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Argomenti pro. Accordi di liberalizzazione commerciale: un’opportunità per rilanciare l’economia italiana

Il XX secolo è stato per l’umanità mondiale una vera e propria conquista che ha visto indiscutibilmente i sistemi economici più vicini ed integrati per l’incremento dei flussi di scambio di beni e servizi, di flussi monetari e di investimenti messi in atto dalle imprese in diversi Paesi anche lontani e diversi dal mondo industrializzato occidentale. Grazie a questa integrazione commerciale, i costi dei trasporti e delle telecomunicazioni si sono ridotti, la distanza geografica tra i Paesi è venuta meno ed il libero scambio di merci, di risorse, di uomini ha conosciuto una fase espansiva senza precedenti; il tutto sulla scia e per merito del manifesto epocale dell’Invisible hand. La “Mano Invisibile” è il fulcro centrale dell’economia del benessere smithiana che esalta il libero mercato ed il dispiegarsi delle forze concorrenziali: esse rappresentano il vero motore in grado di condurre i sistemi economici verso l’equilibrio economico a valere nel tempo ed in grado di trasformare i “vizi privati ed egoistici” in virtù pubbliche, in benessere sociale per i consumatori e per l’intera collettività umana. Tale integrazione commerciale si è concomitamente accompagnata ad una forte riorganizzazione produttiva internazionale, stimolando i policy maker ad approvare accordi multilaterali che hanno giovato alla crescita economica e sociale dei Paesi, compresa l’Italia. Se non opportunamente siglati, gli accordi commerciali internazionali rischiano, in tale senso, di condurre i sistemi economici verso le ondate del protezionismo e dell’autarchia nazionalista degli inizi del XX secolo. Le conseguenze di tale “inversione di rotta” porterebbero i mercati europei a gettare la spugna nell’affrontare gli impetuosi mercati globali e, soprattutto, di affondare ed inabissare il nostro sistema industriale in una crisi sempre più profonda, da cui non si uscirà mai se non si stimolano gli scambi commerciali con il resto del mondo.

Quant’è bella la liberalizzazione commerciale che si fugge tutta via….

L’idea smithiana si fonda sul fatto che la liberalizzazione dei commerci, basata su una maggiore specializzazione produttiva e sulla divisione produttiva promuova l’efficienza tecnica (con lo stesso numero di risorse si producono più volumi di beni) e migliori le possibilità di consumo di ogni essere umano. “Amore per la varietà” è questo lo slogan per chi sostiene e promuove le ondate liberistiche che hanno subito un’accelerazione negli anni Novanta del secolo scorso ad opera di Margaret Thacher e dei suoi sostenitori politici. Per i fautori del commercio, l’abbattimento delle barriere e dei confini geografici permetterebbe ai consumatori di ogni parte del globo d’accedere al libero mercato degli scambi commerciali dove tutti i prodotti, beni e servizi di ogni genere possono essere acquistati a prezzi più vantaggiosi e con servizi di qualità sicuramente di più alto valore aggiunto. La maggiore competizione ed il regime di concorrenza perfetta consentirebbe e stimolerebbe le imprese e tutte le unità produttive a perseguire una strategia d’innovazione e di investimento in Ricerca & Sviluppo, volta a sperimentare e progettare nuovi prodotti o servizi, nuovi processi produttivi o a migliorare quelli esistenti, se non a ripensare ex novo a quelli obsoleti ed a scarso valore aggiunto. Proprio in questo modo, con questa logica produttiva e distributiva, il commercio consentirebbe di trasferire e, non semplicemente solo di “travasare”, le innovazioni tecnologiche e le conoscenze acquisite e costituenti il capitale intangibile: lo scopo è quello di aiutare ogni Sistema-Paese a svilupparsi ed a sapere competere nell’agone internazionale acquisendo efficienza, efficacia ed economicità. Studi in merito hanno dimostrato che i Paesi più propensi ad “aprire” la propria economia e più favorevoli a concludere scambi e trattative commerciali di ogni genere, sono quelli che sono riusciti a crescere, hanno combattuto la stagnazione dei consumi interni e hanno visto crescere il proprio reddito ed il proprio benessere economico e sociale. Historia magistra vitae, la storia e la politica economica dei paesi che, un tempo erano all’ombra, oggi si sono issati divenendo dei moderni giganti industriali e commerciali in grado di tenere testa al big business del mondo occidentale, ci riferiamo ai BRIC o meglio BRICS se vogliamo includere oltre il Brasile, la Federazione russa, l’India e la Cina anche, il Sud Africa. Ed ora? Che cosa succede in un’epoca dove terrorismo, corruzione politica, crisi economica e sociale, rischio geopolitico sono costanti che invadono e rendono tutto così incerto ed instabile? Il post Brexit, il post attentato di Nizza, la crisi economica e politica, l’embargo russo sono questi tutti i fattori che spingono sempre di più i policy makers a retroagire ed a rifugiarsi all’ombra del protezionismo commerciale. Che cosa orrenda, se si pensa a quanto si è lottato in passato per vedersi riconosciuti certi diritti e per vedersi siglati certi accordi commerciali che hanno dato i loro frutti e che, ad un certo punto del tornante storico, rischiano di essere allentati per lasciare il posto all’ingordigia, all’egoismo dei politici ed al lobbysmo.

