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Quindici ghinee

LaPresse17-10-2012EsteriMonete d'oro romane al Verulamium MuseumIn this undated photo released by St Albans City and District Council on Wednesday, Oct. 17, 2012, late Roman gold coins, examples of the solidus, a high-value coin struck in the late fourth century, are photographed before going on display at the Verulamium Museum, St Albans, England. A curator at the museum says the coins, found on private land north of St. Albans, would have been used for major transactions such as buying land or ship cargoes.

Queste parole vi raggiungeranno trovandovi nel pieno delle vostre forze. Qualcuno sarà allegro, spensierato, qualcuno coi suoi guai.

Tutti, in ogni caso, vivi e vegeti, a differenza del sottoscritto, in quel momento.

La splendida carriera che ha reso la mia vita fulgida ed esemplare si corona oggi nell’apice del mio successo, raggiunto con l’estremo gesto che renderà perfetta la parabola che ho percorso, ricca di traguardi, soddisfazioni, gioie quasi inesprimibili.

La London Mint può dirsi fiera di aver forgiato le quasi duemila ghinee che hanno tintinnato nelle mie tasche, di strappo in strappo, di cappio in cappio, di salto in salto, a suggellare il compimento del gesto perfetto e rotondo, pulito e atletico che solo un artista consumato nella sua disciplina può padroneggiare.

Arte, signori, arte.

Qui, nella nostra amata Inghilterra, come in nessun altro luogo al mondo, la poetica del patibolo ha raggiunto vette di perfezione ed eleganza esemplari, grazie all’esercizio, alla disciplina, alla passione di chi, come me, un’intera esistenza le ha dedicato.

La ragione?

Questione di gusto, di libertà, di rigore stilistico.

E di cultura.

Sono un oste: la mia birreria è “il pub della corda”; perché non si sfamano quattro figlioli e una moglie con le quindici ghinee che il governo di Sua Maestà onorevolmente fece forgiare per il sottoscritto ad ogni botola aperta, ad ogni malandrino silenziosamente appeso, ad ogni forca con dovizia apparecchiata nella brumosa alba di Londra.

Ma non sono la spillatura perfetta o le risate grasse dei miei ospiti ad appagare il mio spirito.

Un sentimento simile ad un fuoco sacro mi mosse un giorno a candidarmi ad una delle più nobili ed eclettiche ma -al contempo e mio malgrado- neglette professioni di cui la Corona britannica abbisogni : quella del boia.

E proprio l’essere stato custode del più nobile baluardo della nostra libertà e, nel contempo, maestro dell’estetica del capestro hanno reso una vita meritevole di essere vissuta e doverosamente conclusa, come mi appresto a fare, nel dare pienezza e significato ultimo ai miei giorni.

Certe cose si fanno solo per amore.

E con le dovute competenze, mi preme dire.

Troppo trascurata o lasciata al vile criterio della raccomandazione ad oggi è stata l’attività di selezione di chi si possa pregiare del nostro titolo professionale.

Il rischio è che ne derivi un turpe screditamento della categoria, che dovrebbe invece annoverare uomini di cultura e di grande sensibilità, adeguatamente preparati sotto il profilo intellettuale, spirituale e, permettetemi, anche tecnico: quanto sarebbe disdicevole  -e fatale, per il successo dell’azione stessa- anche solo un errore di calcolo nell’applicazione pratica del sistema avoirdupois?

Non potrò mai cancellare dalla memoria quanto accadde in una splendida giornata di marzo, quasi vent’anni fa, ormai. L’aria tersa di una primavera precoce aggiungeva esca a quella breve processione: il mantello scarlatto del mio aiutante, l’ allora appena diciottenne Edward Bartleby, accresceva la ritualità del momento.

Assistevo il giovane nella celebrazione della sua prima esecuzione, con tutta l’emozione e la commozione che tale evento genera nel cuore del maestro nei confronti dell’allievo che si appresti al suo atteso esordio.

Il condannato, un mascalzone assicurato alla giustizia dopo una lunga serie di delitti di varia natura e genere, non da ultimi – e non meno gravi – anche d’opinione, era stato confessato in un lungo colloquio notturno in cella dal cappellano Andrew Bury, che dolcemente lo aveva lasciato stringendogli tra le mani una vecchia Bibbia: tra le pagine punteggiate dall’ocra del tempo, un nastro -celestiale come il pentimento- voleva guidare l’ultima lettura del  forzato al tredicesimo capitolo del Deuteronomio, come ormai consuetudine consolidata da parte di padre Andrew in simili circostanze.

Tutto era stato predisposto con cura maniacale, nel pieno rispetto del canone aristotelico, come in ogni buona commedia o dramma che si rappresenti, sebbene, in questo caso, a dispetto della rimpianta assenza di pubblico.

Il primo cliente del giovane Bartleby era da lui stato pesato fino a due giorni prima per l’esatta determinazione dell’altezza di caduta, elemento essenziale per fare dell’ impiccagione un lavoro ben fatto: si era stabilita un’altezza di caduta pari a otto piedi, dato il peso del paziente, sedici stones.

Ma se anche i migliori possono sbagliare, certo l’emozione può tradire le acerbe mani di un giovane alle prime armi. E fu così che la corda preparata dal novizio con tale meticolosa cura non produsse invece l’effetto atteso e fummo costretti a perfezionare in modo inconsueto quanto avevamo tanto alacremente  orchestrato: per almeno un’ora ci alternammo nelle insolite pratiche chi dello spingere e chi del tirare, in ciò che, da lontano, agli occhi di un passante distratto, avrebbe avuto l’aria di una bizzarra pantomima dell’ albero della Cuccagna.

Furono circostanze decisive: l’ideale sportivo ed artistico del gesto era stato ferito, così come l’estetica dell’azione, deturpata dalla goffaggine del mio aiutante.

Fu imperdonabile.

Decisi allora, in quel momento, di perfezionarmi senza sosta nella disciplina del patibolo, forca dopo forca, palco dopo palco, capestro dopo capestro.

Instancabilmente superando ogni sbavatura dilettantesca e culminando in ciò che oggi, ora, consacrerà la bellezza e la nobiltà dell’arte che ho vissuto, con l’augurio che un vicino futuro veda restituire a questa alta professione la dignità che merita.

Vi lascio, mi appresto a salire per l’ultima volta i dodici gradini: conosco ormai ogni loro singolo nodo, ogni crepitio.

E questa volta, salgo solo.

Per l’ultima esecuzione, la più bella.

La mia.

Devotamente vostro,

Jonathan Brown, boia.

Londra, 11 agosto 1895

ecce

Liberamente ispirato ai testi di

Charles Duff, “Manuale del boia” (Adelphi.) e Alessandro Ademollo, “Le annotazioni di Mastro Titta carnefice romano -ristampa anastatica 1886”, (Forni.)

Oggi, 10 ottobre 2016, si celebra la giornata internazionale contro la pena di morte.

Perché sono ancora 58 i paesi dove, all’occorrenza, il boia deve alzarsi al mattino per esercitare la sua “alta professione”.

“ Ma se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità”.

Cesare Beccaria,“Dei delitti e delle pene”, 1764.

 

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