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Omeopatia: non funziona

E’ il 1796. E’ un anno emblematico, che rappresenta a pieno il mutamento che caratterizzò la medicina nel XVIII secolo.
Nel 1796 Edward Jenner inocula per la prima volta il vaccino per il vaiolo in un bambino di 8 anni. Due mesi dopo il bambino risulta immune alla malattia [1]. E’ un periodo in cui assistiamo alla nascita della medicina moderna, basata su principi scientifici, ma è ancora fortemente presente la medicina folcloristica, basata su tradizioni popolari e riti magici.
Nel 1796 il rimedio ideale per il mal di testa consiste ancora nell’apporre un pollo (o un piccione) aperto a contatto con il capo (l’animale doveva essere rigorosamente ucciso al momento). Per curare l’orzaiolo è buona norma strofinare sulla palpebra la coda di un gatto. Non è chiaro se il gatto potesse essere ancora vivo al momento del trattamento, ma è importante che si trattasse di un gatto di colore nero. Color ribes nero doveva essere anche il nastro avvolto intorno al collo per prevenire il mal di gola. Se il nastro color ribes nero non fosse stato disponibile, alcuni (ma non tutti) affermavano che si potesse ripiegare su un nastro color marmellata di ribes rosso, o di gelso [2].
In questo periodo scienza e magia sembrano due facce di una stessa medaglia. Si mischiano e si scontrano nella professione medica. Termini quali “farmaco” e “umori maligni” possono coesistere in una stessa frase, e le figure di medico e stregone spesso si sovrappongono.
E’ in quest’anno, il 1796, ricco di innovazione e di contraddizione, che nasce l’omeopatia [3].
L’omeopatia si basa su due principi fondamentali: la “Legge dei simili” e la “Legge degli infinitesimi”.
La legge dei simili asserisce che una sostanza in grado di causare un sintomo in soggetti sani può essere usata per curare quello stesso sintomo. Le uniche prove della veridicità di questa teoria risalgono all’inizio del ‘800, periodo nel quale i principi fondamentali di un corretto studio clinico non erano ancora stati formulati. Non vi erano gruppi di controllo, i regimi impiegati erano molto variabili in termini di durata, quantità e metodo di preparazione della sostanza. Il “cieco” (il paziente non sa se sta assumendo il farmaco o placebo) non era applicato e i sintomi investigati erano molto soggettivi e quindi soggetti ad influenza a parte di suggestioni e aspettative nei confronti della terapia [2].
La legge degli infinitesimi stabilisce che una sostanza è tanto più potente quanto più è diluita. Ad ogni passaggio di diluizione deve seguire una fase detta dinamizzazione, ovvero un processo di agitazione e percussione articolato in 100 movimenti necessario a fornire al rimedio “potere omeopatico”. Durante questo processo una parte di sostanza viene diluita con 9 parti di diluente (acqua o alcol). Una decima parte di questa soluzione viene diluita ulteriormente con altre 9 parti di diluente, e così via per diverse volte. I fattori di diluizione variano in media da 1/106 a 1/1060, fino a 1 parte in 10200. Una diluizione di 1/1030 vuol dire aggiungere un ml di sostanza in 1023 litri d’acqua. Equivale ad aggiungere 1 ml (20 gocce) di sostanza in un cubo d’acqua di lato 1015 km, ovvero un cubo di 105,7 anni luce per lato (la distanza fra la terra e la stella Kitel Phard della costellazione del Cavallo). Statisticamente, per riuscire ad ingurgitare una sola molecola di composto, servirebbe bere almeno 30 mila litri di soluzione omeopatica [4].