Ebbene sì, per chi è fautore del libero commercio e sostenitore degli accordi commerciali non può negare come il nostro paese, membro e fondatore dell’Unione europea, sia riuscito a siglare nel tempo ed a tessere relazioni commerciali volte ad eliminare le restrizioni sugli scambi. Non possiamo essere che orgogliosi del consolidamento delle relazioni economiche e delle politiche bilaterali tra Unione Europea e Paesi terzi che hanno favorito il rilancio della crescita economica e dell’occupazione nell’Unione Europea. L’ampliamento ed il consolidamento del mercato interno italiano ed europeo (che oggi conta oltre 500 milioni di consumatori) ha permesso di rafforzare la posizione internazionale dell’Europa, polo di attrazione e d’influenza sugli accordi commerciali bilaterali che multilaterali. Negli ultimi anni, pur mantenendo un saldo focus sui principi e sul sistema dell’organizzazione globale del commercio, l’Unione europea cerca, attraverso la conclusione di accordi bilaterali e multilaterali di libero scambio e d’incentivazione degli investimenti, di promuovere e di farsi fautore di una maggiore politica economica basata sulla liberalizzazione degli scambi commerciali e sulle politiche d’investimento. Tutto questo per contrastare le ataviche tendenze protezionistiche e per garantire una concorrenza perfetta ed effettiva, nel pieno rispetto dei principi e delle normative internazionali e degli interessi di tutti i maggiori players presenti sui mercati internazionali, inclusi i Paesi meno sviluppati. A tale proposito, un aspetto importante della politica commerciale della Comunità Europea è rappresentato proprio dalle mosse preferenziali volte a concedere alle economie più deboli ed emergenti, un più facile accesso al mercato dell’Unione europea a condizioni particolarmente vantaggiose ed ad esclusivo beneficio dei consumatori che sono sempre più attenti ed esigenti.

Nell’epoca del Post-modernismo in cui viviamo, dobbiamo avere la piena coscienza che quello che è giusto per ognuno di noi, cittadini comunitari e cittadini del “villaggio globale”, è la necessità di perseguire strategie politiche, sociali ed economiche volte a consentire il raggiungimento del benessere economico globale. Per quest’ordine di motivi, ecco perché non è un bene per i Paesi “rinchiudersi” ed auto-isolarsi dal resto del mondo mediante il protezionismo e l’autarchia. I numerosi negoziati che la Commissione Europea è riuscita a siglare nel tempo non sono altro che una conquista e la messa in pratica di tutti i principi teorici del liberismo economico.


Liberismo economico:
Libera volpe in libero pollaio

Il movimento del liberismo economico è una teoria filosofica, politica e soprattutto economica che consente la libertà d’intraprendere un’iniziativa economica e di libero mercato concorrenziale, contrapponendosi alle politiche interventiste dello Stato (interventismo pubblico). È proprio grazie a questa filosofia ed ideologia economica che si è sviluppato e promosso il sistema capitalistico, il quale gioca tutt’oggi un ruolo rilevante all’interno dei sistemi economici delle più grandi potenze del mondo. La Mano Invisibile tanto teorizzata dal guru del liberalismo economico Adam Smith consente ad ogni sistema economico di potersi auto-correggere, auto-regolare raggiungendo l’equilibrio economico a valere nel tempo, senza dover richiedere interventi esterni ed interventi di tipo pubblico all’interno dell’economia. Triplice è dunque il ruolo dell’Invisible Hand:

