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So benissimo cosa stai pensando

Ci logoriamo di lavoro per far sì che gli uomini siano convinti che esiste un’unica visione corretta della realtà, e cioè la propria; li suggestioniamo fino a persuaderli di sapere con assoluta certezza cosa c’è nella testa degli altri, in modo che ogni verifica appaia inutile: eppure c’è sempre qualcuno che esce dai ranghi e rovina tutto”.

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Questa citazione di Wazlawick (che a sua volta cita Ecate, la truce dea della fortuna del Macbeth, nel suo libro “Di male in peggio”) mi fa pensare che in effetti non abbia proprio tutti i torti.

La presunzione umana, intesa come fiducia eccessiva nelle proprie capacità, come alta ed esagerata opinione di sé si manifesta in modi molto più sottili di quelli che siamo abituati a credere.

Una di queste, ad esempio, è la mancanza di empatia – spesso accompagnata dalla convinzione di essere molto empatici, però – e quindi dalla totale incapacità di indossare le scarpe altrui, di immedesimarsi nel modo di pensare di un altro.

Una delle rappresentazioni della differenza fra uomo e donna più interessanti a livello comunicativo è un’analogia geometrica: l’uomo lo possiamo rappresentare con un ellisse, mentre la donna possiamo raffigurarla come un cerchio.

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L’ellisse (quindi l’uomo) deriva dalla proprietà di avere due fuochi: il primo è composto da Logos e Objectum, quindi il fattore spiriturale e la realtà oggettiva, mentre l’altro è l’Eros, il rapporto con le altre persone, con altri esseri umani.

L’uomo non può quindi decidere di posizionarsi, ma  può posizionarsi su uno di questi fuochi ed uno soltanto per volta: a seconda della necessità si posizione indifferentemente da un punto all’altro.

Il cerchio (la donna) può essere invece considerato una forma particolare di ellisse nella quale, differenza importantissima, i fuochi coincidono. La donna può quindi collocarsi contemportaneamente nel Logos, objectum o Eros. Anche tutti insieme.

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Il problema – la presunzione – si verifica quando nessuno dei due ha idea che il partner possa avere una struttura diversa dalla propria ed avere reazioni completamente diverse, quindi, ai nostri input.

Proviamo ad utilizzare un esempio di conversazione:

D: La torta non riesce; non sta lievitando
U: Forse non hai messo abbastanza lievito; hai controllato bene la ricetta cosa diceva?
D: Ecco, di nuovo…
U: Ecco cosa?
D: Al lievito.
U: Cosa c’entra il lievito?
D: Hai capito benissimo. Lo sai che non lo sopporto, però lo fai sempre e comunque
U: Ma caspita, si può sapere di cosa stai parlando? Mi hai detto che la torta non lievita, io ti ho solo detto che l’unica causa logicamente possibile è la mancanza di lievito. E tutto ad un tratto non c’entra più il lievito ma la colpa è del mio carattere…
D: Certo, perché ti frega più del lievito che di me. Lo so anche io che potrebbe essere quello; Vedi, quello che non capisci è che la torta l’ho fatta solo per farti contento.
U: Ma questo non lo metto in dubbio e sono contento; Mi riferivo solo al lievito, non a te.

Why can’t a woman be more like a man?” [Higgins, nel “Pigmalione” di George Bernard Shaw]


mio-marito-e-difficileC’è un’altro errore di comunicazione nel quale si incappa spesso, sempre a causa della nostra presunzione, ed è il mescolare il significato di “capire, comprendere” con quello di “condividere, concordare”. La non consapevole confusione di queste due semplici parole è causa di una meravigliosamente infinita serie di litigi perché non pensiamo sia possibile aver capito senza essere d’accordo.

 

Non è difficile ricordare di aver sentito – o aver detto – che uomini e donne parlino lingue diverse; l’aforisma di Oscar Wilde, che in realtà era riferito ad americani ed inglesi, penso che sia quanto più corrispondente al vero: li
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una lingua comune. In altre parole, proprio il fatto di avere una lingua in comune è la causa dell’illusione che il partner debba per forza vedere la realtà come essa è – e cioè come la vedo io. E se si scopre il contrario o è pazzo o è in malafede.

