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Salone del Libro 2017: la guerra infinita e triste

Ecco un’altra triste storia, che si consuma bruciando insieme al caldo dell’Estate.
E’ stato proprio durante i torridi luglio ed agosto scorsi, e dunque poco tempo fa, che è esplosa la polemica sul Salone Internazionale del Libro di Torino, il quale si tiene da anni nell’area di LingottoFiere, ed è giunto, con l’ultima, alla ventiquattresima edizione.

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Alla fine di luglio, infatti, l’AIE (Associazione Editori Italiani) ha votato, con 17 voti a favore, per abbandonare la città di Torino, a favore di Milano e, nella fattispecie, per andare ad insediarsi nell’ambito di Rho-MilanoFiere. Una decisione sofferta, a detta di tutti i portavoce, ma comunque giusta, visti i recenti trascorsi al Lingotto: i fautori del trasferimento hanno fatto leva, infatti, oltre che su nebulose vicende ed accuse di “malgoverno” da parte dell’amministrazione torinese della kermesse (di cui non ci occuperemo, poiché non è attinenti al punto della questione), principalmente sulla maggiore capacità di attirare pubblico, quasi insita congenitamente nel capoluogo lombardo. La scelta è stata quella di affidarsi ad una struttura già organizzata e rodata, grazie anche alla recentissima esperienza di Expo 2015.
Da quel momento, si sono scatenate le polemiche più violente, che hanno interessato i sindaci Appendino e Sala (rispettivamente di Torino e Milano) fino a coinvolgere Dario Franceschini, Ministro per i Beni e le Attività Culturali. Un gruppo di editori indipendenti medi e piccoli ha deciso, in seguito alla votazione, di abbandonare l’AIE: tra i nomi, figurano le Edizioni E/O, Iperborea, Minimum Fax, SUR, Lindau, Nottetempo, Nutrimenti. L’editore Feltrinelli, durante il voto, ha comunicato un’astensione che pesa quanto un no, e rimane tutt’ora alla finestra, ad osservare piuttosto neutralmente gli sviluppi.
Ad oggi, le città di Torino e Milano sono in guerra: è di pochi giorni fa la notizia ufficiale che l’Amministratore Delegato della Fiera di Rho, Pero, ed il presidente dell’AIE, Federico Motta, hanno firmato per la nascita della SPA La Fabbrica del Libro, che si occuperà di organizzare l’evento culturale della prossima primavera milanese. Nel frattempo, nel capoluogo piemontese non si fanno sconti o passi indietro: il Salone del 2017 a Torino si farà, e si farà a Maggio come d’usanza, nonostante le date siano pressoché le stesse indicate da Milano. Aumentano i numeri degli editori dissidenti che non vogliono trasferirsi, e che cercano la mediazione di Franceschini.
Si prospetta, dunque, un maggio 2017 che vedrà la presenza di due eventi culturali di portata nazionale, dedicati al mondo della lettura e della letteratura: una situazione “paradossale”, come fa notare lo scrittore Alessandro Baricco, da sempre sostenitore del Salone torinese, sulle colonne de La Repubblica. Ed è lo stesso Baricco ad adombrare la possibilità che anche gli scrittori decidano di disertare Milano. la_torre_di_libri_salone_torino

La situazione non va presa alla leggera, come farebbe supporre il suo essere esplosa (almeno mediaticamente) nel periodo estivo; non tanto per il risultato che vedremo a Maggio, ma per ciò che rappresenta. Le due città di Torino e Milano, infatti, rappresentano storicamente due mentalità differenti, quasi agli antipodi tra loro, dal punto di vista culturale come da quello economico. Il capoluogo lombardo è la Grande Mela d’Italia, il luogo dove tutto è possibile, se si vuole e se il portafogli lo permette: dopo Expo, nonostante tutto, Milano è più forte che mai. Torino, dal canto suo, ha senza ombra di dubbio una storia più nobile, che potremmo addirittura far risalire al Risorgimento ed all’Unità d’Italia: una storia di passione e di fatica e, nel novecento, di industria che va di pari passo con la cultura, senza mai, mai lasciare indietro la seconda. Ancora oggi, le figure straordinarie di Adriano Olivetti e di Giulio Einaudi devono essere esemplari di un approccio alla cultura del lavoro, ed al lavoro che la cultura comporta. La casa editrice Einaudi ha scandito la storia culturale italiana, dal dopoguerra, quanto la FIAT ha scandito la sua storia industriale lungo tutto il secolo: e non è un caso che entrambe le realtà citate appartengano a Torino, come se potessero essere figlie soltanto sue, di nessun’altra città.
E’ con questo spirito che, quasi a trent’anni da oggi, è nato il Salone Internazionale del Libro di Torino: un evento, che rappresenta una città, che rappresenta un modo di pensare: il modo di pensare della parte buona dell’intero Paese. Ed è per questo che il Salone non può essere pensato fuori da Torino: al di là dei confini del capoluogo piemontese (Milano o non Milano), esso si trasformerà, per forza di cose, in qualcos’altro; non è dato sapere se migliore o peggiore. Ciò che sappiamo è che i numeri del Salone sono ottimi, compresi quelli dell’ultima edizione, checché se ne dica.

Portare il Salone a Milano è impossibile; ciò che è possibile è re-inventarlo, ri-crearlo. Ma con che spirito? Con che intenti? Con quale senso? La lettura e la letteratura, i libri, possono essere commercializzati, naturalmente, ma fino ad un certo punto: mai a discapito della cultura, della qualità. Rendere il Salone del Libro di Torino una sorta di franchise, un business (che, per quanto illuminato, resta un business) è più che possibile, e lo è specialmente se a farsene carico è la città di Milano; la città del business per eccellenza. Senza uscire dal seminato, e senza cambiare per nulla argomento, lo spirito imprenditoriale di Milano è dimostrato dalla (anch’essa recente) fusione di Mondadori prima con Einaudi, poi con RCS Libri: la casa editrice posseduta in parte dalla famiglia Berlusconi, controlla oggi quasi il 40% del mercato librario italiano. E, anche in questo caso, è stata Mondadori ad inglobare Einaudi, è stata Milano ad inglobare Torino. E non certo in nome della superiore qualità, quanto piuttosto in ossequio alla maggiore quantità, al nume tutelare della vendibilità.
Per quanto i due eventi possano essere scollegati tra loro e possano non avere nulla a che fare l’uno con l’altro, vanno entrambi nella stessa direzione: il colosso editoriale controlla il mercato, e dunque c’è un picco di profitto dove non lo si dovrebbe trovare (o dove, almeno, dovrebbe trovarsi meno accentuato); la SPA che organizza la Fiera vorrebbe adottare la stessa strategia, e costringe Torino ad impuntarsi.

In questo modo, si profila un solo, grandissimo sconfitto per il maggio culturale del 2017, uno sconfitto che sarà fiaccato ed indebolito dalla separazione e dall’indecisione: il pubblico.

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