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Pierluigi Bersani e la minoranza DEM: I Prigioni del Nazareno.

«Solo se la Pinotti schiera l’esercito mi si potrà far fuori dal mio partito. Quella è casa mia». Così Pierluigi Bersani quando gli si chiede – e nelle ultime ore succede spesso – di parlare di legge elettorale e, soprattutto, di Referendum costituzionale. Le sue risposte sono spesso evasive ma il messaggio è chiaro: No al Referendum, forse.

Roma intanto è una polveriera, Speranza e Cuperlo attaccano i renziani dalla direzione nazionale, Marino rimprovera ancora a Orfini le dichiarazioni fatte quando il primo era sindaco della Capitale. Intanto la Boschi continua a presentare la riforma, fra comparsate televisivi e intensi scontri con l’intenzione, forse, di addolcire con la rinascimentale bellezza della Maria Elena nazionale la pillola di un disegno accolta e acriticamente rifiutata, forse pasticciata, forse mai compresa fino in fondo.

VINCENZO LEONARDI/LA PRESSE - CATANIA, 17/10/2012 - Manifestazione ''Cambia la Sicilia, cambia l'Italia'' con ospite il segretario nazionale del PD, Pierluigi Bersani, a sostegno del candidato presidente della Regione Siciliana, Rosario Crocetta. Nella foto Pierluigi Bersani

Una riforma che sta spaccando in due il paese, che divide in buoni e cattivi, che tutto accoglie, secondo i rigidi metodi del volemose bene (fascisti, grillini e sinistra per il no; democratici, socialisti e forzisti per il sì), ma è questo un referendum costituzionale, e queste sono le regole. Non è infatti né la sede né il luogo per entrare nel merito della Riforma. Quello che si coglie, invece, e non solo da adesso, è un certo stoicismo dell’ala sinistra del Partito Democratico. Una resistenza tutt’altro che silenziosa.
Bersani, da quando non è riuscito a smacchiare il giaguaro, si è incanutito, è vistosamente invecchiato, eppure si aggrappa ancora, e con che forza, a un certo tipo di sinistra, quella che ascolta i saggi, in questo caso i costituzionalisti, quella che vede nella difesa e nella tradizione costituzionale una delle battaglie cruciali.

Si aggrappa, usando le parole dell’Annunziata, all’ideologia di quel gruppo storico-politico che si è chiamato e si chiama ancora sinistra.

Ma cosa è diventata oggi questa sinistra reale? A cosa assomiglia la minoranza Dem? Vediamo di arrivarci. Non troppo lontano dalla sede del Nazareno, a Roma, c’è la meravigliosa chiesa di San Petro in Vincoli, dove riposa il pontefice Giulio II, al secolo Giuliano della Rovere, mecenate assoluto del rinascimento italiano.

Fu Michelangelo nel 1505, a stendere il primo progetto del complesso funereo monumentale in suo onore, che doveva contenere un totale di sedici o venti prigioni. Nel 1513 venne fatto un altro progetto, nel quale i prigioni passarono a dodici, poi a otto, ancora a sei ed infine, nel 1542, l’idea fu definitivamente accantonata.

Michelangelo ne completò due, ne iniziò altre quattro. E sono queste ultime ad offrirci uno dei più belli esempi del non finito michelangiolesco, delle forme incompiute che sembrano prese nell’atto di liberarsi dalla pietra, una nascita forse, un inizio.

È quella imperfezione a rendere l’opera viva, lo schiavo detto Atlante che riceve lo sforzo dello scalpello, e che pure non emerge. Stessa sorte tocca allo Schiavo giovane, anche lui invischiato nel marmo, bloccato in qualche inciampamento, dal grumo denso del non essere, del non ancora esistere. Ognuno sembra provare incessantemente a drizzarsi, a dimostrare la propria etichetta umana, il respiro, il sanguinamento.

atlante

Allo stesso modo Bersani e banda cercano di scrostarsi dal marmo del partito, rimanendovi indissolubilmente legati. Così incessantemente continua la lotta della Minoranza, anche loro, come i prigioni, presi oggi dalle prime pagine dei giornali nell’atto di liberarsi dal grumo denso della non sinistra, del sempre non esistere.

L’impasse è quella che conosciamo, l’idea, mutuata dalle democrazie anglosassoni, di continuare a fare resistenza, dell’opposizione costante e costruttiva interna alla griglia di partenza, al proprio partito. L’atto, invece, è sempre il solito triste epilogo delle democrazie italiane di ogni tempo, di molte oligarchie dell’America Latina: la creazione di centinaia di correnti, spesso indistinguibili tra loro, e che troppe volte appaiono senza scopo. Senza futuro.

«Solo se la Pinotti schiera l’esercito mi si potrà far fuori dal mio partito. Quella è casa mia». Così sembra di vederlo, Pierluigi Bersani, mentre si scuote sul suo letto di marmo, mentre tenta il salto, lo slancio, che non gli riesce. Se Renzi ha un ruolo, in questa storia, è forse quello di lasciare lo scalpello e chiudere la bottega del Nazareno, dentro qualcosa urla ancora, ma senza suono, ma come morta.

Cosa ne pensi?