  • con il libero dispiegarsi delle forze concorrenziali del mercato si viene a creare un ordine sociale: dati l’uguaglianza, il non intervento dello Stato e il principio di simpatia, l’Invisible Hand assicura il pieno realizzarsi di un ordine sociale ed economico che soddisfa l’interesse generale della collettività (si attua una convergenza “spontanea” degli interessi personali verso l’interesse sociale),
  • le forze ed il meccanismo alla base della teoria liberista ipotizzata da Smith permette ai mercati di raggiungere l’equilibrio: demand=supply, in altre parole, sui differenti mercati domanda ed offerta tendono ad uguagliarsi. E’ questo che porta a parlare di concorrenza perfetta consentendo così di far convergere il prezzo di mercato verso il prezzo praticato dagli operatori commerciali con il conseguente annichilimento dei surplus,
  • la Mano invisibile favorisce pure la crescita e lo sviluppo dell’economia del Paese.

Il regime concorrenziale non è altro che un mercato dove c’è un’ampia libertà di entrata dei rivali (competitors) e, la presenza agguerrita di questi players, provoca di continuo uno stimolo, una selezione “darwiniana” delle iniziative economiche ed imprenditoriali che consentono una tendenza alla compressione dei prezzi ai costi medi unitari. Questo si traduce per il consumatore in un grande vantaggio ed in un beneficio economico, oltre ad essere una fonte per lo sviluppo dell’economia del benessere economico e sociale del Paese. Sul mercato concorrenziale esistono molte imprese che devono sapere competere, onde evitare di vedersi estromesse dal mercato e devono essere in grado di confrontarsi, in ogni momento, l’una con l’altra per perseguire l’efficienza tecnica ed economica, l’efficacia e l’economicità. La nozione di gara che ancora oggi è intrinseca, stimola ogni unità produttiva ed ogni Sistema Paese a dissipare le migliori energie mettendole sul piatto ed al servizio di noi consumatori: è l’apoteosi di quella filosofia manageriale del Total Quality Management che permette di porre al vertice il cliente-consumatore-cittadino considerato come il vero Re.

Difendere il libero mercato e la concorrenza che sono sintetizzabili con la Mano Invisibile di Smith, consente di favorire e di stimolare gli effetti positivi sulla produttività del fattore lavoro, di sopprimere ogni freno ed ogni fattore distorsivo del sistema commerciale interno ed esterno dai confini comunitari, di poter accedere con successo a nuovi mercati di sbocco, creando network collaborativi con partners locali. Inoltre, il liberismo commerciale consente di poter aumentare l’output prodotto nel Paese e, di conseguenza, creare ricchezza e favorire il benessere collettivo della Nazione e dei cittadini stessi.

«Nella corsa alla ricchezza, agli onori e all’ascesa sociale, ognuno può correre con tutte le proprie forze, […] per superare tutti gli altri concorrenti. Ma se si facesse strada a gomitate o si spingesse per terra uno dei suoi avversari, l’indulgenza degli spettatori avrebbe termine del tutto. […] la società non può sussistere tra coloro che sono sempre pronti a danneggiarsi e a farsi torto l’un l’altro. »
(Adam Smith, Teoria dei sentimenti morali, 1759)

Il funzionamento del libero mercato suppone la presenza di un principio che potremmo definire come il “principio-cardine della simpatia”, secondo il quale ogni soggetto conosce i propri interessi personali d’auto-realizzazione, d’autostima e di desiderio d’essere apprezzato dagli altri: ciò rende il mercato non un campo di battaglia ma, un luogo in cui poter affermare la propria fama e i propri interessi privatistici. Questa filosofia economica e la metafora della Mano Invisibile di Smith hanno posto le fondamenta alle strategie politiche del laissez-faire, da qui il cammino e l’ascesa verso l’integrazione istituzionale ed economica, la competizione economica dei mercati, l’efficienza e la concorrenza perfetta, la produzione di esternalità positive a beneficio dei cittadini comunitari.


Il tortuoso cammino verso la costruzione di un’Europa unita, libera e competitiva

