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Ricerche Scientifiche: tra bufale, miti e false verità

“Secondo un recente studio” è un po’ come “Non sono un razzista ma”: se si inizia con uno dei due si parte già male.

Mi metto nei panni di un lettore medio. Ogni giorno viene pubblicato un nuovo articolo giornalistico nel quale si annuncia che la tal cosa “fa bene” o “fa male”. Spesso a pubblicare questi articoli sono quotidiani di ottimo livello, e a rafforzare la solidità della notizia vengono citate ricerche condotte da università prestigiose. Purtroppo nella maggior parte dei casi si tratta di false verità, o peggio ancora di vere e proprie frottole.

Mi viene in mente un episodio della serie tv “The Big Bang Theory” nel quale la madre di uno dei protagonisti confessa di usare il grasso di pancetta in ogni suo piatto, e quando le viene chiesto se non si preoccupa per la salute risponde: “Oh i dottori cambiano continuamente idea. Una settimana il grasso di pancetta fa male. La settimana dopo non ne mangiamo abbastanza”. E’ ovviamente una battuta, ma ha un fondo di verità. I dottori non cambiano continuamente idea, sono i media che travisano il senso delle loro ricerche.

Partiamo da un presupposto. Non tutti gli studi scientifici sono uguali. E diverse tipologie di studi picture1 portano a risultati con valore diverso.

Vi sono tre principali tipi di studi sperimentali. Gli studi in vitro, che non utilizzano interi organismi viventi. Si tratta di esperimenti condotti su microrganismi, cellule o biomolecole. Vi sono poi gli studi in vivo su animali, condotti su interi organismi non umani, e infine gli studi clinici sull’uomo. I giornalisti tendono a dare lo stesso peso ai risultati ottenuti dai tre tipi di studio, trasformando conclusioni promettenti (benché non definitive) in consigli alimentari, allarmi di pericolo ingiustificati o raccomandati stili di vita. Questo è del tutto sbagliato e può portare a pubblicare come “scientificamente dimostrate” delle clamorose menzogne.

Prendiamo ad esempio il caffè. Non è un esempio casuale, dal momento che il web è pieno di articoli che, basandosi su fantomatiche ricerche d’oltreoceano, asseriscono che la bevanda faccia bene o male per qualsiasi cosa [1][2][3].

Se uno studio condotto in vitro dimostra che un componente del caffè riduce la mortalità di un determinato tipo di cellule isolate da un determinato tessuto umano cosa ci sta dicendo? Non certo che il caffè fa bene, o previene la degenerazione di quel tessuto nell’uomo. Ci dice semplicemente che quel componente, somministrato in quel modo e in quelle condizioni sperimentali, riduce la mortalità di quel tipo cellulare. Non si può trasportare direttamente il risultato all’uomo. Questo perché quel componente potrebbe non essere sufficientemente presente in una dose normale di caffè per dare effetto, o il suo effetto essere annullato da altri componenti del caffè, oppure potrebbe non essere assorbito a sufficienza, potrebbe essere metabolizzato prima di raggiungere le cellule bersaglio, potrebbe avere effetti opposti su altri tipi cellulari, o ancora il risultato potrebbe essere un artefatto causato dalle condizioni sperimentali. Vi sono centinaia di ragioni che impediscono di affermare che il caffè fa bene semplicemente basandosi sugli effetti in vitro di un suo componente.

Persino gli studi in vivo su animali non possono darci informazioni certe. Il topo, benchè simile all’uomo, non è identico a noi. Spesso i risultati in vivo sono analoghi a quelli ottenuti sull’uomo, ma non è sempre così. Basti pensare che durante il processo di drug discovery (processo mediante il quale vengono sperimentati nuovi farmaci seguendo il percorso di sperimentazione vitro-vivo-clinica) l’80% dei composti che hanno dimostrato efficacia e sicurezza nei modelli animali viene scartato in fase clinica sull’uomo. Questo non vuol dire come dice qualcuno che la sperimentazione animale è inutile, ma anzi conferma il contrario: in assenza di una fase preclinica su animali la percentuale di successo passerebbe dal 20% allo 0,4% [4].

Nemmeno i risultati di singoli studi clinici su esseri umani devono essere considerati come “legge”. Studi condotti su soggetti non accuratamente selezionati o con un numero di pazienti troppo esiguo, ad esempio, non portano a risultati robusti. Ecco perché spesso si fa ricorso a meta-analisi, ovvero analisi statistiche che riassumono i risultati di più studi scientifici, per capire gli effetti di una sostanza sull’uomo.

Mi dispiace ma la scienza non segue processi veloci, non è “cool”. Ogni singolo passo della scienza è mosso da decine e decine di esperimenti, e spesso servono centinaia di passi per avere una trasposizione nella vita reale delle conoscenze scientifiche. Sovente accade che promettenti teorie scientifiche vengano ribaltate da nuovi e definitivi esperimenti.

E’ il caso del “mito degli antiossidanti”.

Gli antiossidanti sono molecole in grado di “neutralizzare” l’azione negativa di sostanze estremamente reattive prodotte normalmente nel nostro organismo: i radicali liberi. Dopo anni di esperimenti si è arrivati alla conclusione che un supplemento di antiossidanti nella dieta, in particolare la vitamina C, E e il beta-carotene, non aumentano in alcun modo la vita media di animali di laboratorio o dell’uomo, nonostante il loro professato “effetto anti-age” [5]. Non solo, malgrado i radicali liberi contribuiscano alla patogenesi di numerose malattie croniche, nessuno studio finora ha fornito robusti risultati che indichino un’azione protettiva degli antiossidanti nei confronti di queste patologie [6][7][8]. Sono ormai diversi anni che la comunità scientifica ha denunciato la palese inefficacia degli integratori a base di antiossidanti, eppure il mercato di questi ultimi è in continua crescita [9].

Se i media forniscono informazioni scientifiche non veritiere, e si rifiutano di scagliarsi contro teorie ormai superate, forse c’è qualcosa che non va nel mondo dell’informazione. Mi rendo conto che sia estremamente difficile per un cittadino medio verificare le fonti di un articolo scientifico e analizzare gli studi sperimentali originali con spirito critico. Forse sono proprio i giornalisti in ambito scientifico che dovrebbero essere obbligati a dimostrare di possedere conoscenze scientifiche adeguate per svolgere questo processo. Qualcuno si scaglierà contro questa mia ipotesi, accusandola di limitare la libertà di stampa. Tuttavia non credo che la libertà di stampa debba prevaricare in toto il diritto dei cittadini di essere informati correttamente. Credo che i due diritti debbano trovare un equilibrio, un punto d’incontro per il bene di tutti.

 

(Per un approfondimento sul tema degli studi scientifici, vi consiglio di guardare questo video in cui uno spassoso John Oliver descrive il problema in modo geniale e divertente)


[1]http://it.blastingnews.com/salute/2016/10/secondo-uno-studio-recente-tre-caffe-al-giorno-proteggono-dalla-demenza-senile-001158245.html
[2]http://www.lanozione.com/wp/bere-caffe-inverte-danni-dellalcol-nel-fegato/
[3]http://www.bitchyf.it/bere-molto-caffe-rende-piu-forte-il-pene-e-previene-limpotenza-secondo-uno-studio/
[4]https://en.wikipedia.org/wiki/Drug_development
[5]http://www.ucl.ac.uk/~ucbtdag/Wenner_2013.pdf
[6]https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22696344
[7]https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23437244
[8]https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22419320
[9]http://www.marketresearchstore.com/news/global-antioxidants-market-natural-and-synthetic-set-for-102

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