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Referendum / Le ragioni del Sì

 Domenica tutti gli elettori saranno chiamati ad esprimersi sulla legge costituzionale approvata dal Parlamento lo scorso 12 aprile. Tale legge si propone di riformare la seconda parte della Costituzione – quella che disciplina l’ordinamento della Repubblica – superando il bicameralismo paritario, dando vita ad un Senato rappresentativo delle autonomie locali, consentendo al Parlamento di esercitare con successo la funzione legislativa, ampliando gli strumenti di democrazia diretta e riequilibrando i rapporti tra Stato e Regioniarton38927

Accanto agli elementi principali vi sono altri interventi minori, che, tuttavia, non possono non essere salutati positivamente: la possibilità di sottoporre, prima della promulgazione, le leggi elettorali al giudizio della Corte costituzionale, in modo che non si debba più assistere a fenomeni di incostituzionalità come nel caso del Porcellum; l’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), un ente che negli anni ha perso progressivamente la sua utilità; la fissazione di un tetto massimo per le indennità dei consiglieri regionali, affinché non si verifichino più sperequazioni eccessive ed ingiustificate tra una Regione e l’altra; l’abolizione dei rimborsi ai gruppi consiliari regionali, onde evitare sprechi e utilizzi poco trasparenti di denaro pubblico.

Chi ha a cuore la Costituzione ed i temi legati alla sua revisione avrebbe certamente apprezzato un dibattito serio e pacato, mentre fin dal principio l’intera classe politica ha dato vita al clima tipico di una qualsiasi campagna elettorale, dai toni spesso beceri e fuorvianti. Si è finiti, quindi, per mettere al centro tutt’altro: l’operato del Governo, le dimissioni del Presidente del Consiglio, l’instabilità politica e finanziaria all’indomani del risultato e questioni analoghe.

A due giorni dal voto è bene ricondurre la riflessione entro i binari appropriati. Si è di fronte ad una scelta: votare Sì vuol dire essere d’accordo con lo spirito ed i principi fondanti della riforma; votare No vuol dire non condividerli. La direzione verso cui muove la riforma è senza dubbio apprezzabile, in quanto mira a realizzare obiettivi che da molti anni vengono sostenuti da quasi tutte le forze politiche e dalla maggior parte dei costituzionalisti e che sono tesi a migliorare la qualità delle leggi e a semplificare le procedure di decisione.

È indubbio, tuttavia, che il testo fuoriuscito dai due anni di elaborazione parlamentare presenti dei difetti. Eppure ciò non può essere sufficiente a bloccare un processo di evoluzione costituzionale, che, per produrre i risultati sperati, deve in qualche modo partire. Dai sostenitori del No si sente spesso dire che la riforma necessita di correttivi e incontrerà delle difficoltà nell’applicazione iniziale. Probabilmente è vero, ma sarebbe così anche se alcune modifiche fossero state concepite in maniera diversa. La pretesa di avere tutto subito è irrealizzabile, quando in gioco ci sono cambiamenti così rilevanti: anche il testo vigente ha dovuto aspettare diversi anni prima di trovare piena attuazione. Basti pensare alla Corte costituzionale, che tenne la sua prima udienza nel 1956, o alle Regioni, che fecero il loro ingresso sul piano amministrativo nel 1970, ossia, rispettivamente, 8 e 22 anni dopo la loro originaria previsione. Si tratta di organi fondamentali dell’architettura costituzionale del Paese, eppure oggi nessuno ricorda quanto si è dovuto faticare per trovare loro il giusto spazio nell’ordinamento giuridico italiano.

Peraltro, la storia della legislazione italiana mostra ulteriori esempi di leggi inizialmente imperfette, ma in grado di realizzare successivamente i propri propositi. Si rifletta sulla vicenda del referendum del 1974 per l’abolizione del divorzio, introdotto nel 1970. La legge allora prevedeva che, per ottenere lo scioglimento del vincolo matrimoniale, i coniugi dovessero trascorrere un periodo di separazione non inferiore a 5 anni. Tale termine è parso fin da subito eccessivo a coloro che si erano battuti affinché il diritto al divorzio venisse introdotto nell’ordinamento italiano. Eppure, quando ci fu da esprimersi sulla sua abolizione, nessuno di loro esitò ad opporsi, pur non stimando quella vigente come la migliore delle leggi possibili.
L’abrogazione di tale diritto fu giustamente considerata un passo indietro rispetto alla conquista ottenuta quattro anni prima: si scelse di mantenere in vita la legge e di adoperarsi per renderla nel tempo più funzionale alle esigenze dei cittadini. Così, nel 1987 il termine fu abbassato a 3 anni e oggi, in caso di separazione consensuale, sono sufficienti appena sei mesi. Che vantaggi, invece, si sarebbero ottenuti se l’ossessione per la perfezione avesse sospinto i cittadini ad optare per l’eliminazione di quella prima legge?

Di analogo tenore è la recente vicenda che ha interessato la legge sulle unioni civili. Nonostante alcune forze politiche auspicassero la parificazione al matrimonio tra uomo e donna e una disciplina della stepchild adoption, l’assenza di questi elementi non ha impedito loro di votare a favore della legge, in quanto motore di un processo tendente al pieno riconoscimento di tali diritti: da azionare piuttosto che lasciare spento in attesa di un fantomatico testo perfetto.

Testo perfetto che non esisteva allora e non esiste oggi. Ciò, tuttavia, non può costituire un freno all’azione riformatrice, qualora se ne condividano i principi e gli scopi. La paura dell’imperfezione non deve paralizzare l’istinto di chi è favorevole all’adeguamento della Costituzione alle esigenze di semplificazione richieste dal nostro tempo. Il testo vigente è un gran testo, che è stato capace di guidare l’Italia nel processo di democratizzazione dopo il ventennio fascista. Oggi, però, le sfide sono altre e non c’è nessuna deriva autoritaria da temere: la riforma non aumenta i poteri del Presidente del Consiglio e non subordina il Parlamento alle istanze del Governo.
Per giudicare l’operato dell’Esecutivo ci sarà tempo e modo alle prossime elezioni politiche: farsi abbagliare da chi è contrario perché in dissenso con l’azione di Governo è senza dubbio ingannevole.
Chi è favorevole alla riforma basa il proprio convincimento più che sull’entusiasmo su un solido realismo: non si torna indietro, forse ciò non basterà a risolvere ogni problema, ma certamente si muovono passi nella direzione giusta. Chi la combatte, invece, non sembra animato da reali giustificazioni di merito ma da meri interessi politici, che finiscono con il tradursi in un ostinato conservatorismo, incapace persino di cogliere aspetti decisamente condivisibili.

D’altra parte, immaginando per assurdo che la Costituzione vigente contenga già quanto previsto dalla riforma, chi mai la vorrebbe modificare al fine di parificare le funzioni del Senato a quelle della Camera, innalzare di 215 il numero dei Senatori, creare il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, istituire la potestà concorrente fra Stato e Regioni, diminuire gli strumenti di democrazia diretta?

Cosa ne pensi?