Sono quasi sessant’anni dalla firma dei Trattati di Roma istitutivi delle Comunità europee siglati nel 1957, il processo d’integrazione europea si è sviluppato step by step, con tortuosità e con fatiche ma, pure con successo fino a pervenire a quello che oggi vediamo con i nostri occhi ovvero un mercato unico, federale, unito, libero e competitivo. D’altronde era ciò che auspicava Spinelli nel lontano 1941, quando in esilio a Ventotene, scriveva quello che odiernamente viene ricordato come il poderoso Manifesto di Ventotene, il capolavoro alla base del processo di unificazione e d’integrazione dell’Europa “federalista”. Il cammino verso l’integrazione economica, commerciale, sociale ed istituzionale dell’Europa è stato ispirato dalla volontà di crescere economicamente mediante il rafforzamento dei sistemi produttivi delle varie nazioni e mediante le ondate liberistiche che hanno condotto nel tempo alla creazione di un mercato unico. Non c’è alcun dubbio che questa sia stata una mossa vincente nell’incrementare l’efficienza nel consumo, nella produzione e nella creazione d’interdipendenze economiche tra Stati interni, grazie all’abbattimento delle barriere doganali e delle normative protezionistiche fino alla piena realizzazione della libera circolazione di beni, di servizi, di capitali e lavoro, battezzata il 1 gennaio 1993. Il regime concorrenziale e competitivo tra le imprese consente nello spazio economico in cui operano di poter ridurre i prezzi praticati ai consumatori con un enorme beneficio per gli stessi, rispetto ad uno scenario di autarchia e d’isolamento nazionale.

La competizione tra imprese consente e ha consentito, in linea generale, di sviluppare le tecnologie in grado di accrescere la diversificazione del prodotto, di raggiungere le tanto famigerate economie di scala e di poter “muovere” il fattore lavoro, oltre a sviluppare investimenti diretti verso l’estero e di acquisire o stringere “felici network” con le altre unità di produzione, magari dislocate fuori dai confini comunitari. L’espansione degli scambi commerciali e delle joint-ventures consente di conseguire benefici economici in accordo con i vantaggi comparati delle Nazioni. La moneta unica nel mercato europeo, la libera circolazione delle persone e delle merci sono ormai una realtà consolidata. Politiche comuni e coordinate vengono portate avanti in settori strategici (settori “core”) come la politica estera, la difesa, la competitività, la sicurezza, l’ambiente, l’agricoltura e la coesione economica e sociale. Ai 6 paesi genitori e fondatori dell’Unione europea, la Francia, il Belgio, i Paesi Bassi, il Lussemburgo, la Germania e l’Italia se ne sono aggiunti a man mano altri 21 fino all’attuale composizione di 27.
Il cammino per arrivare all’attuale configurazione della comunità europea è stato lungo, contrassegnato da momenti di riflessione sul processo di crescita e da ostacoli non sempre facili da superare che ora, dopo Brexit e la messa in discussione degli accordi commerciali bilaterali e multilaterali, tutto questo tesoro rischia di finire nell’evanescenza. E’ come se si desse un vero e proprio calcio ad ogni tassello della storia comunitaria trascorsa dal secondo dopoguerra ad oggi.

Innegabile è il ruolo propulsivo dell’Italia all’interno dell’integrazione commerciale e della storia dell’unificazione europea. Vale la pena ricordarlo a chi tuona contro le istituzioni politiche ed economiche, a chi vuole che l’Italia esca dall’Eurozona e a quanti condannano i trattati di libero commercio TTIP e CETA, ritenuti responsabili di violare i diritti umani.

Siglare accordi commerciali per crescere e per combattere la recessione economica

L’inserimento ufficiale della politica commerciale comune nel più ampio e generale contesto delle relazioni esterne UE è contenuto nel Trattato di Lisbona, in vigore dal 1° dicembre 2009, che ha ricondotto in questa politica settori chiave del commercio internazionale quali quello terziario, gli aspetti commerciali della proprietà intellettuale, la tutela degli investimenti diretti esteri (IDE). In materia di politica commerciale e di tutela degli investimenti, l’Unione Europea può quindi adottare atti legislativi cogenti e concludere accordi internazionali, con la conseguente asportazione delle competenze nazionali. Il processo decisorio e strategico della politica commerciale comune e degli investimenti vede gli organi del Consiglio e del Parlamento Europeo i policy makers e la Commissione con ruolo di broker-negoziatore. I negoziati sono condotti dalla stessa Commissione nel rispetto delle rules approvate dal Consiglio, tenendo conto della sensibilità e degli interessi degli Stati membri. Tra gli Accordi commerciali già conclusi meritano menzione:

