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Sergei Polunin: un documentario racconta il Cigno nero della danza

Sergei Polunin è un nome che sembra destinato a diventare celebre, e non solo negli ambienti diafani ed snob del mondo del balletto. D’altra parte, anche la danza classica è entrata nella sua era 2.0, e sempre più sta scendendo dai palchi dei teatri, ed uscendo dalle sale prove delle accademie.
Anche la danza sembra infatti accorgersi di essere ormai un fenomeno sociale (e social), glamour quanto basta per far sì che Roberto Bolle sia ormai un divo, prima che un ballerino. Una star a 360 gradi, capace di portare la danza classica in prima serata su Rai Uno (La mia danza libera, andato in onda Sabato 8 Ottobre). Un artista completo, capace di far diventare il suo gala Roberto Bolle and Friends, una tournée da “bagni di folla”.
Ma non tutti gli artisti nascono “Roberto Bolle”, cigni bianchi e luminosi che investono il mondo con la loro aurea dorata di positività. Altri nascono Sergei Polunin. E Sergei Polunin balla da solo, fuori dal coro. Prima di lui, solo un altro grande “Cigno nero”, Rudolf Nureyev.
Sergei Polunin

Leonetta Bentivoglio, in una magnifica intervista a Sergei Polunin pubblicata su Repubblica lo scorso Agosto 2016 scrive: «Nell’Est europeo, dove la danza è popolare al massimo, spiccano due tipologie d’interpreti: quelli luminosi e augusti come retaggi imperiali; e quelli mossi da un demone dostoevskiano distruttivo e ribelle. Tendenza che ha plasmato un filone di eroi quali Nijinsky e Nureyev. Polunin è il nuovo dio di questa specie».
Sergei Polunin nasce in Ucraina 27 anni fa, da una famiglia di umilissime origini operaie. Da bambino sembra avviato ad una promettente carriera di ginnasta, ma a otto anni una grave polmonite lo costringe per mesi a letto, escludendolo dalla competizione agonistica. A questo punto la madre decide di tentare nuovamente con la danza, già familiare a Sergei, che a soli tre anni aveva preso alcune lezioni.
Nel 1999 Polunin partecipa ad un’audizione per il Kiev’s State Choreographic Institut, portando un’improvvisazione su un’aria di Pavarotti. Il giovane ballerino viene accettato e insieme alla madre, si trasferisce a Kiev. Le condizione economiche della famiglia di Polunin impongono grandi sacrifici, ma nel 2003 grazie ad una borsa di studio della Rudolf Nureyev Foundation, Polunin entra a far parte della British Royal Ballett School e si trasferisce a Londra.
Da questo momento la carriera di Sergei Polunin è solo in ascesa. Nel 2009 viene nominato primo solista e nel 2010 primo ballerino, il più giovane nella storia del Royal Ballet, a soli diciannove anni. Polunin non è però un “Cigno bianco”, e la sua crisi personale inizia a manifestarsi con dichiarazioni schock, rumors della stampa, prove saltate, assenze. Fino a che, nel 2012, arriva la notizia: Sergei Polunin, a soli 23 anni, rassegna le sue dimissioni alla compagnia del Royal Ballet.
La scelta di Polunin arriva repentina, apparentemente illogica, ed improvvisa. Il giovanissimo ballerino sembra interpretare alla lettera l’insegnamento del guru della Apple, Steve Job. Il celeberrimo inventore della “mela morsicata” invitava infatti a pensare ad ogni giorno della nostra vita come se fosse l’ultimo, e a cambiare repentinamente le nostre esistenze se ci ritroviamo insoddisfatti. Esattamente quello che Polunin fa in Inghilterra, nel giro di una settimana. Con le sue stesse parole: «Fidanzata, Royal Ballet, studio di tatuaggi: elimina».
Le parole di Polunin stesso, esprimono il disagio dell’artista e dell’uomo in questo momento di crisi: «Non riuscivo a trovare un equilibrio, dal punto di vista della danza, io sentivo di non poter decidere su nulla. Mi trovavo in un posto fantastico e lavoravo con persone fantastiche, ma paghi il prezzo di non poter decidere. L’artista in me stava morendo».
Pochi giorni dopo le dimissioni dal Royal Ballet, Sergei Polunin si esibisce in Man in Motion, progetto ideato dal collega ed amico Ivan Putrov, focalizzato sulla danza al maschile. Molti si chiedono se non si tratti dell’ultima esibizione dell’étoile nel Regno Unito, se non addirittura di un addio di Polunin alla danza.
La tormentata star del balletto però non abbandona il palcoscenico, ma decide di esibire in giro per il mondo la sua danza libera, slegata dalle compagnie. Arte allo stato puro. «Ho pensato, no io devo ballare» dice Polunin. Il ritorno in Russia e la possibilità di ballare per tre mesi “liberamente” lo ricongiungono con l’essenza della sua Arte. La peregrinazione di Polunin si conclude infatti nello stesso 2012 a San Pietroburgo: qui incontra Igor Zelensky, direttore artistico del Teatro Lirico Stanislavsky e del Teatro dell’opera e del balletto di Novosibirsk. Zelensky, che ha lavorato come primo ballerino con il Kirov Ballet, il New York City Ballet e proprio con il Royal Ballet, sembra comprendere immediatamente ciò di cui il giovane talento ha bisogno: Sergei Polunin ottiene così il ruolo di primo ballerino nella compagnia russa, mantenendo però la libertà di potersi esibire altrove ed impegnarsi in altri progetti personali.
Polunin sembra così trovare un nuovo equilibrio nella vita e nella danza, ed anzi da questo momento la sua carriera sembra nuovamente decollare, non solo nei teatri. Grazie allo stesso Zelensky infatti, la ex étoile del Royal Ballet partecipa al talent show televisivo russo Big Ballet, dedicato alla danza. Polunin ovviamente trionfa anche sul piccolo schermo, e la vittoria gli apre un nuovo mondo di celebrità. Arrivano nuove apparizioni televisive, collaborazioni con stilisti, interviste e servizi fotografici. Sergei Polunin diventa così una sorta di sex symbol del mondo dell’Arte, un artista a 360 gradi che sa trasformare la sua capacità espressiva multiforme in una nuova forma d’Arte.
Arrivano così le collaborazioni con grandi artisti, che indagano con diverse forme le capacità espressive del corpo tormentato di Polunin. Nel 2014 la giovane star del balletto è così protagonista di un video, firmato niente meno che da David La Chapelle, che lo riprende in un assolo diafano e disperato sulle note della hit Take me to the Church, di Hozier, coreografato da Jade Hale-Christofi. Polunin volteggia libero sullo sfondo di una luminosa e spoglia struttura in legno bianco, vestito solo di una calzamaglia e dei suoi innumerevoli tatuaggi. Una fisicità ed un’espressività ben lontane dalle stereotipate pose del balletto classico, unite però ad una tecnica impeccabile.