In uno spettacolare articolo, il professore ungherese Ernst Leisi racconta un aneddoto facendo riferimento all’Essay on Human Understanding di John Locke:

“Un collegio di eruditissimi medici inglesi discusse a lungo la questione se nei nervi scorresse un liquor. Le opinioni erano discordanti, si avanzavano le argomentazioni più svariate e un’intesa non appariva possibile. Prese allora la parola lo stesso Locke, chiedendo semplicemente se tutti sapessero con precisione cosa si doveva intendere con il termine liquor. La prima reazione fu di stupore: tutti ritenevano di sapere con precisione di cosa si stesse discorrendo e sulle prime la domanda di Locke fu ritenuta quasi futile. Tuttavia, in seguito, si accettò la proposta, si confrontarono le definizioni e ben presto ci si accorse che la discussione nasceva al diverso significato attribuito al termine. Con la parola liquor gli uni intendevano un liquido vero e proprio (come l’acqua o il sangue) e negavano che nei nervi fluisse qualcosa di simile. Gli altri interpretavano il termine nel senso di “fluidum” (forza operante, come per esempio l’elettricità) ed erano quindi convinti che nei nervi corresse un liquor. Una volta chiarite le due convinzioni e trovato un accordo sulla seconda, la discussione si concluse rapidamente con un assenso generale.”

Tra tutte le considerazioni che si potrebbero fare su questo aneddoto mi soffermerò su una: la presunzione (intesa come errore comunicativo) porta ad absurdum anche una discussione altamente scientifica.

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La presunzione, però, non si limita a creare un problema. Costruisce quello che in comunicazione si chiama ipersoluzione, ovvero una soluzione che in realtà peggiora la situazione. Per rimanere nei termini medico scientifici: operazione perfettamente riuscita, paziente deceduto.

Anche Molière le conosceva benissimo. In una delle sue commedie si trovano alcuni dotti dottori che si ingegnano per capire perché l’oppio abbia un effetto soporifero: dopo lunghissime discussioni arrivano alla conclusione che l’oppio produce il sonno perché gli è propria una virtus dormitiva.

Per tornare al nostro titolo, “so benissimo cosa stai pensando”, possiamo parlare del libro “Fights, Games and Debates” dove già nel 1960 il logico Anatol Rapoport descriveva un’interessante modo di risolvere i problemi.

“In caso di litigio, anziché chiedere alle parti di raccontare il proprio punto di vista veniva chiesto alla parte A (alla presenza della parte B) di raccontare il punto di vista della parte B. Tutto questo deve avvenire nel modo più dettagliato possibile finché la parte B non fosse soddisfatta, e viceversa.”

Secondo Rapoport questo riduceva e quasi eliminava ogni attrito e lasciava libero il campo alla discussione del problema, vero e proprio.

Nella stragrande maggioranza dei casi uno degli interlocutori tuonava “non credevo che pensasse che io pensavo questo”, il che in effetti è un grandissimo passo avanti rispetto a “so benissimo cosa pensi”.

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Per rendersi conto che una strada è errata bisogna prima percorrerla. Questa considerazione lapalissiana corrisponde, oltre che ad una ammissione di colpe di chi vi scrive, ad uno dei principi del cosiddetto costruttivismo comunicativo, ovvero lo studio del modo in cui noi umani creiamo le nostre realtà. Secondo il costruttivismo, la realtà “vera” (ammesso che esista) possiamo sapere solo e soltanto cosa non è.


La presunzione è il modo in cui imponiamo il nostro modo di vedere al resto del mondo escludendo la possibilità che ne esistano altre. Comunicativamente parlando, la teoria degli universi paralleli infiniti non è teoria, ma realtà. Si chiama punteggiatura. E la mia è diversa dalla vostra, che vi piaccia o no (con buona pace di chi si crede empatico).

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