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Referendum: intervista a Giovanni Basini

Giovanni Basini, 29 anni, è Direttore Comunicazione della Fondazione Farefuturo e Dottorando di Ricerca presso l’Università di Teramo. Svolge la professione forense ed in passato ha diretto organizzazioni politiche giovanili.

Buongiorno Giovanni, grazie per averci concesso questa intervista. Mi piacerebbe cominciare a parlare del referendum dalla storia.
Quali furono le ragioni storiche e politiche che portarono l’Assemblea Costituente a predisporre un sistema bicamerale perfetto?

La struttura bicamerale delle potestà parlamentari, tutte condivise tra una Camera generale ed un Senato caratterizzato da criteri di età per l’elettorato attivo e passivo e da una quota di Senatori a vita nominati dal Presidente o dalla legge, serviva nei disegni impliciti dei Costituenti ad emulare quel freno virtuoso che fu esercitato dal Senato del Regno durante il fascismo.

L’istituzione del Senato, allora interamente di nomina regia e basata su criteri di meritocrazia, non cadde preda della febbre ideologica che aveva preso l’elettorato, ed in tal modo, insieme col Re’

differenziò per venti anni la nostra legislazione da quella nazista. Questo é un valore riconoscibile da chi studia o lavora con le nostre leggi, che hanno potuto ancora oggi restare in grande parte quelle dell’epoca, in un paese sconfitto ma non annientato.

Secondo te il bicameralismo è ancora valido? Perché?

Governare facilmente non vuol dire farlo bene. La Costituzione certo non lo assicura, ma almeno impedisce gli errori più gravi. Le sue norme, anche quando impastoianti e lente, servono sempre in prospettiva. Ciò vale persino per quelle apparentemente più odiose sull’età di voto al senato, che sono state utili nella stagione di contestazioni iniziata dal 68’, impedendo che masse di giovani fanatici invasati rossi o neri potessero contare più di tanto troppo in fretta.

La decisione repentina e non meditata è un pericolo. Nel 1918 nessuno immaginava il fascismo entro pochi anni anni, ma oggi, con una società ancor più veloce a modificarsi, non sappiamo realmente mai che cosa potrebbe accadere tra anche solo uno o due. Da ciò risulta evidente che una Costituzione che imponga meditazione delle scelte, con il doppio controllo dato dal sistema bicamerale, ha vantaggi di sicurezza rilevanti.

Infine va considerato  a favore il fatto che l’Italia ha un problema di troppe leggi e non di facilità a produrne; cioè non si è deciso troppo poco, ma al contrario lo Stato si è esteso in ambiti non suoi e lo ha fatto oltre ogni limite di decenza, regolando tutte le attività economiche spietatamente.

Qual è il nuovo sistema legislativo proposto dalla riforma? In quali occasioni e con quali modalità potrebbe intervenire il senato?

La descrizione delle modalità del nuovo sistema ha richiesto all’inetto legislatore renziano il passaggio da 9 parole a 440. Non vorrei abusare anch’io del tempo dei lettori.

In estrema sintesi: il Senato di consiglieri regionali interverrà spesso sulle leggi di rilievo per l’ordinamento organizzativo costituzionale della Repubblica e raramente sulle leggi ordinarie che riguardano la vita dei cittadini.

In più manterrà una competenza sui trattati internazionali relativi alla UE, creando una possibilità di veto multi-regionale su politiche di rilevanza continentale, che è un fatto surreale e che sembra una resa ideologica al populismo sovranista che fa dell’Europa la madre di tutti i mali.

Quali contro poteri interni sono previsto dal d.d.l Renzi a compensazione dell’eliminazione dei contro poteri esterni della Camera?

Nessuno.

La Camera si rafforza senza alcun contrappeso, e con essa il Governo espressione della sua maggioranza. Inoltre, poiché il Senato sceglierà da solo metà dei giudici costituzionali di nomina parlamentare, ci sarà anche un minore controllo di costituzionalità delle leggi quando esse proverranno da una Camera e un Governo di sinistra. Come noto, infatti, il Senato sarà spostato sinistra a causa della composizione degli enti locali e regionali, e nominerà giudici per essa amichevoli.

La riforma esclude il Senato dalla deliberazione dello stato di guerra?

Le guerre difensive non consentono reali scelte, e quelle aggressive ormai non si decidono in parlamento ma nei vertici internazionali, per cui…

Eccoci al tema più “scottante”, il Senato. La riforma propone modifiche significative del Senato della Repubblica. In particolare, quest’organo:

i) sarebbe composto da 95 Senatori, eletti dai Consigli Regionali tra i propri membri, e 5 Senatori nominati dal Presidente della Repubblica; ii) svolgerebbe funzioni di raccordo tra lo Stato, gli enti locali e l’Unione Europea, eserciterebbe la funzione legislativa in concorso con la Camera solo con riferimento ad alcune materie; iii) parteciperebbe al procedimento di revisione costituzionale ed all’elezione del Presidente della Repubblica; iv) controllerebbe l’operato del Governo, a cui però non voterebbe la fiducia.

Alla luce di queste modifiche, quindi, quale ruolo avrebbe il Senato e quali i Consigli Regionali?

