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Referendum / Le ragioni del No

Un No sul metodo, un No nel merito e un No anche ai sostenitori esteri di questa riforma.

La riforma Renzi – Boschi, sulla quale saremo chiamati ad esprimerci domenica 4 dicembre nel voto referendario, nasce da una proposta di iniziativa governativa che ha visto la sua approvazione parlamentare, nei fatti, ad opera della sola maggioranza di Governo. In questo modo, il Governo in carica non solo ha scelto di riscrivere da sé – rappresentando quindi solo una parte dei cittadini – le regole e il funzionamento delle istituzioni democratiche del nostro paese, ma lo ha fatto anche limitando fortemente la discussione parlamentare (“emendamenti canguro”, “tagliole”, “sedute-fiume”), arrivando persino a minacciare l’ipotesi di tornare subito al voto qualora il processo riformatore non fosse andato avanti a passo spedito. E questa è la mera cronaca dei fatti per quanto attiene al metodo messo in campo dai proponenti della riforma nel corso della sua discussione e all’idea di rispetto del ruolo del Parlamento e delle minoranze che ispira questa revisione della Carta e che essa, conseguentemente, incarna.
Ma passiamo ad un’analisi specifica delle proposte contenute nella riforma, per allargare il quadro e concentrarci sulle ragioni per le quali è bene bocciare questa ipotesi di revisione costituzionale.

Il primo obiettivo proposto è quello di una maggiore governabilità e stabilità istituzionale da un lato, attribuendo alla sola Camera, e non più anche al Senato, la titolarità del rapporto di fiducia nei confronti del Governo, e dall’altro quello di rendere più efficiente e rapido l’iter di approvazione delle leggi. Il vulnus che si viene così a creare è il rischio di affidare il controllo sull’azione e il destino dell’esecutivo alla sola Camera dei deputati, che sarà composta – in conseguenza del combinato disposto di riforma costituzionale ed Italicum [1] – perlopiù da nominati, espressione dei capi-partito e non delle scelte degli elettori, i quali, nel caso della maggioranza, risponderanno direttamente alla figura del Presidente del Consiglio, accentrando dunque in maniera molto forte il potere nelle sue mani. Potere che viene ulteriormente accresciuto con l’introduzione dell’istituto del voto a data certa, che garantisce una corsia preferenziale in Parlamento ai disegni di legge del Governo. Inoltre, nemmeno il tema del superamento del bicameralismo paritario allo scopo di velocizzare il procedimento legislativo trova riscontro nei dati reali, che ci dicono che l’Italia produce già oggi più leggi di Spagna, Francia e Regno Unito, e un numero simile a quello della Germania, e che quindi il punto sarebbe, semmai, piuttosto quello di migliorarne la qualità e non la rapidità nell’approvazione.

Si va poi a ridefinire completamente il ruolo, la composizione e le competenze del Senato, che diverrebbe una sorta di “Senato delle autonomie”, rappresentativo delle istituzioni territoriali, e qui si giunge a quello che forse è il cuore della riforma, nonché il punto più pasticciato e meno comprensibile.
La composizione del Senato passerà da 315 a 100 senatori, che non saranno più eletti direttamente dai cittadini, ma saranno 74 consiglieri regionali e 21 sindaci – eletti dai consigli regionali – e 5 senatori nominati dal Capo dello Stato. Avremo quindi amministratori locali che si troveranno a dover svolgere un doppio incarico e che difficilmente saranno in grado di esercitare il ruolo che la nuova Carta assegna al Senato. Infatti, per un ampio numero di materie il procedimento legislativo rimane bicamerale paritario e inoltre i tempi previsti per esercitare, da parte del Senato, il potere di richiamo e di esame nei confronti delle leggi approvate dalla Camera sono talmente ristretti che sarà molto difficile che anche questa funzione venga correttamente e concretamente svolta. Un vero pasticcio dunque, che trova compimento con la revisione del Titolo V nella ridefinizione e nella riduzione delle competenze in capo alle Regioni, in un quadro di un marcato accentramento del potere in favore dello Stato centrale (confermato anche dall’introduzione della clausola di supremazia statale), il tutto a scapito dei territori che si vorrebbe invece rappresentare nel nuovo Senato.

Insomma, quello che deriverebbe da una vittoria del Sì sarebbe un assetto istituzionale che risulterebbe sicuramente, da un punto di vista tecnico, tutt’altro che più efficiente e capace di rispondere meglio ai bisogni dei cittadini. D’altronde appare piuttosto illusorio attribuire alla Costituzione attuale la causa della crisi politica e istituzionale che il paese vive da ormai almeno una ventina d’anni, quando questa è piuttosto il risultato del fallimento di classi dirigenti inadeguate e non altezza, ieri come oggi, delle sfide globali che abbiamo di fronte.
Perché se oggi viviamo in un sistema in crisi a livello globale, la soluzione non può certo essere quella di restringere gli spazi di democrazia e concentrare maggiormente i poteri nelle mani dei principali responsabili. Non è un caso infatti che questa riforma sia sostenuta da una serie di attori sovranazionali e internazionali (che vanno dalla Ue, passando per Angela Merkel, dalle grandi banche internazionali, fino alle agenzie di rating) che sono esattamente i fautori delle politiche fallimentari messe in campo dai governi degli ultimi anni, ridotti a semplici esecutori di scelte prese altrove. Questa riforma è evidentemente funzionale a quel modello, a quelle politiche, mentre per la sovranità e la partecipazione dei cittadini resta sempre meno spazio.

Proviamo quindi, in conclusione, a riepilogare in poche righe quanto abbiamo cercato di esporre fornendo un quadro riassuntivo, chiaro e conciso, sul perché, domenica 4 dicembre, dire no a questa riforma della Costituzione.

Si stravolge radicalmente l’attuale assetto istituzionale. Non si cancella il Senato ma si elimina solamente l’elezione diretta dei senatori. Non si supera il bicameralismo paritario, ma si complicano soltanto ruolo e funzionamento delle istituzioni e si rende più farraginoso il procedimento di formazione delle leggi. Si accentrano le scelte, verticalizzando il potere: dal Parlamento nei confronti del Governo, dai territori e dalle Regioni in favore dello Stato centrale. Si allontanano i cittadini dalle decisioni e si riduce la partecipazione. È questo che auspicano la tecnocrazia che governa a Bruxelles, la finanza speculativa e i mercati internazionali, per poter proseguire sulla strada delle riforme e delle politiche di austerità di questi anni che indeboliscono il sistema di tutele e di welfare, precarizzando e nei fatti peggiorando le condizioni di vita e di lavoro concrete dei cittadini. La Costituzione è un ostacolo a queste politiche ed è bene che continui ad esserlo, affinché possa invece, un giorno, essere finalmente attuata fino in fondo, in tutti i suoi principi fondamentali. Applichiamola davvero, questa nostra Costituzione, prima di pensare di scriverne un’altra, ma senza portare miglioramenti concreti nella vita dei cittadini.
Domenica rechiamoci dunque alle urne e andiamo a votare, con un chiaro e deciso No.

[1] È la legge elettorale entrata in vigore il 1° luglio 2016 – pensata per accompagnare la riforma – che crea in ogni caso, al primo turno o dopo il turno di ballottaggio, una maggioranza di Governo artificiale, distorcendo fortemente la rappresentanza. Su questa legge pendono già alcuni ricorsi per diversi vizi di incostituzionalità presso la Corte Costituzionale, sui quali questa si pronuncerà dopo il referendum del 4 dicembre.