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Report agricoltura: aumenta il numero dei contratti di lavoro stagionali ed il lavoro irregolare

La crescita considerevole del numero dei contratti stagionali che interessa la manodopera di braccianti è un problema che da sempre colpisce e ferisce il comparto agricolo italiano, una “piaga” persistente che sfocia inevitabilmente nelle distorsioni e nelle strozzature di un sistema economico fragile.  Un mercato del lavoro incerto, disequilibrato e, sebbene sia sempre sotto la continua revisione legislativa delle tipologie contrattuali, è saturo, concorrenziale ed indebolito. I dati statistici parlano chiaro e dobbiamo onestamente ammettere che il sommerso, il lavoro irregolare non si è assolutamente ridimensionato ma, ha conosciuto negli ultimi tempi un vizioso incremento auto-generativo dovuto alla presenza pedissequa di fattori strutturali e squisitamente intrinseci al settore agricolo.

I dati statistici che pervadono il mercato della manodopera agricola

Il sindacato agroalimentare UILA ha compiuto rielaborazioni interessanti ed importanti sui dati INPS degli ultimi due anni mettendo nettamente in evidenza che, nel comparto primario, il numero dei contratti stagionali è cresciuto del +3.2% in dodici mesi. Se è vero che il settore dell’agricoltura è sempre stato caratterizzato dal fattore “stagionalità” dei contratti di lavoro, è un fatto certo ed indiscutibile che cresce, in misura irrefrenabile, il numero dei negozi giuridici per i lavoratori assunti a breve termine, ovvero per un periodo di tempo inferiore ai dieci giorni. A fronte dei 100.000 lavoratori a tempo indeterminato nel comparto, nell’anno 2015 si sono registrati 938.957 braccianti con contratto “a tempo”, in crescita del +3.2% rispetto al precedente anno. Per quanto concerne lo scenario geografico il numero di lavoratori impiegati nel settore agricolo, assunti con contratto inferiore a dieci giorni è cresciuto, soprattutto nel Centro Italia (+9.6%) piuttosto che nel Settentrione e nel Meridione della penisola; le regioni con più elevata manodopera a tempo sono la Puglia  (24.047 addetti), l’Emilia Romagna (8.610 addetti), la Toscana (8.032 addetti), la Sicilia (7.602 addetti), la Lombardia (3.619 addetti), la Calabria (3.502 addetti) per un totale globale di oltre 149.000 braccianti in tutta la penisola. Per quanto concerne il rapporto tra lavoratori italiani e stranieri, come sottolinea Giorgio Carra, segretario nazionale di UILA, il paese è caratterizzato da un divario tra Nord e Sud: nel Settentrione la manodopera di braccianti agricoli è prevalentemente straniera, si tratta principalmente di immigrati, mentre nel Meridione e nelle Isole la manodopera italiana è nettamente superiore nel settore primario. Ciò è dovuto al fatto che la canonica struttura economica del Meridione, la carenza e le scarse opportunità di reperire altri posti di lavori spingono la popolazione del Sud ad intraprendere un percorso lavorativo in questo comparto.

Un problema più serio e grave: il lavoro irregolare della manodopera agricola

In definitiva i dati parlano chiaro: più di 149.000 braccianti sono assunti con contratto che prevede un rapporto lavorativo inferiore ai dieci giorni.  Questo fenomeno cela qualcosa di più triste: la sempre più diffusa presenza di lavoro irregolare incrementa inevitabilmente l’economia sommersa. L’INPS quantifica ben oltre 80.000 lavoratori italiani e ben 69.000 stranieri che si trovano a vivere in questa triste e drammatica vicenda; inoltre, il fenomeno è in crescita del 12% e 20% rispetto all’anno precedente. Dati vergognosi e sconcertanti che rivelano una realtà infelice e preoccupante per il nostro benessere economico e per il diritto violato di ogni lavoratore ad essere tutelato ed a vedere riconosciuti i propri diritti costituzionali. Questo dovrebbe destare la seria attenzione delle istituzioni competenti a fronteggiare il problema del lavoro irregolare specialmente nel settore dell’agricoltura. Tra le forme più diffuse d’irregolarità si annoverano le seguenti tipologie di seguito enucleabili:

  • dichiarazione non veritiera del numero di giornate lavorate rispetto a quelle effettivamente lavorate (sovente il datore dichiara un numero di giornate inferiore rispetto a quelle realmente lavorate),
  • retribuzioni di gran lunga inferiori rispetto a quanto sancito contrattualmente,
  • il mancato rispetto delle normative sulla sicurezza sul posto di lavoro,
  • mancato versamento dei contributi previdenziali,
  • erogazione per via informale di parte della retribuzione (“fuori busta paga”).


La nefasta piaga del sommerso nel comparto dell’agricoltura è cagionato e si auto-alimenta per la presenza pedissequa di fattori strutturali ed endogeni al lavoro dei braccianti, facciamo riferimento al fatto che la redditività delle attività agricole è bassa e, pertanto l’imprenditore agricolo è costretto a “strozzare” i costi elevati della manodopera; inoltre, il comparto è caratterizzato dal fattore stagionalità dato che si sta assistendo ad un cambiamento climatico senza precedenti. Dobbiamo aggiungere che gli oneri fiscali e contributivi in Italia sono alle stelle e che spesso l’agricoltura italiana deve lottare con l’agguerrita concorrenza dei paesi in via di sviluppo (PVS), i quali non sempre rispettano le normative e le incombenze burocratiche a cui il mondo occidentale deve debitamente attenersi, onde evitare di vedersi sanzionato. Problemi questi che dovrebbero essere debitamente risolti singolarmente con l’ausilio di tutte le istituzioni politiche competenti; solo così si potrebbe finalmente ridurre o, per lo meno, arginare quest’orrenda piaga del sommerso.