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Responsabilità

Mentre in questi giorni mi trovo a che fare con i nuovi alunni (liceali), sempre più chiaro mi è il ruolo della responsabilità.
Dirigere un giornale (anche se online) è un’esperienza non nuova per me, ma pur sempre, e questo l’ho già detto in altre sedi, di grande responsabilità. In un libro recente che ripercorre gli anni dell’Italia postbellica l’autore sostiene che, attorno agli anni ’80, i capiredattori dei giornali “parevano essere selezionati per la loro capacità di autocensurarsi”. Nel contatto con i giovani, quel che paradossalmente è più difficile, è instillare in loro la capacità di sostenere una propria idea, di non censurarsi in primis di fronte a un altro. Responsabilizzarsi di fronte alle proprie idee è comprendere il proprio ruolo all’interno della società e questo è un aspetto fondamentale della formazione umana, troppo spesso accantonata dalla scuola in favore di attività para-didattiche e sostanzialmente inutili.

Un atto di responsabilità, il nostro, dunque, è fare informazione. Dalla più semplice soddisfazione di una curiosità al sostenere un approfondimento complesso e articolato, l’intenzione editoriale è appoggiare con consapevolezza quanto viene detto su queste pagine. E maggior peso incorre nel momento in cui le affiliazioni si riducono a zero, non vi sono partitismi né schieramenti, la cultura diventa “militante” e tenta di abbracciare (quasi) tutti gli aspetti della realtà.

Questa tensione aristotelico-enciclopedica potrà pure apparire banale, ma è mossa da un sincero interesse verso le forme più varie che compongono le discipline qui rubricate. Sono fermamente convinto che la sete di curiosità in senso pure dilettantistico, non accademico o raffazzonato, debba essere costituente imprescindibile di ogni uomo consapevole; ecco perché il carattere divulgativo è fondamentale: interessare per l’interesse, leggere per curiosità e, quindi, per piacere.

Rientra in questo discorso la possibilità di fornire opinioni e punti di vista opposti su di uno stesso argomento. Informare con tali modalità equivale a insegnare o, ancora meglio, raccontare. Ma ciò non basta. La capacità di comprendere e di sostenere un’idea, deriva dalla conoscenza di un argomento nei suoi aspetti contraddittori, nella possibilità di essere appoggiato o avversato e proprio questo tenteremo di fare ogni volta possibile.

Ma una domanda mi ha assillato per giorni: perché assumersi la briga? C’è davvero bisogno di un altro organo d’informazione, dell’ennesimo sito, blog, angolo della rete che entri a far parte di questo delirio oracolare di assunti e dichiarazioni?
La risposta è giunta chiara assieme all’intento che muove il tutto: sostituire alla sola voce d’opinione, quella di analisi. Al posto del detto censorio e oracolare (molto al centro dei dibattiti sulla presunta democrazia del web, anche senza scomodare il defunto Eco e le sue legioni) abbiamo preferito un’esposizione basata su conoscenze e fatti, con esperienza e metodo. Quello che si intende creare dunque non è uno strumento che abbia la pretesa di farsi unico garante della verità su un dato fatto o argomento, ma che possa fornirne una lettura competente e comprovabile. A questo si lega (quasi in un continuo confronto filologico) il discorso sulle fonti: garantire, scrivendo, un confronto tra i materiali esistenti, una loro analisi o utilizzo serve a fornire la più ampia visione su una data tematica. La formazione dell’idea, poi, sta al lettore.

C’è chi dice che la dialettica serva a stimolare un discorso, ma ritengo quest’affermazione parzialmente errata. Creare un attrito produttivo tra argomenti opposti serve a stimolare prima di tutto una riflessione, il cervello quindi, non la bocca (o la tastiera). In una scala che va dal leggere al fare (identificabile con qualunque rapporto di attività rispetto alle proprie conoscenze) il filtro di transizione non può che porsi nella riflessione. Credo che lo scopo della responsabilità, delle riflessioni, dell’informazione sia sempre e solo l’agire. Solo la singola azione prodotta da tali cause è l’effettivo compimento di esse, solo con una concretizzazione fattuale riusciamo a comprendere veramente le cose. Io ricordo davvero quando comunico, scrivo, faccio; al contrario tutto ciò che prescinde da una messa in atto si svuota, lentamente, e perde di senso o di scopo.

Ed è proprio il caro Aristotele, l’enciclopedista primo, nell’Etica a Nicomaco [1103 a-b], a sostenere il primato dell’azione: «Infatti, le cose che bisogna avere appreso prima di farle, noi le apprendiamo facendole: per esempio, si diventa costruttori costruendo, e suonatori di cetra suonando la cetra. Ebbene, così anche compiendo azioni giuste diventiamo giusti, azioni temperate temperanti, azioni coraggiose coraggiosi».
Ecco, credo che scrivere per una testata nascente, giovane e indipendente sia il migliore atto di responsabilità che ognuno di noi possa fare, imparandone il significato con la pratica.

Lascio i “miei venticinque lettori” (senza l’ironia manzoniana, sperando anzi che siano realmente tali) con un estratto da una poesia di Mario Luzi a me cara, ché dopo tanti discorsi, un po’ di bellezza.

*

Tra le cliniche

Lucciole nel buio, nel frondoso
di città, com’è questa, rare di case, dolorose
d’ospedali,
bucano la tenebra insidiosa, lampeggiano
più nitide che altrove, più crudeli si perdono alla vista
inquieta
dei degenti. “Dove stavi di casa?
dove? T’ho cercato lontano non da meno
della rondine quando vola alta
che esplora le regioni bianche della pioggia
e le invadono intanto il nido le zecche”
mormora qualcuno tra sé e sé
mentre franano lucciole e risalgono
il nero di voragini, di buche
oscuramente note ai sensi,
mentre danza svegliata dal letargo
la farfalla del sangue su per i pensieri malfermi
brulicando.
“Ero poco lontana,
ero dentro di te
quando tu ne uscivi alla cerca”
risponde qualche larva
dai cunicoli della notte non si sa se piangendo o
irridendo;
e intanto s’alzano dalla loro quiete infida,
per nulla rassegnata, anni d’oscurità e di passione,
mettono in croce anima e corpo tra rimpianti e smanie. […]

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