Di fronte alla palese impossibilità di un’azione diretta della sostanza (assente nel composto finale) con cui vengono prodotti i preparati omeopatici, viene incontro una curiosa teoria partorita dalla mente di Jacques Benveniste nel 1988 [5]. Essa stabilisce come l’acqua possieda una “memoria” in grado di ricordare le sostanze con cui le molecole d’acqua sono venute in contatto. Al di là della totale infondatezza di questa affermazione sul piano chimico o fisico, qualsiasi sostanza sia essa un agente tossico, cibo, metalli, contenitori di plastica, dovrebbe indurre memoria nell’acqua e di conseguenza avere un qualche tipo di effetto. In che modo venga controllato questo “caos di memorie sovrapposte” ovviamente non è noto.
L’omeopatia non funziona. Non esiste un singolo studio di meta-analisi che confermi con ragionevole certezza l’efficacia di un qualsiasi trattamento omeopatico contro placebo. Nemmeno uno. Se ne è accorta tardivamente anche la Federal Trade Commission, che con una circolare ha obbligato ad indicare sull’etichetta di alcuni farmaci omeopatici “no scientific evidence that the product works” (= non vi è evidenza scientifica che questo prodotto funzioni) [6].
Perché allora l’omeopatia è sopravvissuta per più di 200 anni?
Probabilmente la risposta di questa domanda va ricercata proprio nell’assenza di effetto dei rimedi omeopatici. Proprio perché i farmaci omeopatici non fanno niente, per definizione non possono fare male. Questo, insieme alle comode formulazioni dei prodotti omeopatici, pone l’omeopatia su un livello superiore alla gran parte degli altri rimedi folcloristici che richiedono pratiche scomode, disgustose e spesso dannose.
L’assenza di reazioni avverse non pregiudica un effetto comune a qualsiasi tipo di terapia: l’effetto placebo. E’ noto da decenni che il placebo ha un effetto superiore all’assenza di trattamento. Significa che un semplice bicchiere d’acqua fresca può avere un effetto, ma solo se il paziente non è a conoscenza della reale natura della sostanza ma è invece convinto della sua efficacia terapeutica. L’effetto è una reazione biologica psico-indotta. In risposta all’assunzione di una sostanza ritenuta efficace il sistema nervoso rilascia endorfine, ormoni e altri mediatori in grado di avere un effetto positivo su alcuni disturbi come il dolore o l’insonnia [7].
L’omeopatia può essere quindi vista come una sorta di effetto placebo socialmente accettato. Tuttavia la questione solleva diversi problemi etici ed empirici. Se possiamo considerare etica la distribuzione di placebo per sintomi minori ed autolimitanti (come il mal di testa, la nausea, la febbre) è accettabile consentire la vendita di placebo per malattie gravi come il diabete, l’artrite o l’asma [8]? E’ etico permettere ad aziende private di vendere prodotti privi di principi attivi senza che sia indicato sulla confezione?
Il mercato globale dei prodotti omeopatici vale attualmente 115 miliardi di dollari [9]. Se da una parte il mondo scientifico forse può accettare un mercato di farmaci placebo per sintomi minori, non può certo permettere che una simile somma venga spesa in acqua fresca. Occorre che i governi ascoltino la comunità scientifica, e riconoscano una volta per tutti che l’omeopatia non è un rimedio efficace. In particolare per quanto riguarda le patologie più gravi, occorre prevedere pene più severe per coloro i quali distribuiscono cure inefficaci. Non siamo più nel 1796.

 

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Vaccino_antivaioloso
[2] http://www.dcscience.net/kevin-smith-homeopathy-ethics-2011.pdf
[3] https://en.wikipedia.org/wiki/Homeopathy
[4] http://www.alessandromiglio.com/2014/01/26/omeopatia-piu-e-diluito-piu-e-potente/
[5] https://it.wikipedia.org/wiki/Memoria_dell’acqua
[6] http://www.corriere.it/cronache/16_novembre_19/non-funzionano-usa-etichetta-obbligatoria-farmaci-omeopatici-7356531c-ae35-11e6-a019-c9633cc39a91.shtml
[7] https://it.wikipedia.org/wiki/Placebo_(medicina)
[8] http://www.cure-naturali.it/sintomi-malattie-omeopatia/3280
[9] http://www.timesofmalta.com/articles/view/20160619/life-features/Myth-debunked-Does-homeopathy-work.616032

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