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Ripensare le distanze per abbattere le frontiere: la lezione di Gaziantep

«Il cristianesimo è stato parte del tessuto del Medio Oriente per duemila anni. Lungi dall’essere una importazione occidentale come alcuni incredibilmente ora sembrano asserire,  è nato qui ed è stato esportato».

Lo dice Hassan di Giordania in un intervento su Repubblica del 30 agosto e non è una novità. Eppure, immersi come siamo in questa spaccatura tra Occidente ed Oriente, noi e loro, Cristianesimo ed Islam, civiltà e barbarie, portata avanti su molteplici fronti e declinata in molteplici modi, il rischio è quello di una vera e propria amnesia culturale collettiva.
Anche tra nemici si lavora e ci si affatica per un obiettivo comune, quello dell’affermazione di una totale alterità, di un’impossibile comprensione, di un’incompatibilità che necessariamente si debba risolvere in favore dell’uno o dell’altro blocco fanatico: mentre Alexander Gauland di Afd (partito di estrema destra tedesco) sostiene che «le frontiere vanno blindate e non si dovrebbero fare entrare i musulmani», il quindicesimo numero di Dabiq, la rivista dello Stato Islamico, s’intitola «Rompi quella croce».
Vogliono farci credere che all’altezza di Istanbul si sia aperta una faglia – non geologica, ma religiosa. Basta ascoltare una qualsiasi conversazione da bar per capire che ci stanno riuscendo: quante volte il termine «musulmano» viene utilizzato come sinonimo di «terrorista», quante volte si autodefinisce «credente» chi si fa vedere in chiesa a Natale e a Pasqua. Si tratta innanzi tutto di una stortura lessicale che andrebbe curata con una paziente rieducazione alle parole. Non so se Alexander Gauland vada a messa e si professi buon padre di famiglia, ma è chiaro che il numero due di Afd con le sue ultime dichiarazioni non interpreta nella maniera più corretta i principi del cristianesimo. Per contro, Al-Baghdadi potrà essere un ottimo criminale, ma non è certo un buon musulmano.

Ciò detto, affermare che non esistano distanze sarebbe semplicistico e per di più contrario alla realtà dei fatti. In un tale clima, in cui ogni occasione è buona per evidenziare separazioni e censurare vicinanze, è più che mai necessario, però, ripensare a queste distanze – siano esse geografiche, culturali, religiose o emotive – per riconsiderarle e ridimensionarle, o anche solo vederle sotto un’altra prospettiva. Questa operazione va fatta non con lacrimevoli quanto vuoti appelli alla fratellanza, ma attraverso un ragionamento solido e concreto, scientifico nel senso più alto del termine – e cioè basato su l’osservazione, il dato, la prova.
Due gli strumenti attraverso cui provare a sostituire la retorica dell’alterità con la possibilità del dialogo : la cartina geografica e gli eventi delle ultime settimane.

Il 20 agosto a Gaziantep un ragazzo si è fatto esplodere durante il ricevimento di un matrimonio curdo, provocando la morte di 54 persone. L’attentato è stato rivendicato dall’Isis.
Perchè partire da qui? Viviamo in un mondo di violenze veloci, continue e quindi facilmente dimenticate. Questo non è il primo attentato del genere in Turchia e non sarà certo l’ultimo. Il 2016 è stato un anno di esplosioni anche più gravi di questa, da cui sono ormai passate numerose settimane. Eppure ritengo sia il giusto punto di partenza per una più ampia riflessione.
Gaziantep è una città della Turchia del sud, la sesta della nazione, una città di frontiera che si trova al confine tra la Turchia e la Siria, non lontana da località tristemente note come Raqqa e Aleppo.

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Ventimiglia, Idomeni e Gaziantep oggi, Peshawar ieri: per misurare lo stato di salute dell’umanità non c’è posto più adatto di una città di confine, non c’è metodo più efficace che andare a vedere cosa succede nei luoghi di passaggio. Se l’umanità sta bene, il confine fiorisce, diventa opportunità, crocevia, scambio. Se l’umanità sta male, così come geometricamente la circonferenza degenera in un punto, la contiguità degenera in conflitto. Attraverso Gaziantep passano foreign fighters e armi. Frontiera, come mare, è parola dalla duplice natura, può essere salvezza o può essere cimitero: tutto dipende da come la si pronuncia.