Ed ora, nel 2016, viene presentato Dancer, documentario girato da Steven Cantor, che racconta la vita del tormentato ballerino. Dancer ha ottenuto il premio del pubblico al Festival Cinematografico di Varsavia, e nei pochi minuti del trailer scorrono i momenti più intensi della vita di Polunin: la decisione di lasciare il Royal Ballet, il suo rapporto glamour con l’etoile Natalia Osipova e i suoi tanto chiacchierati tatuaggi.
Quella di Sergei Polunin sembra quindi la storia di un talento straordinario che necessita di essere espresso in forme di pura creatività, slegate dall’idea “classica” di carriera. In Dancer (possibile testamento-congedo della danza di Polunin) incontriamo un genio artistico che continua a lottare con la sua vocazione, probabilmente terrorizzato dall’idea di essere “arrivato” a 27 anni, ma animato da una continua e rinnovata esigenza espressiva.
In un’intervista rilasciata alla rivista Elle, Polunin afferma: «Non voglio che le persone pensino che io sono un ballerino. Sono molto di più. Sono un essere umano». E a Leonetta Bentivoglio, che nella già citata intervista su Repubblica gli chiede cosa sia per lui la danza, Sergei Polunin risponde: «Un gioco di sentimenti estremi e una libertà dell’anima dove niente si ripete. Voglio che ogni mio spettacolo sia un eccitante volo nell’ignoto».

Ho 27 anni e sono laureata in Storia dell’Arte, ho vissuto a Milano, Torino e Dublino, attualmente sono in un piccolo ma meraviglioso tratto di costa ligure, ai confini occidentali dell’Italia, a cercare i miei passi. Adoro tutto ciò che è Arte, Cultura, Cinema, Movimento, Creatività. Cosa voglio fare da grande? Viaggiare, scrivere e conoscere.

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