all’occorrenza, come volgare, perché popolare, era Shakespeare. Tanto per fare un esempio, Iago grida spesso e volentieri “Puttana!” e sinonimi vari, senza porsi il problema di nascondere gli insulti dietro ad improbabili perifrasi, anzi con un certo compiacimento. Via le inutili prudenze linguistiche, gli aggettivi vecchi, le particelle polverose (l’imbarazzante e scolastica filastrocca di “onde”, vieppiù”, “sicchè”): lo Shakespeare di Patrizia Cavalli parla la nostra lingua.

I più pudichi, quei lettori un po’ polverosi che si approcciano ai classici come ci si avvicina ad un altare – a capo a chino e non privi di un certo timore reverenziale – storceranno certo il naso a sentire messe in bocca ai personaggi parolacce e bassezze, frasi dirette e poco ricamate, pronunciate con naturalezza e con gusto. Proprio come se si trattasse di uomini d’oggi che si parlano apertamente di sentimenti anche tremendi come la gelosia e l’invidia, che s’amano e s’ammazzano, si fanno gli scherzi e la guerra – con quella sacra, finta naturalezza teatrale che deriva dal non sapere di avere “degli spettatori”.

la-dodicesima-notte1-660x330

Grideranno allo scandalo e al tradimento, questi lettori puritani, ad una lingua troppo attuale, che osa troppo e troppo si discosta da quella del mitico “originale”. Niente di più falso. Si sono infatti dimenticati che erano precisamente questi il linguaggio e gli effetti desiderati da Shakespeare, promotore di un’idea di teatro non elitario: la sua forza stava proprio nel fatto che lo capivano tutti.  Cosa che non si può dire per molte traduzioni della sua opera che circolano oggi – innanzitutto tra i banchi di scuola.

Molti traduttori, infatti, sono vittima dello stesso timore e cadono – per eccesso di ossequio – nella cosiddetta trappola del jet-lag traduttivo. E’ un concetto efficacemente espresso da Valerio Magrelli, anche lui poeta e traduttore, e sta ad indicare quella stortura temporale per cui una traduzione nasce già vecchia, con uno scarto dalla lingua reale e parlata di almeno 40-50 anni.

I risultati di questo timore non sono puri cavilli astratti di cui si può discutere tra accademici ed esperti del settore, ma hanno risvolti culturali rilevanti e concreti. Primo tra tutti, quello di allontanare e spaventare i lettori meno testardi e allenati, perché “è troppo difficile!”, “non lo capisco!”.

Shakespeare è per tutti: parrucchieri, avvocati, operai, medici, fruttivendoli, ragazzi del liceo. Quanto mi sarei appassionata all’Otello, quanto di più lo avrai capito, se l’avessi letto al liceo nella traduzione della Cavalli!

Se – come diceva Calvino – un classico è un testo fuori dal tempo, che ha sempre qualcosa da dirci, la qualità della sua traduzione è uno dei fattori determinanti per la sua sopravvivenza e per la sua corretta fruizione. Leggere ed andare a teatro sono prima di tutto piaceri. In questo, il lavoro della Cavalli, pur puntando su un innegabile svecchiamento linguistico e non rinunciando a qualche pragmatico taglio, è del tutto fedele allo spirito dell’autore inglese.

 

Come lavora Patrizia?

Un testo così naturale e delle parole così facili fanno pensare ad una traduzione immediata, un’operazione che viene così, senza sforzo o ponderazione, dal nulla. È un’impressione. Tradurre Shakespeare è stato come “attraversare l’inferno dell’artificio per conquistare l’apparenza della naturalezza”. La Cavalli è un corridore che sa nascondere bene la sua fatica e vive la traduzione come una costante “ginnastica verbale”.

Gli esercizi a cui è stata costretta – racconta Patrizia – sono stati di volta in volta diversi, perché diversi sono i quattro testi nelle loro più nucleari caratteristiche.

Il ritmo è importante in tutto Shakespeare per il banale motivo che scrive in versi, ma nel Sogno si tratta soprattutto di un esercizio di rima, che è il linguaggio privilegiato e segreto degli innamorati. Per Otello, la chiave di volta sta nei diversi toni di voce, che caratterizzano i personaggi: Otello “esagerato”, Iago uno di quei “romaneschi” che pensano di essere “più furbi”, Desdemona parla la lingua della purezza, è “distante” e “altrove”. Per La dodicesima notte la ginnastica traduttiva è stata letteralmente fisica: dice la Cavalli che per tradurre come si deve non poteva star ferma. Le parole giuste le trovava muovendosi nella sua grande casa, spostando gli oggetti e attraversando le porte, spesso se le appuntava su foglietti volanti una volta arrivata in cucina.

Come recita Patrizia?

Ma se Shakespeare è fatto per essere letto ad alta voce e recitato – si potrebbe obiettare – c’era davvero bisogno di pubblicare un libro? Non bastava portarlo a teatro?
Rendere disponibile una traduzione di questo genere non è un’operazione né inutile né commerciale (anche perché pubblicando Shakespeare non si guadagna granché). Questo, per diversi motivi.

Innanzitutto, la speranza più grande sarebbe quella di farlo entrare nelle scuole. Speranza di difficile realizzazione, se si pensa che la Scuola intesa come istituzione è – come uno specchio laico della Chiesa – uno degli ambienti italiani più caratterizzati da un forte conservatorismo.

Secondariamente, la pubblicazione del libro è stata essa stessa l’occasione per rileggerlo e dargli vita – rigorosamente ad alta voce.

È la stessa Cavalli che lo ha portato in giro per l’Italia, malgrado l’età e gli acciacchi, nei festival di letteratura e nei piccoli teatri. Ho avuto la fortuna di ascoltarla qualche settimana fa, mentre recitava degli stralci delle sue traduzioni all’Oratorio Filippo Neri di Bologna, in Via Manzoni, in una vecchia chiesa sconsacrata adibita a teatro.

Patrizia Cavalli non è un’attrice di professione, non sa recitare, ed è questo – paradossalmente – a rendere tutto così perfetto e godibile. È goffa, raffreddata, imperfetta, gonfia in faccia per la malattia, è sfiorita ovunque tranne che negli occhi. Le scappa l’accento romano quando fa Iago. Per il palco non ha reverenza o rispetto: lo tratta come la sua cucina. Sa che tutto le è permesso e perdonato, anche le dimenticanze. Quando non ha voglia di spiegare, taglia corto. Quando ha voglia di saltare un pezzo, lo fa. Quante libertà si prende, che se fosse un’altra farebbero gridare allo scandalo. Ma lei – personaggio sfuggente, controverso – è sessant’anni che abita lo scandalo come fosse una casa piuttosto comoda, accogliente. Parla di Cecchi e dei grandi del teatro italiano, dei vecchi intellettuali come Garboli e colleghi, come se fossero gente qualunque, con cui le è capitato di lavorare così, un po’ per caso.
Magicamente, tutto funziona – soprattutto quando legge in rima e non si capisce più se sta leggendo Shakespeare o una sua poesia.
Si vede da come si muove quando legge che ha attraversato la traduzione con il corpo, come un ponte.
Tutta avvolta nei suoi pantaloni bianchi, nel maglioncino rosa cipria, nel collo alto della maglia, aveva però delle scarpe rosse che parevano voler dire: “Ho ancora qualche cartuccia da sparare”.

Lo diceva per sé e lo diceva – anche e soprattutto – per Shakespeare.

Cosa ne pensi?