Lo stato di salute di una democrazia, invece, si misura anche monitorando il trattamento che questa riserva alle sue minoranze, nelle zone più multietniche e frammentate. Anche in questo caso, Gaziantep è rilevante: si trova in quella regione denominata Kurdistan turco, che sulla nostra cartina geografica ufficiale non esiste: è solamente Turchia. I curdi sono però una presenza reale e complessa in Turchia, così come in Siria, Iraq ed Iran, nonché i primi alleati degli Stati Uniti nella lotta allo Stato Islamico. Da tempo portano avanti una battaglia per ottenere l’indipendenza. Le vittime dell’attentato di Gaziantep non erano soltanto turchi, erano curdi.
A pagare il prezzo di dinamiche di potere intricate ai limiti del complotto sono, tipicamente, le minoranze – spesso nella loro componente «civile».  Pochi giorni dopo l’esplosione, il presidente turco Erdogan ha dato il via a un’operazione militare denominata «Scudo dell’Eufrate». Obiettivo ufficiale: combattere l’Isis al confine con la Siria. Obiettivo ufficioso: costringere i curdi dell’Ypg di là dal fiume. Come al solito, si contano i morti.
E’ vero che la tregua in Siria in vigore dal 12 settembre, fortemente voluta e difficilmente ottenuta dagli sforzi congiunti di USA e Russia, sembra per ora tenere: finalmente da Gaziantep verso Aleppo passano camion con aiuti umanitari. Si smilitarizzano le strade, dunque, ma dalle brevi ed infruttuose tregue a cui ci ha abituati l’annoso conflitto israelo-palestinese abbiamo imparato quanto labili e temporanei possano essere gli accordi di cessate il fuoco, soprattutto se imposti dall’alto e dalle grandi potenze, come insufficienti tamponi per situazioni disperate.  Non basta smettere di spararsi a vicenda per dieci giorni quando le potenze internazionali fanno la voce grossa: senza una più profonda volontà interna di andare a sanare le radici del dissidio, avremo certo molte fisiologiche tregue, ma nessuna vera pace.
In queste dinamiche così complesse ed instabili, la Turchia di Erdogan è un interlocutore tanto imprescindibile quanto poco affidabile: l’atteggiamento sempre spavaldo del presidente turco e il supporto incondizionato che sembra ricevere dal suo popolo non sono certo indizi rassicuranti per chi vorrebbe parlare di pace.
Più volte Erdogan ha affermato di non far differenza tra l’Isis e i curdi, non solo nelle sue frange più estremiste e paramilitari come il Pkk, insieme con le milizie curdo-siriane dell’Ypg, ma anche osteggiando il più costituzionale e parlamentare Hdp, il Partito Democratico del Popolo.
E’ la geografia, per prima, a mettere la Turchia davanti a una scelta. Uno Stato che considera una sua minoranza etnica interna alla stregua di un’organizzazione terroristica, che non riesce a gestire con successo il discorso democratico e pacifico tra le sue parti, che arresta giornalisti e magistrati e limita la libertà di stampa, che sospende più di undicimila insegnanti sospettati di legami con il Pkk, che si pronuncia favorevole al reinserimento della pena di morte, è uno Stato che ha chiaramente scelto di essere muro e non ponte.

Sono tre, le unità di misura: i confini, le minoranze, le donne. Quello che colpisce, nelle foto dei funerali svoltisi il giorno dopo l’attentato a Gaziantep, sono proprio i loro volti: precisi termometri di dolore. Mi aspettavo di vedere una schiera di figure nere, mentre molte di quelle pietà piangenti hanno i capelli coperti da veli variopinti. Forse il nero non è il colore universale del lutto. Oppure, il passaggio dalla festa al dolore è stato così fulmineo e imprevisto da non permettere loro nemmeno di cambiarsi d’abito. Li hanno pianti con addosso i vestiti della festa, i loro morti, le donne di Gaziantep.
Pur ignorando quali siano le usanze ed i riti previsti del matrimonio curdo – che immagino diverso da quello cristiano cattolico –  so però che antropologicamente le istituzioni del matrimonio e del funerale, al di là delle differenze nelle modalità di svolgimento e nelle prescrizioni della tradizione, sono di segno diametralmente opposto.
Che il matrimonio si celebri spaccando un bicchiere e indossando la cuppah, o magari ballando il sirtaki, la morte che interrompe la festa rimane un evento innaturale in qualsiasi cultura, religione, popolo o punto sulla mappa geografica.
Nel Vangelo di Giovanni, al secondo capitolo, si legge: «Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli». E’ l’incipit del noto episodio delle Nozze di Cana.
Secondo la tradizione cattolica, Gesù avrebbe compiuto il suo primo miracolo proprio a un matrimonio, trasformando l’acqua in vino. Per ragioni di nuovo puramente geografiche, una qualsiasi delle donne di Gaziantep, la pelle d’oliva e il velo in testa, sarebbe potuta essere, duemila anni fa, Maria, o molto avrebbe potuto somigliarle.
Cana, infatti, esiste ancora, sulla cartina geografica: ha un nome diverso, arabo, e si trova in Israele. Tra Cana e Gaziantep, la Siria. Un comodo viaggio in macchina, non fosse per la devastazione della guerra civile. Roma, centro nevralgico della Cristianità, dista da Cana più di 3000 chilometri.

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Con questo non s’intende certo dire che solo chi è credente, solo chi conosce il vangelo di Giovanni è in grado di condannare episodi come l’attentato a Gaziantep e più in generale quello che sta accadendo in Turchia, Siria, Iraq e nel Medio Oriente in questo periodo. L’ateismo non è mai sinonimo di impossibilità di empatizzare, anzi spesso aiuta a considerare le cose più lucidamente, senza strascichi o condizionamenti. Tuttavia in Occidente, anche chi non è credente, deve inevitabilmente fare i conti con un fenomeno che potremmo chiamare di «Cristianesimo inconsapevole». Una parola-ombrello che non ha a che fare con la spiritualità e sotto cui si collocano tutte quelle caratteristiche della nostra mentalità plasmate come pietre di fiume da millenni di cultura cristiana e dalla sua presenza capillare e pervasiva in ogni ambito della nostra vita di tutti i giorni. Soprattutto per quanto riguarda l’Italia: volenti o nolenti, noi il Vaticano lo abbiamo geograficamente in pancia. Orientare questi inevitabili retaggi verso atteggiamenti di convergenza, mescolanza e convivenza è possibile, sarebbe un modo intelligente per chiudere – o quanto meno rimpicciolire – la faglia. Per ridefinire e riempire di nuovi significati l’aggettivo «vicino» e l’aggettivo «lontano» basta una carta geografica.

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