  • l’accordo di libero scambio UE – Canada (Comprehensive Economic Trade AgreementCETA);
  • il TTIP, l’accordo commerciale di libero scambio (TTIP), noto anche come partenariato transatlantico sul commercio e sugli investimenti creato per abbattere le frontiere e rendere il  commercio più fluido e penetrante tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America in risposta all’enorme crescita economica dei paesi emergenti come Cina ed India;
  • gli accordi di associazione e cooperazione con Cile e Messico, con i Paesi dell’America Centrale (Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras, Nicaragua, Panama);
  • l’accordo Commerciale tra UE e Comunità Andina (Colombia, Perù ed Ecuador);
  • gli accordi di libero scambio UE – Corea del Sud, UE – Singapore;
  • gli accordi di Associazione comprensivi di aree di libero scambio ampie ed approfondite con Ucraina, Moldova e Georgia;
  • gli accordi di Partenariato e Cooperazione con Russia e Iraq;
  • l’accordo di libero scambio con la Svizzera;
  • gli accordi di Stabilizzazione ed Associazione (ASA) con i Paesi dei Balcani occidentali (ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, Albania, Montenegro, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Kosovo);
  • le Unioni doganali con Turchia, Andorra e San Marino;
  • lo Spazio Economico Europeo (28 UE + Norvegia, Islanda, Liechtenstein);
  • gli Accordi Euromediterranei di Associazione con Egitto, Tunisia, Algeria, Marocco, Israele, Libano, Giordania;
  • gli Accordi di Partenariato Economico (Economic Partnership Agreement – EPA) con i Paesi e le Organizzazioni regionali africane UE – ECOWAS, per l’Africa occidentale, UE- SADC, per l’Africa meridionale, UE – EAC per l’Africa orientale.

Questi sono gli accordi più recenti conclusi dalla Commissione Europea per estendere la fitta rete di relazioni di libero scambio, sia con Paesi terzi che con Organizzazioni Regionali: in particolare, sono in corso negoziati con Stati Uniti, MERCOSUR, Cina, India, Giappone, Marocco, Malesia, Vietnam e Tailandia.

Dall’anno dello scoppio della crisi economica internazionale ad oggi, sono stati negoziati una serie di accordi di libero scambio proprio per superare le barriere commerciali fino ad allora esistenti e per evitare ogni forma di interferenza che possa ostacolare gli sforzi degli esportatori europei. Per questo scopo, l’UE si è avvalsa di strumenti commerciali internazionali per promuovere i propri valori e le proprie politiche puntando ad espandere le prassi regolamentari nel resto del mondo. La «promozione dei valori europei», tra cui i diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la buona governance ed il rispetto per l’ambiente, non sono altro che pilastri della nuova strategia commerciale dell’UE : il «Commercio per tutti», un sistema commerciale aperto, libero ed equo. In questi ultimi anni di recessione economica si è lavorato poi strenuamente per garantire l’integrazione di tutti i paesi nell’economia mondiale, anche attraverso la progressiva abolizione delle restrizioni agli scambi internazionali.

Priorità strategica per l’anno 2016: verso il trattato transatlantico tra UE ed USA

Nel corrente anno, opportunità interessanti si potrebbero perseguire ed aprire per il settore del commercio internazionale proprio grazie agli accordi commerciali bilaterali e regionali; priorità assoluta è data al Trattato transatlantico siglato tra Unione europea e Stati Uniti d’America (TTIP) che, se concluso, potrebbe essere un vero primo passo verso la creazione di un vasto mercato di libero scambio commerciale dato che le due zone costituiscono circa la metà del PIL globale ed 1/3 del commercio mondiale. Beh, che dire l’obiettivo dell’accordo è squisitamente ambizioso e la liberalizzazione e l’integrazione dei due mercati sarebbero favorite dalla riduzione dei dazi doganali e dalla rimozione, in diversi comparti economici, di barriere non tariffarie quali le regole e gli standard qualitativi, le differenze fiscali e quelle normative. Lo scambio delle merci sarebbe di gran lunga facilitato, il flusso degli investimenti e l’accesso ai mercati dei servizi e degli appalti pubblici sarebbe fluente e più “sburocratizzato”.

Un enorme programma di “smantellamento” delle residue barriere commerciali, politiche e normative tra gli Stati Uniti, l’Europa e ben dodici paesi prospicienti le coste dell’Oceano Pacifico volto a creare un’area commerciale di libero scambio. Il Transatlantic Trade and Investment Partnership tra l’Unione europea e gli Stati Uniti non è altro che una prosecuzione del più vicino Transpacific Partnership (TPP). Per questo il Presidente statunitense Obama vorrebbe ratificare il TTIP prima della fine del 2016, accelerando le trattative a porte chiuse con i Paesi partner quali Giappone, Messico, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Malesia, Cile, Singapore, Perù, Vietnam.

