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Tra Sanguineti e Pasolini: cosa è la traduzione di un testo

Nella sua rubrica su L’Espresso del 28 Agosto 2016 Eugenio Scalfari, ricordando un episodio di umanità poetica inerente una passata frequentazione con il Nobel Salvatore Quasimodo, sostiene una delle più celebri tesi in materia di traduzione: «Ho scritto più volte che una poesia tradotta in una lingua diversa dall’originaria è un’opera autonoma; basta cambiare una parola, un ritmo, una virgola per dare a quel componimento una diversità autonoma. Del resto anche se l’equilibrio del ritmo fosse scrupolosamente rispettato e altrettanto la sua metrica, il fatto stesso che le parole sono diverse e diverso è il loro suono, inevitabilmente cambia la natura di quel brano».

Scalfari, nel suo divertissement giornalistico, probabilmente sa bene di star toccando un argomento delicato in termini poetici, tant’è che il pezzo devia poi sulla china più leggera nel racconto dell’uomo Quasimodo, impaziente di ottenere un riconoscimento dalla società poetica.

La tesi sostenuta, però, è stata e dovrebbe essere fulcro (certo nei limiti della sua importanza, anche se mi risulta non sia più un argomento centrale di discussione) di un acceso dibattito sulla poesia in Italia, sulle sue ragioni di sussistenza e sul suo rapporto con la tradizione. Ma andiamo in retrospettiva.

Siamo a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, l’Italia si appresta a compiere il suo tanto agognato balzo in avanti, la società è scossa da un benessere in odor di ‘Merica mai visto prima, è industriosa sotto il cielo plumbeo della nuova Milano cantata da Pagliarani. La poesia in particolare recepisce questo cambio di clima intraprendendo un’evoluzione delle proprie strutture e soprattutto del proprio linguaggio; ciò significa necessariamente fare i conti con la propria tradizione, che in questo caso non contempla solamente la letteratura a partire da Dante, ma affonda nei tempi remoti dei modelli classici.

Due figure possono essere assunte a modelli contrapposti nel modo di intendere questo rapporto, entrambe legate alla classicità, ma su versanti contrapposti: Pier Paolo Pasolini ed Edoardo Sanguineti.

Pasolini, intellettuale di profonda visione e comprensione dei tempi, partendo da una critica agli stessi, vede nelle eco classiche un qualcosa di più genuino e attuale della realtà che lo circonda. La classicità greco-latina, dice, ha un’inestinguibile forza che travalica i secoli per lanciare un messaggio sempre valido perché legato a radici ancestrali che albergano nell’uomo e ne fanno insostituibile parte costitutiva. Egli si fa carico dunque di un’impresa notevole: traghettare nel presente quei contenuti in una forma nuovamente comprensibile, oltre la filologia, oltre il testo ricostruito. Ciò che va edificato nuovamente infatti è il contenuto (reso attuale, diremmo oggi), ma ciò può essere fatto solamente attraverso nuovi mezzi e materiali; ecco allora la ricerca della lingua vergine, il teatro di parola e soprattutto il cinema di poesia, che entra a contatto con i miti greci a cui rende nuova forma. Nella traduzione di Eschilo fatta per Vittorio Gassman, Pasolini sostiene di aver tentato costantemente di aggiornare la superficie verbale in maniera tale da permettere un’immedesimazione dello spettatore veramente efficace, permettendo il riconoscimento nel testo (e dunque nella rappresentazione) di codici comunicativi comuni a cui poter attingere. Per Pasolini è chiaro l’intento politico di Eschilo e su questa lettura egli fa leva per operare nella traduzione (non senza commettere qualche errore, di tanto in tanto).

Edoardo Sanguineti, dalla riva opposta, sostiene l’esatto contrario. I classici non forniscono alcun messaggio eterno e duraturo; la loro funzione è solo quella di renderci note, attraverso la letteratura, le differenze che intercorrono tra noi e loro. E questo, sostiene il genovese, è tanto più corretto quanto ogni epoca dimostra la sua incapacità di cogliere il vero messaggio delle opere classiche fornendone di volta in volta un’interpretazione differente. Nessuno può sapere l’effettivo messaggio di Eschilo, controbatte Sanguineti, perché nessuno, oggi, è un greco vissuto nell’Atene del V secolo. Tutto quello che abbiamo sono interpretazioni e traduzioni che, in fondo, sono la stessa cosa, dal momento che nel leggere una traduzione, in realtà, si legge semplicemente l’autore che ha tradotto il testo, innervandolo delle proprie convinzioni e idee, derivate a loro volta da specifiche coordinate geostoriche. Ecco che, quindi, torniamo a Scalfari e alle sue lodi di Quasimodo come neo-autore dei lirici greci (si ricordi che su qualche colonna giornalistica anche Sanguineti lodò i risultati di Quasimodo in una forte polemica con Dario Bellezza definito dal primo un mero emulo – «servo» – dell’autore premio Nobel).

Ogni epoca ha dunque la sua interpretazione dei classici, perché ogni epoca, costituzionalmente diversa dalla precedente e dalla successiva, filtra arbitrariamente ciò che legge, essendo però impossibilitata a coglierne l’essenza.

Ma se quest’esigenza di costante traduzione viene percepita attraverso i secoli, è possibile che ci sia un messaggio valido in ogni luogo e tempo? Qui va in cortocircuito la faccenda e ci si pesta i piedi a vicenda. Non c’è soluzione, ci si deve arroccare per forza su una delle due posizioni, perché non farlo significa implicitamente dire che l’altra è quella corretta, in un moto senza fine.

Giunti a questo punto, vorrei rendere noto al lettore non accorto, che proprio questo problema inerisce le possibilità della poesia e si riflette nelle opere dei due autori. Dire che il lascito della tradizione è trasmissibile significa identificare nella parola primigenia una fonte inesauribile, capace di rifondare la realtà su basi vere e genuine (da qui la ricerca di un modo corretto per trasporre questa tradizione, il cinema e la poesia neodialettale di Casarsa). Tutto ciò significa credere nel valore sacro della parola, ancora insediato tra i versi a fianco dei significati.
Opporsi è la strada per delegittimare questa parola poetica, renderla un organon (anzi, peggio, perché non retto da logica), strumento da carpentiere, mattonella assemblabile o disunibile a seconda delle esigenze.

Fino ad ora, la storia letteraria ha dato ragione ai seguaci della lezione pasoliniana (anch’essi, però, disprezzando per certi aspetti il Maestro). Tradurre sarà pure un atto di egotismo da parte di chi lo compie, ma serve ad attualizzare un contenuto così profondo che necessita, in ogni tempo, una rimodulazione a favore di una comprensione; sola alternativa è la perdita. Dunque, per ora, meglio così, con buona pace degli strumentisti della lingua.

Cosa ne pensi?