Senato e Consigli, senza un rapporto col Governo che li faccia contare su quei temi politici che sono riaccentrati al livello nazionale e riservati alla sola Camera, sarebbero portati a diventare pericolosissimi veto-player su temi molto più grandi di loro, per poi trattare sul resto.

Inoltre farebbero da riserva di potere per la sinistra sull’elezione del Presidente della Repubblica, e da collegio ristretto di provata fede politica per la scelta di alcuni Giudici Costituzionali.

Il futuro art 57 in un comma (2)  prevede che i senatori saranno eletti dai consigli regionali e in un altro comma (5) prevede che tale elezione debba avvenire “in conformità con le scelte degli elettori”: come si possono conciliare queste due previsioni antitetiche? (Tenendo conto di una sentenza della corte costituzionale molto importante e nota (1146 del 1988), dove la CC stabiliva che i principi supremi della costituzione (es art 1 cost) non possono essere violati nemmeno da una legge costituzionale.)

Il fatto che si preveda la «conformità alle scelte degli elettori»  (futuro art. 57 comma 5 Costituzione) soltanto per l’elezione dei senatori/consiglieri e non per l’elezione dei senatori/sindaci come può non integrare una violazione dell’articolo 1 della Costituzione?

Rispondo insieme a entrambe le domande.

Io non evocherei la sentenza richiamata in tema di elezione del Senato, perché essa riguarda principi davvero supremi attinenti a libertà fondamentali, tra le quali, per tradizione repubblicana, fin dal 2 giugno 1946, non rientra mai la congruenza degli esiti elettorali con la legge o tantomeno con la volontà popolare. E si badi che questa non é una battuta: i voti dati sono sempre modulabili negli esiti dalle leggi elettorali ed anche contro di esse, senza che ciò invalidi l’elezione degli organi, proprio come si è visto recentemente con la incostituzionalità del Porcellum che non ha invalidato le due camere.

È però necessario considerare che la legge costituzionale non si sottrae ai principi di interpretazione della legge in generale, secondo i quali qualsiasi insensatezza legislativa contraddittoria -come questa- sarà normalizzata, in futuro, in sede giurisdizionale. Il problema si pone quindi piuttosto sugli esiti, sul contenzioso che ne deriverà e sul potere dato ai giudici in tal senso, che potrebbe venire usato proprio al momento in cui, per uno o due senatori, si decidesse una nuova riforma costituzionale.

Sull’art. 57 aleggia comunque un problema fondamentale, che non deriva dalla tecnica normativa ma dal merito politico: proprio il rispetto delle scelte degli elettori a livello regionale anziché nazionale, per la presenza di regioni piccole ma importanti che sono rosse da sempre, determinerebbe una tendenziale composizione permanente a sinistra del Senato.

In tal senso si può dire che con il Senato di nominati Renzi starebbe flettendo stabilmente il principio di democrazia costituzionale, ma non saranno i giudici costituzionali in carica o quelli successivi a impedirglielo, perché essi sono tutti più o meno parte di quella stessa constituency politica, ad iniziare da Giuliano Amato.

Titolo V: come cambierebbe l’organizzazione dello stato? Eliminando le Provincie, quali ruoli ricoprirebbero le Regioni?

Salvo che per le regioni a statuto speciale, questa parte lievemente centralista è l’unica sensata della riforma. Le Regioni e le unioni di Comuni finirebbero per avere anche i ruoli delle province, salvo che per gli ambiti di appartenenza a città metropolitane, e lo Stato avrebbe anche molti di quei ruoli che sono oggi delle Regioni. Grazie alla rimozione di alcune competenze locali e alla clausola di supremazia si consentirebbe ad esempio di pensare a riforme sane come il ritorno all’energia nucleare, nonché di costruire gli indispensabili inceneritori, ponti e altre infrastrutture.

Fanno eccezione a ciò le regioni a statuto speciale, che si estendono ancora, diventando stati nello Stato grazie al potere di interdire le riforme costituzionali del proprio statuto, perpetuando inaccettabili privilegi.

Infine il Referendum: quali sarebbero le conseguenze della vittoria del Sì sul sistema elettorale? E perché?

L’elettorato cattocomunista –che è il 25% del paese– troverebbe la propria avanguardia in un PD, talvolta supermaggioritario nella Camera e sempre maggioritario nel Senato, comunque egemone in entrambi i rami attraverso esponenti politici nominati, che sarebbe guidato col modulo delle votazioni di fiducia (e le nuove calendarizzazioni prioritarie introdotte dalla riforma) da un Consiglio dei Ministri molto stabile, che sarebbe a quel punto esso stesso il vero parlamento.

L’Esecutivo ricorderebbe in alternativa  il “Consiglio di Stato” di 35 membri che governa Cuba quando vincesse il PD, e un governo come quelli odierni quando vincesse il centrodestra.

In conclusione, come valuti la riforma?

La riforma sarebbe un favore alle sinistre, un peggioramento qualitativo grave del testo, una diminuzione reale della sua valenza di limite al potere ed inoltre importerebbe nella carta fondamentale alcuni gravi principi ideologici, tra cui il sessismo pro-donne delle quote rosa, che sono aberranti, ed i poteri di veto di macro-aree regionali su politiche continentali, che sono una minaccia per l’Europa tutta.

Il voto contrario é un dovere politico a centrodestra e oltre, a prescindere da Renzi.

Cosa ne pensi?