Il partenariato mirerebbe a facilitare l’ingresso di tutte le imprese, di ogni dimensione nel mercato degli USA e nei mercati extra-comunitari consentendo il vantaggio di ottenere più facilmente gli appalti pubblici, importare ed esportare merci, fare investimenti, il tutto con una riduzione degli oneri burocratici che costituiscono un vincolo ed un costo insopportabile, gravante sui bilanci aziendali. Interessante è la possibilità per le imprese europee di accedere a fonti energetiche e materie prime a costi più vantaggiosi provenienti dagli Stati Uniti d’America e dagli altri paesi extra-comunitari. Tra i vantaggi sono da ricordare la creazione di nuovi posti di lavoro ed un conseguente rilancio dell’economia europea, il tutto associato ad una maggiore possibilità di scelta per i consumatori e una riduzione dei prezzi. Il tutto garantendo che i prodotti importati nell’Unione europea rispettino gli standard europei (la sicurezza alimentare normata dal WTO e dagli accordi Gatt e Sps), lasciando la piena libertà ai governi di adottare norme o leggi per proteggere i consumatori e l’ambiente, oltre a dover gestire i servizi pubblici a loro piacimento. La Commissione Europea sostiene inoltre che il TTIP dovrebbe far crescere l’economia europea di 120 miliardi di euro, quella statunitense di circa 90 miliardi e quella mondiale di circa 100 miliardi di euro.

Subito il monito di chi avversa e si scaglia contro il TTIP e tuona contro la ratifica dello stesso perché considerato uno strumento messo a punto dagli americani per padroneggiare il mondo, un patto che viola i diritti umani secondo le parole di Alfred de Zayas, esperto di diritti umani delle Nazioni Unite: La ratifica del CETA e del TTIP potrebbe avviare una corsa al ribasso in termini di diritti umani e potrebbe compromettere seriamente lo spazio di regolamentazione degli Stati. Tutto ciò è contrario agli scopi e ai principi della Carta ONU e andrebbe a rappresentare un serio ostacolo al raggiungimento di un ordine internazionale democratico e giusto”. Altri detrattori parlano di rischi per la salute derivanti da un’eccessiva libertà che questo accordo consentirebbe, le associazioni cattoliche evidenziano il rischio d’importare in Europa prodotti non conformi agli standard qualitativi, favorendo così solo gli interessi delle multinazionali agroindustriali. Altri parlano di un vantaggio per le imprese Usa di 4 miliardi di euro e di un disastro “annunciato” per le aziende agricole europee. Perplessità arrivano dalla Francia di Hollande e da altri paesi europei; in Italia, la Coldiretti afferma che vi è la necessità di una maggiore chiarezza sull’accordo “segreto” e sulla tutela del Made in Italy.

Potrà funzionare davvero questo accordo? Rispondere a questa domanda in maniera affrettata e secca non è semplice, di certo quello che è la triste realtà è che la nostra economia è al collasso, le imprese chiudono, la pressione fiscale è alle stelle, la disoccupazione specie quella giovanile è troppo elevata, i consumi interni sono stagnanti nonostante le rassicurazioni del Governo Renzi. L’unica via di uscita per il sistema produttivo italiano per combattere la recessione e la domanda interna quasi inesistente, è quella di poter esportare e percorrere la strada dell’internazionalizzazione e degli investimenti diretti verso l’estero. Questo è un dato certo che, con il TTIP, si aprirebbero le porte del mercato globale a tutte le imprese italiane di ogni dimensione, si creerebbero nuovi posti di lavoro, specie per i giovani neolaureati e ricercatori, si ridurrebbero i costi e i vincoli burocratici che le unità produttive incontrano per competere sull’agone internazionale e, sicuramente anche il consumatore gioverebbe di quest’apertura dei mercati e del dinamismo commerciale. L’Italia, paese esportatore oggi colpito da dazi e restrizioni nei suoi prodotti tipici, avrà da guadagnarci più di altri, dato che i prodotti che ci rappresentano (abbigliamento ed accessori, alimentare, automobile, arredo) sono quelli più apprezzati ed alto valore aggiunto per i clienti esteri. Prima di tuonare contro il TTIP sarebbe opportuno valutare e tenere conto dei benefici che l’Italia potrebbe trarne, non solo dal punto di vista squisitamente economico ma, pure dal punto di vista politico e sociale perché la scienza economica ci insegna che le regole del commercio globale è meglio redigerle insieme tra paesi liberaldemocratici e ad economia di mercato, piuttosto che doverle negoziare con paesi come Cina, Russia e India che sono cresciuti fino a poco tempo fa nel socialismo ed in un’economia pianificata.