Privacy Policy

Privacy Policy

Cookie Policy

https://www.iubenda.com/privacy-policy/7852079/cookie-policy

Termini e Condizioni

http://midnightmagazine.org/?page_id=785
  • Home
  • /
  • Cinema
  • /
  • Nonchalance: Il Ritorno Di Warren Beatty
Warren

Nonchalance: Il Ritorno Di Warren Beatty

Ci sono alcune personalità che oggi si aggirano per Hollywood –e non solo- con la consapevolezza di aver cambiato le regole del cinema. O perlomeno di averne indirizzato la direzione.
Woody Allen potrà pur dire di sentire che il suo modo di fare film, seppur originale, non abbia influenzato nessuno a farli sulla stessa linea d’onda, però sa bene che non è da tutti detenere una tale libertà di espressione. Si può dire che Annie Hall (Io e Annie) non abbia influenzato buona parte delle commedie romantiche a venire dopo il 1977? Che la protagonista Diane Keaton non sia diventata un’icona di moda contemporanea per la sua generazione? Assolutamente no. Così altri registi in attività si rendono bene conto della loro influenza. Per esempio, come negare la paternità artistica di Paul Thomas Anderson e David O. Russell a Martin Scorsese o quella –per sua stessa ammissione- di Sofia Coppola (no, non a Francis Ford Coppola) a Wong Kar-Wai?

Oltre i casi eclatanti, ci sono anche le influenze più delicate: qualche tratto sottile copiato anche involontariamente, attori di generazioni diverse che si somigliano per stile o parlata, direttori di fotografia che copiano le ombre altrui. Fino al punto in cui si arriva al documentario di Olivier Nicklaus che presenta Warren Beatty come l’influenza principale dietro la moda dei berretti francesi degli anni ’60.

E così, anni dopo l’ultimo lungometraggio con il quale ha avuto a che fare –risalente al 2001- i colleghi di Beatty si scomodano ancora a consegnare diversi premi alla carriera di questo mostro sacro del cinema. Cogliendo sempre queste occasioni per ricordargli che il suo valore continua ad essere oscurato dalla sua pigrizia.

Se da un lato infatti Beatty detiene il record di essere l’unico nominato agli Oscar di recitazione, regia, sceneggiatura e produzione per lo stesso film per ben due volte, egli è anche stato tra i più bravi a essere stato dimenticato dal grande pubblico. Ha fatto tutto, ma poco di tutto. Perfezionista, Beatty impiega sempre molto tempo a finire i film che inizia a girare. Durante le riprese di Reds (1981), Gene Hackman –grande nome con poco spazio nei film- è stato costretto a recitare cento volte una medesima scena di dialogo. Rifiutò la centunesima ripresa. Però poi, tra il perfezionismo di un film e il prossimo, possono passare diversi anni. In parte possono essere anni di ricerca.

Beatty iniziò a raccogliere interviste per Reds –poi incluse nel film- già nel 1971. In parte possono essere anni dedicati alla vita privata, dalle decadi trascorse da notorio scapolo, fino al 1991, alla stabile vita di famiglia con Annette Bening e i figli. In parte sono anche anni dedicati alla politica, fino alla quasi candidatura per niente meno che la presidenza degli Stati Uniti.

La politica poi trapela molto spesso nelle produzioni di cui fa parte. Tuttavia, senza eccessivi giri di parole, è la poesia dell’amore che Beatty riesce –e forse tiene di più- a far trasparire nel suo cinema.

Questo accade sin dal primo film nel quale recita, Splendor In The Grass (Splendore nell’erba) del 1961, un dramma sentimentale che, tra l’altro, raffigura per la prima volta in un film americano il bacio alla francese. Che si tratti di commedie o western, dell’epico storico Reds o del gangster-drama Bugsy (1991), un’enfasi particolare rimane quasi sempre fissa sui conflitti amorosi. Anzi, l’enfasi è incentrata, più precisamente, sulla fragilità che permea l’intesa amorosa tra due personaggi, una volta raggiunta.

Tutto questo discorso è per l’appunto storia vecchia; più vecchia di quella che meriterebbe di essere. Nella percezione comune, Warren Beatty è forse al massimo relegato all’interprete di Clyde Barrow in Bonnie & Clyde (1967). Non ci si ricorda nemmeno che, senza il suo essenziale ruolo da produttore, quel film non sarebbe mai stato. Non avrebbe mai cambiato i criteri che tutt’ora valgono nell’interpretare la violenza e gli antieroi al cinema. Tutto ciò sta per cambiare. Sta per giungere una pellicola che è nell’aria dagli anni ‘70, quando Beatty firmò con Warner Bros. per scrivere, produrre, dirigere e recitare in un film sull’eccentrico Howard Hughes. La combinazione di ruoli che Beatty preferisce. Da allora il progetto viene accantonato, ma mai del tutto.

Ancora citato da Beatty negli anni ‘90 in una delle rare interviste che concede, il progetto è abbastanza vivo da ritardare i piani di Martin Scorsese per girare The Aviator (2004), per rispetto di chi per primo decise di rappresentare il personaggio di Hughes in un lungometraggio di epica valenza.
E così, con una calma assoluta, essendo anche stata conclusa la produzione ben due anni fa, il 23 novembre di quest’anno segna l’arrivo di Rules Don’t Apply nelle sale statunitensi.

Con la dedizione di chi, se fa qualcosa, lo fa alla perfezione, Warren si trascina da sempre fieramente una nonchalance che contraddistingue tutta la sua persona, dalla sua carriera al suo personale fascino sulle persone, che sembra esercitato con infinita naturalezza. Così, l’anno di uscita di un film di o con Warren Beatty è come l’anno di un’eclissi solare. Uno spettacolo raro e successivamente portato appresso, in mente e cuore, con delicatezza.

Ancora una volta Warren sarà contento di ri-aggiudicarsi, a modo tutto suo, il primo premio ricevuto in carriera; quello di miglior (attore) debuttante.

Cosa ne pensi?