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Stefano Parisi e il centro destra che non c’è

Le elezioni politiche dell’aprile 2013, e la rimonta del centro destra di Silvio Berlusconi che impedì la vittoria alla coalizione di centro sinistra “Italia Bene Comune”, sono eventi ormai lontani. Non temporalmente, ma concettualmente. In poco più di tre anni, quasi nulla sulla scena politica è rimasto come prima. Quella competizione elettorale, non vinta da nessuno, ha squarciato i perimetri delle coalizioni. Tanto nel centro sinistra, quanto nel centro destra, entrambi oggi spaccati e lontani parenti di quegli schieramenti che si presentarono di fronte agli elettori. Sel e Pd, oggi guidato da Matteo Renzi, hanno rotto la loro alleanza.

Angelino Alfano con Silvio Berlusconi © ANSA

Angelino Alfano con Silvio Berlusconi © ANSA

Lo stesso è avvenuto dalla parte opposta, dove di fronte alla scelta se continuare o meno a sostenere il governo di larghe intese, il Popolo della Libertà, già abbandonato dalla Lega Nord, si sfasciò nel governativo Ncd di Alfano e nell’antigovernativo Forza Italia.

Con il referendum costituzionale all’orizzonte e le prossime elezioni politiche non più così lontane, fissate al più tardi nel 2018 ma chissà, il centro destra deve ritrovare bussola, coordinate e identità. Il Pd ha reagito alla non vittoria del 2013 con la figura di Matteo Renzi. E anche se oggi il centro sinistra come coalizione non esiste più, il partito renziano può vivere da solo. Ed è competitivo, come ha dimostrato alle Europee nel 2014, anche se oggi ripetere quel 40% è pura fantasia e Renzi lo sa. Ma il Pd non ha bisogno di coalizzarsi con Sel, o ciò che ne è rimasto, perché ha già da solo un consenso nel paese tale da renderlo uno dei tre grandi poli della politica italiana.

I numeri raccolti dai due partiti nati dallo scioglimento del Pdl, invece, raccontano un’altra situazione. Ncd di Alfano non è mai decollato. Partito di governo, stampella del Governo Renzi, ha ottenuto, e tuttora gli sono attribuite dai sondaggi, percentuali di consenso ai limiti del 3%. Non in acque migliori ha navigato la rinata Forza Italia all’opposizione dei Governi Letta e Renzi, e tallonata nelle percentuali di consenso elettorale dalla Lega Nord, lei sì esplosa sotto la guida di Matteo Salvini. Forza Italia, lo ha ormai capito lo stesso Berlusconi, non funziona più perché quel leader carismatico su cui si fondava oggi non c’è più, età e condizioni di salute ne hanno certificato il definitivo allontanamento dalla politica, perlomeno da quella attiva. E c’è allora un centro destra da rifondare, da riunire.

La sconfitta di misura di Stefano Parisi nella sfida a Sala per il comune di Milano della scorsa primavera ha segnato una tappa importante nella storia recente del centrodestra. Nella città del Duomo, Parisi ha ottenuto il sostegno di tutto il centrodestra. Da Forza Italia a Ncd, fino a Lega e Fratelli d’Italia. Un’unità che si è verificata quasi esclusivamente nel capoluogo lombardo, mentre nel resto delle città italiane al voto i vari candidati dei vari partiti di centro destra collezionavano quasi sempre batoste, i più esclusi già al primo turno. E’ allora che tanti hanno capito che il centro destra può essere ancora competitivo sulla scena politica soltanto se si presenta unito. Del resto, è tutto unito che il centro destra governa ben tre regioni del nord: Liguria, Lombardia e Veneto. Ma come riproporre su scala nazionale quello che già si verifica in quelle tre regioni e ricreare un’alleanza elettorale come quella che ha portato Parisi a un passo dal battere Sala a Milano?

Silvio Berlusconi ha scelto di rispondere a questa domanda affidando il compito allo stesso Parisi, che nello scorso weekend ha tenuto la sua convention “Energie per l’Italia”. L’obiettivo è rifondare Forza Italia e l’intero campo del centro destra. Un compito non facile, per tanti motivi. Ma è stato lo stesso Parisi a sciogliere fin da subito i dubbi dei cronisti politici: rifondare Forza Italia va bene, basta non riproporre le stesse facce dell’ultimo ventennio e promuovere una classe politica nuova e giovane, ma rifondare il centro destra cosa significa? Significa riprendere da dove si fermò Berlusconi, quando sul finire dello scorso anno salì su quel palco di Bologna in compagnia di Salvini e Meloni? Oppure riavvicinare Ncd di Alfano e il suo moderatismo? Dare all’alleanza di centro destra un formato europeista e allineato alle posizioni del Partito Popolare europeo (di cui Forza Italia ed Ncd fanno parte) oppure creare un polo votato al populismo e all’antieuropeismo e a trazione Salvinian-Meloniana? La direzione indicata da Parisi durante la convention “Energie per l’Italia” è stata chiara: non si insegue il populismo, il centro destra deve rinascere su basi moderate. Ma così si allarga la spaccatura con Lega e Fratelli d’Italia. E senza di loro, lo dicono tutte le rilevazioni fino ad oggi, il centro destra non è competitivo con gli altri due poli, Pd e M5S.

Il problema vero e di fondo del centro destra è che un centro destra, di fatto, non è mai esistito nel paese prima della discesa in campo di Berlusconi. C’era la Democrazia Cristiana, ma era un’altra cosa. Il centro destra in Italia si è formato intorno a lui e alla sua capacità di “federatore” di una coalizione che prima non c’era. In Italia non c’è mai stato spazio, prima del ’94, per un ampio campo politico liberale e moderato e non è certo che ci sia adesso. E ora che Berlusconi sembra essersi definitivamente fatto da parte, la mancanza di una forte tradizione politica di centro destra liberale, come invece esiste in altri paesi europei, emerge in tutta la sua più forte evidenza.

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